L’intervento del molisano Nicola Palombo all’assemblea nazionale di “èViva”

Credo che tutti a Sinistra abbiamo bisogno di fare chiarezza, di costruire criticamente le basi affinché si possano restituire, al nostro mondo, certezze ormai smarrite. Da troppo tempo, anche dalla nostra parte, inseguiamo mode e soluzioni semplicistiche, evitiamo di strutturare processi solidi e lunghi, per inseguire le contingenze o, peggio, le continue scadenze elettorali.

Manchiamo così del coraggio necessario per abbandonare percorsi già di fatto superati dalla storia, tra l’altro quasi sempre ostaggio di gruppetti di classi dirigenti miopi e intenti solo a coltivare i loro piccoli orticelli. Il risultato è che non intercettiamo quel nuovo flusso di pensiero socialista e progressista che, sebbene a fatica, si sta facendo strada nel mondo.

Conseguentemente risultiamo completamente scollegati dai processi di cambiamento in atto e non siamo riconosciuti come interlocutori credibili né dai luoghi del sapere critico, né da quelli del disagio e della sofferenza, che pure ci proponiamo da sempre di voler rappresentare.

Guardate, lo dico con la massima sincerità di cui dispongo, per porre rimedio a tutto ciò non basta la solita e ritrita critica che facciamo da anni. Quella è la rappresentazione plastica di un’usanza vuota e poco credibile, che non ha portato a nessuna svolta effettiva. Generazioni come la mia hanno sempre e solo vissuto come autocritica della Sinistra quel tipo di narrazione politica, senza riuscire mai ad intravedere un barlume di cambiamento reale. Al contrario, abbiamo tutti insieme il dovere di innescare un vero processo di cambiamento, attraverso l’analisi delle criticità e la ricerca delle soluzioni possibili.

Allora se chiarezza deve essere, dobbiamo dirci, senza timidezze e autocensure, che è stato gravissimo aver fatto fallire il progetto di LeU, ma che è ancora peggio aver utilizzato quella formula e quella sigla, solo per arrivare ad occupare alcune caselle del governo. Credo che questo sia un fatto grave, la cui ambiguità vada risolta il prima possibile: o LeU esiste, allora lo si fa crescere in mezzo alla gente, o se deve essere solo strumento di potere, diciamolo chiaramente che noi faremo altro, perché non è per quello scopo che abbiamo chiesto il voto e ci abbiamo messo la faccia.

L’obbiettivo minimo che dobbiamo avere, così come in molti ripetiamo da anni, è quello di costruire una forza unica e di massa della Sinistra contemporanea: laburista, ambientalista, socialista e progressista. Per far ciò, credo sia necessario abbandonare l’eccessiva semplificazione dei poli intesi come spazi politici da occupare.

Questa forma di analisi è risultata troppo approssimativa rispetto alla complessità della realtà, perché, diciamocelo pure, è figlia essa stessa di schemi vecchi che poggiano su elettorati che non esistono più e su modelli sociali sorpassati.

Credo invece si debbano percorrere strade che mirino alla scomposizione del quadro esistente e alla sua ricomposizione con paradigmi del tutto nuovi. Questi dovranno fondarsi su una ritrovata capacità di analisi e di studio, su una rinnovata radicalità del pensiero e sulla costruzione di modelli di partecipazione democratica che superino i limiti sia della Sinistra diffusa, sia del Partito Democratico, sia del M5S. Per queste forze ciò vuol dire: superare l’eccessiva autoreferenzialità, oltrepassare l’incapacità di anteporre l’interesse generale del Paese agli interessi particolari e risolvere l’accumulazione verso l’alto del potere e i consequenziali problemi di assenza di democrazia.

A tal proposito, lasciatemelo dire aprendo una parentesi, abbiamo un problema grande come una casa su come si forma e si seleziona la classe dirigente. Permettetemi di aggiungere che in alcuni casi, la composizione di uno o più elementi riportati, sfocia in una grossa questione morale. Quando davanti a fatti gravissimi come quelli accaduti recentemente con il caso Nicosia, all’interno del perimetro del garantismo e delle caratteristiche proprie dello Stato di diritto, nemmeno più a Sinistra sappiamo più distinguere il ruolo della Magistratura da quello della Politica, mischiando, con assordanti silenzi, il giudizio giudiziario con quello etico e morale, sancito tra l’altro dall’art. 54 della Costituzione, allora vuol dire che ci siamo allontanati dalla nostra storia, che non rappresentiamo più quella tradizione culturale e politica di rettitudine morale che ha contraddistinto l’esperienza del Pci e della Sinistra italiana per molti decenni. Quando accade ciò, su temi a noi cari come quello della legalità, si arriva ad una grande perdita di credibilità che apre spazi sconfinati alle destre populiste.

Come dicevo poc’anzi, percorrere il sentiero della scomposizione-ricomposizione del quadro è molto più complesso e irto di difficoltà, ma è l’unico modo per superare stabilmente le debolezze e i limiti che affliggono l’attuale governo, il quale da opportunità per un campo che può riscoprirsi e ricomporsi, rischierebbe di diventare il terreno nel quale saremo definitivamente seppelliti. Questo governo ha senso solo se saprà sostituire alla tattica politica sterile, vuota e asettica, azioni concrete che riscrivano completamente le priorità del Paese, che diano risposte alle necessità dei cittadini, che propongano nuovi modelli sociali, che si occupino della vita reale delle persone. Una politica che annienti la narrazione delle destre e che tolga loro l’humus di cui si cibano, perché redistribuisce ricchezza, combatte le diseguaglianze e preserva l’ambiente. Queste sono per me, le “cinque erre” del nostro appello. Molto più di un programma elettorale, un nuovo modo per ristabilire l’egemonia culturale, su una società annichilita dall’odio e dalla paura, da parte di chi rifiuta lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente. Per fare ciò, però, bisogna leggere bene la realtà e attrezzarsi.

Parto da quest’ultimo concetto. Io non solo rispetto il fenomeno delle “Sardine”, ma credo anche che siano un avvenimento positivo dalla straordinaria potenza mediatica e comunicativa. Detto questo, temo che non basti. Credo che esaltare la disorganizzazione strutturale ed enfatizzare l’assenza di politica, non faccia bene alla società, già troppo ubriacata da questi concetti. Al contrario credo che pensiero ed azione vadano gestiti ed organizzati. Ritengo inoltre che sia necessario agganciarli a un modello economico che sostenga l’azione politica e il soggetto che dovrà venirne fuori. Da troppo tempo ormai non facciamo i conti con questo elemento, perché complesso da strutturare, ma senza il quale potremo solo contare inesorabilmente i futuri fallimenti uno dietro l’altro. Il modello economico dovrà essere per forza di cose congruente con i valori e i soggetti che si vogliono rappresentare. Penso alle cooperative di comunità, alle economie di prossimità, alle filiere ecosostenibili e alle tante buone pratiche che provengono dai territori. Il lavoro sarà quello di mettere insieme queste esperienze economiche, metterle a rete all’interno dell’azione politica, in modo che si auto-sorreggano.

Infine, e concludo, non possiamo sbagliare la lettura di ciò che sta accadendo intorno a noi. Il capitalismo è in crisi d’identità, sia per ragioni intrinseche all’idea capitalista della crescita senza limite, sia perché non ha trovato più un modello alternativo con il quale equilibrarsi. Ebbene, questo capitalismo, sta offrendo al mondo il conflitto interno delle sue due declinazioni: quella classica globalista e liberista e quella nazionalista e protezionista. La guerra dei dazi tra Cina e Usa ne sono l’esempio più lampante. In Italia, queste due facce sono incarnate dai due Matteo, i quali si scontreranno sul piano politico, affinché possano essere egemoni nel nuovo ordine che dovrà venirne fuori, ma che sul piano economico-sociale sono portatori della medesima ricetta: insomma, due facce di una stessa medaglia. Dobbiamo sapere ciò, per sentire il dovere, finanche il peso etico e politico, di costruire un’alternativa credibile che interpreti il tempo che ci è dato da vivere, sulla scia di quanto qui molti hanno indicato, sulla scia di ciò che ho provato miseramente a dirvi.

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