L’esperienza del ricovero all’ospedale “San Giovanni”…

Finire ricoverato all’ospedale “San Giovanni”, qui a Roma, non è una bella esperienza, ma formativa e ti fa apprezzare di più tutto quello che ti circonda, le piccole cose, i piccoli attimi di normalità, momenti che hai sempre sottovalutato, e che invece oggi ti fanno solleticare la punta del naso trasformandoli in istanti importanti e imperdibili.

E cosi una mattina finisci al pronto soccorso del “San Giovanni”, con forti dolori tra addome e petto, e già sai che stai affrontando un’Odissea fatta di ore di attesa, parcheggiato insieme a un’umanità preoccupata come te, da lettighe ferme in sala d’attesa, bloccate li per giorni, prima che si liberi un posto in reparto… e si perché i reparti sono sovraffollati e non si libera un letto.. e le ore passano, scandite solo da passi frettolosi, da sirene di ambulanze, da liti e da pianti disperati.

C’e’ una ragione per tutto ciò, ovvia, la carenza di spazi e di strutture, un deficit strutturale sopratutto in un edificio  vecchio come l’ospedale San Giovanni, le carenze numeriche di personale, i tagli agli investimenti e l’aumento vertiginoso di pazienti che si recano al Pronto Soccorso per i problemi più svariati.

Dopo qualche ora arriva il responso, ho le transaminasi altissime, problemi di bile e fegato, mi ricoverano, e con mio stupore mi trovano subito un letto in reparto a Gastroenterologia. Noto sguardi seri sul volto dei medici,  sono preoccupati e la preoccupazione me la trasmettono in un attimo come un’ondata di piena. Ma nello stesso tempo ti rendi subito conto che un ospedale oltre alle tante carenze è molto più di un edificio ed è più della somma delle competenze che vi lavorano. Un ospedale è un ecosistema: di persone, di bisogni, di attese, di emozioni e di storie.

Una settimana di ricovero, in un mondo parallelo scandito dai turni, dagli orari dei prelievi, dalla misurazione della febbre e della pressione. Aspetti con ansia la visita del medico, cerchi di leggere nelle sue parole dei significati nascosti, pendi dalle sue labbra, aspetti gesti e modi che ti rassicurino e ti tranquillizzino. Il mondo reale è lontanissimo, la tua vita ora è il tuo microcosmo ospedaliero e nient’altro.

Ho avuto dei valori altissimi per 3 giorni, ho rischiato che il fegato collassasse e il mio corpo cedesse, tante analisi, lastre, visite e controlli, sono stato monitorato in continuazione, rigirato come un pedalino, sottoposto a tanti rx, flebo e analisi e fortunatamente dopo qualche giorno i valori si sono normalizzati e sono potuto uscire anche se sotto stretto controllo medico e con dimissioni protette.

Ma non volevo parlare dei miei mali, volevo analizzare la vita di reparto, l’avvicendamento di persone sempre molto diverse che si occupavano di tutti noi pazienti. E tra le tante pieghe ho riscontrato tanta umanità, ho provato simpatia e a volte antipatia per loro, e lentamente sono riuscito a conoscerli, con i loro modi di fare, un po’ con la loro storia, perché mentre pulivano e accudivano le persone più anziane, impossibilitate nel muoversi, si raccontavano a vicenda su cosa avevano fatto il sabato sera o quando sarebbe stata la cresima dei loro figli.

Ho potuto apprezzare tanta pazienza nel settore infermieristico, persone con tanta umanità cosi da poter sottolineare che anche sul nostro territorio operano reparti e professionalità di eccellenza. La mia esperienza mi porta a evidenziare l’efficienza del reparto e degli operatori di Gastroenterologia presso cui sono stato ricoverato. Parlo di persone non di strutture che ovviamente hanno grossi problemi. Malgrado le mie diffidenze, ho apprezzato il duro lavoro del personale infermieristico, spesso sottopagato, che ogni giorno si dedica con naturalezza e affetto ai pazienti più anziani e deboli, ho potuto stimare la dottoressa Graziani e il dottor Pagnini, persone speciali di cui ho avuto modo di ammirare la competenza, l’umanità, la disponibilità, la passione per il lavoro e la dedizione ai pazienti,  nonostante tutte le difficoltà e le mancanze del nostro Servizio Sanitario.

Forse io sono stato fortunato ma mi ha sorpreso  l’attenzione che medici e staff sanno riservare a ciascun paziente.Viene da dire che non sarebbe quasi un loro dovere sorriderti, spiegarti con pazienza quel che stai per fare. Eppure è successo e io,  con tutta l’ansia che portavo con me, mi sono sentito accolto.

Vorrei chiudere questo pezzo ricordando la linea verticale, che riesce a dare un senso a quei giorni trascorsi al San Giovanni: “In un ospedale, i pazienti sono tutti uguali. Non c’è classe sociale, età, censo, reddito, formazione culturale, orientamento politico o religioso che faccia la differenza.
Tutti i pazienti sono dei disgraziati; che siano dirigenti o impiegati,  pensionati, disoccupati o criminali, ognuno di loro, ognuno a suo modo, non cerca di distinguersi,  di far valere la propria individualità. I pazienti cercano solo una cosa: la salvezza”.

(Alessandro, romano di origine molisana)

Precedente Incontro con il professor Giacanelli, presidente onorario di Ippnw (Nobel 1985 per la pace) Successivo Libri, “Figli del Toro” di Nicola Mastronardi