Le variabili esistenziali legate al genere

Lo scorso 8 marzo, giornata internazionale dei diritti della donna celebrata per la prima volta negli Stati Uniti d’America nel 1909 ed impropriamente definita una festa, non abbiamo visto grandi manifestazioni nel mondo a causa della pandemia in atto, ma sicuramente abbiamo avuto come sempre l’opportunità per meditare sulla condizione di vita delle donne nel mondo e sui tanti diritti che vengono loro ancora negati.

Le riflessioni che seguono sono un modesto contributo promesso quel giorno a lavorare sempre per la parità e le pari opportunità di genere ad ogni livello.

L’errore più grande che ha attraversato la storia dell’umanità va ricercato nella presunzione da parte degli uomini di essere superiori alle donne; così questa supposta preminenza, al di là della differenza di genere, ha condotto alla dominanza degli uni sulle altre ed a modelli di comportamento che hanno tentato di giustificare disuguaglianze e di stabilire gerarchie.

Forse anche perché non sempre mitigato dalla maggiore non violenza delle seconde, il potere prevalente dei primi li ha portati molto spesso a forme ideologiche e decisioni che hanno provocato le tante dittature e i disastri che conosciamo.

Siamo giunti a parlare di un sesso debole quando ormai le ricerche storiche ci dicono che già novemila anni fa in Perù la donna era un’abilissima cacciatrice e la biologia ha da tempo scoperto che le femmine col doppio cromosoma X possiedono una maggiore ricchezza genetica che consente loro di avere meno problemi di salute, una durata più lunga della vita, capacità maggiori in diverse prestazioni intellettive e fisiche; pertanto è chiaro che associare l’essere umano ad un sesso debole deriva unicamente da considerazioni sociali errate e non certo di natura biologica.

Nonostante ciò il maschilismo, spesso con l’arroganza delle variabili esistenziali che penalizzano la vita delle donne, continua a dominare creando ancora oggi le condizioni che negano le pari opportunità in ogni campo.

In Occidente la nascita di numerosi movimenti femminili e l’evidenza delle forti potenzialità di molte donne a livello scientifico, sanitario, educativo, economico e politico sono riuscite a mettere in discussione le legislazioni e i comportamenti di una società fortemente conservatrice, conformista e maschilista.

Nondimeno ci sono dati che ribadiscono come si tenti ancora di frenare il processo di emancipazione delle donne.

In Italia ad esempio di centouno mila posti di lavoro persi nel 2020 a causa della pandemia ben novantanovemila erano quelli esercitati da donne per le quali il tasso di occupazione è appena al 50,1% , il reddito è inferiore del 25% a quello degli uomini e il raggiungimento di posti apicali di tipo manageriale e direttivo diventa assai difficile mentre paradossalmente le disparità nelle assunzioni, nei licenziamenti e nella progressione di carriera sono determinate proprio dal doppio ruolo della donna che all’orario di lavoro aggiunge quello dell’organizzazione e della cura della vita familiare cui l’altro sesso continua tranquillamente a sfuggire.

Un ambito in cui si fa fatica davvero ad uscire da forme incomprensibili di clericalismo maschilista è quello di tantissime strutture religiose.

In quella cattolica, prevalente in Europa, non siamo solo di fronte alla subalternità palese delle suore, come ha fatto rilevare giustamente nel 2018 l’inchiesta della giornalista francese Marie Lucile Kubacki, ma davanti all’esclusione pressoché totale delle donne nei consessi decisionali.

La nomina recente da parte di papa Francesco di suor Nathalie Becquart a sottosegretaria del Sinodo con diritto di voto e l’ammissione delle donne al lettorato ed all’accolitato possono apparire un primo passo verso il loro coinvolgimento reale nella Chiesa, ma rischiano anche di mostrarsi una foglia di fico se tale processo si fermerà qui.

In politica anche la composizione dell’ultimo governo Draghi ha confermato la marginalità delle donne che di ventitré ministeri hanno ottenuto solo otto di cui cinque senza portafoglio.

È difficile meravigliarsene considerando che dalla nascita dello Stato repubblicano non abbiamo mai avuto delle donne nel ruolo di Presidente della Repubblica o di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Certo la loro valorizzazione, come ha sostenuto giustamente a lungo Luciana Castellina, non può essere affidata unicamente alle quote rosa e dunque ad un mero fatto numerico e tuttavia di donne capaci ma non promosse nella società ce ne sono tante.

Qui si tratta di limitazioni di accesso a determinate funzioni, ma da noi esistono addirittura ancora forme di schiavismo come nel settore della prostituzione o di convinzioni assurde non di convivenza, ma di possesso dell’altro in alcune situazioni familiari dove si giunge sistematicamente alla violenza ed al femminicidio, fenomeni cui occorre trovare subito soluzioni di tipo educativo e legislativo.

Un altro elemento che va modificato è la sedimentazione profondamente sessista del linguaggio che non esprime solo luoghi comuni, ma talora diventa unicamente offensivo e serve a distruggere violentemente la persona della donna come fa rilevare Michela Murgia nel suo ultimo saggio “Stai zitta” per i tipi di Einaudi.

Un comunicato stampa del governo Draghi precisa che nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per l’attuazione del Next Generation EU si mirerà “al rafforzamento del ruolo della donna e al contrasto delle discriminazioni di genere”.

Vedremo quali saranno i provvedimenti in merito.

A livello mondiale rileviamo il ruolo sempre più determinante in diversi settori di donne del livello della ricercatrice e scienziata indio statunitense Gitanjali Rao, della giovane attivista ed ambientalista Greta Thunberg, di Ngozi Okonjo-Iweala alla guida del WTO, di Kristalina Georgieva alla presidenza del FMI, di Christine Lagarde alla guida della BCE e di Ursula von der Leyen presidente della Commissione Europea ed Angela Dorothea Merkel, Cancelliera federale della Germania.

Naturalmente è impossibile dimenticare quelle in prima linea nell’impegno per rivendicare parità di diritti soprattutto nei Paesi asiatici ed africani dove alla condizione di vita della donna sono negate perfino le libertà fondamentali.

Tra esse citeremo la birmana Aung San Suu Kyi e la pachistana Malala Yousafzai, entrambe Premi Nobel per la pace, la saudita Laujain Hathloul e poi i movimenti come “Solidarnosc” in Polonia, i “Fazzoletti Verdi” in Argentina, “Las Tesis” in Cile.

Si tratta di persone ed associazioni che operano per la ricerca della verità sui grandi crimini perpetrati ai danni di chi si è battuto per la libertà, l’uguaglianza e la democrazia ma anche per la rivendicazione della parità di diritti nella differenza di genere.

È una campagna culturale da tenere a diversi livelli per eliminare anzitutto le gravi discriminazioni alla piena realizzazione personale delle donne, ma anche per porre rimedio ai tanti gap che esse hanno per affermarsi nel duplice ruolo di lavoratrici e madri.

Certo la causa è da cercare nei tanti servizi ancora carenti come asili nido, tempo pieno nella scuola ed assistenza domiciliare per gli anziani, ma avere uguaglianza nella differenza di genere significa sul piano culturale annullare la convinzione che determinati ruoli debbano appartenere necessariamente solo alle donne.

Occuparsi allora ad esempio della famiglia e delle sue esigenze di ordine educativo, culinario, assistenziale o di qualunque altra natura è un compito che va necessariamente redistribuito in maniera equa tra entrambi i coniugi senza penalizzare alcuno.

È chiaro allora che non si tratta più di una cosiddetta questione femminile, ma di avere un quadro antropologico sull’essere umano che veda appunto le variabili esistenziali non legate necessariamente al sesso ma ad aspetti connessi alle potenzialità di ciascuno e in ogni caso mai dipendenti dalla volontà di dominio dell’uno sull’altro creando gerarchie di vario tipo provenienti da subdole volontà o convinzioni di superiorità che diventano spesso disconoscimento dei concetti di libertà, pari dignità e uguali opportunità che soli possono superare il maschilismo ancora dominante.

(Umberto Berardo)

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