L’evento di Roma, tra verità e controverità

C’è chi dice che non bisognerebbe mai smettere di parlare della manifestazione svoltasi a Roma per la difesa della sanità molisana. Perché, in effetti, l’evento ha rappresentato un apprezzabile e raro momento di consapevolezza collettiva e di rivendicazione di un diritto inalienabile in una società civile: quello alla salute. Al di là di chi c’era e chi no. O di cosa rappresentava.

La manifestazione ha posto sul tappeto una problematica chiara, quella della sanità regionale sempre meno competitiva. E’ inconcepibile che un molisano debba sempre più spesso andarsi a curare nelle regioni limitrofe. Una situazione generale che ha ricadute negative non solo per i residenti, ma anche per chi in Molise dovrebbe tornare d’estate per godersi un’abitazione chiusa undici mesi all’anno o per chi potrebbe puntare su questo territorio per scoprirlo e apprezzarlo. La consapevolezza di strutture non all’altezza, specie con l’aumento della popolazione anziana, rappresenta certamente un freno per il rientro di villeggianti sempre meno giovani o per eventuali nuovi residenti, anche stagionali.

La manifestazione romana, oltre alla sanità, avrebbe potuto porre sul tappeto le tante altre problematiche di una terra purtroppo in costante e rapido declino. E, per paradosso, l’ha fatto. Infatti, inconsapevolmente, ha mostrato una delle più radicate piaghe di questo territorio: la netta demarcazione tra una minoranza – un’esigua minoranza – che mostra vitalità e voglia di resistenza persino macinando chilometri per raggiungere la Capitale ed un corpus di interessi tra istituzioni e un bel pezzo di società civile che rappresenta la pesante zavorra di una regione in costante degenerazione fisica e morale. Da infinito tempo.

Perché l’occasione romana non è stata colta dai parlamentari molisani, la pattuglia pentastellata sempre meno di lotta e più di Palazzo, dai consiglieri regionali (salvo una sola – una sola! – eccezione), da quasi il 90 per cento dei sindaci, dagli organi di rappresentanza e di mediazione, dalle categorie, dai sindacati, soprattutto dalla maggior parte della popolazione molisana? Davvero il Molise, questo Molise, non ha bisogno di farsi vedere, di confrontarsi, di pretendere dignità e diritti?

Proprio la coralità avrebbe annullato i personalismi, dimostrando che il Molise – specie a Roma – esiste. Mentre, purtroppo, spesso così non è.

A fronte del numero a tre cifre dei presenti, è mancato all’appello un numero ad almeno quattro o cifre (sarebbero bastate dieci o cento persone a comune) che avrebbe assicurato sicuramente un peso e un significato differente alla giornata. E, in fondo, all’intero evento e alla sua memoria.

Invece, ancora una volta, a fronte di 400 o 500 “eroi”, il Molise ha confermato una staticità disarmante e infruttifera, frutto anche di una fragilità di fondo che rischia di confermare quei nuvoloni neri che troneggiano sul futuro. Un Molise ormai “di difesa”, come sta avvenendo per la sanità, e non più “di rilancio”. Perché i sogni s’infrangono sulla situazione economica generale non certo esaltante e in particolare su quella sociale dei territori, con tantissimi paesetti ormai dissanguati dall’emigrazione, con tipicità ormai rarefatte, con una cultura inquinata dai germi della peggiore globalizzazione.

Mai come in questo momento la regione non avrebbe bisogno di inseguire cattedrali nel deserto, né di pionieri, né tanto meno di eroi. Basterebbe la garanzia di una normalità. Almeno di quella. Ma è sempre più una chimera.

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