Ma davvero ha un senso far ripartire il campionato di calcio a giugno?

Dopo le stragi da coronavirus, tutto deve riprendere. Giusto. Ma un conto sono le esigenze primarie, cioè la gente che ha bisogno d’incassare, un altro è il calcio. Di cui, specie a giugno avanzato, possiamo farne a meno. Anche perché, da sport tradizionale fatto di emozioni e di poesia, diventerebbe soltanto un rito per sistemare incassi, problemi legali e classifiche. Insomma, l’esaltazione di ciò che il calcio non dovrebbe essere.

Certo, sono tanti coloro che non saranno d’accordo. Quelli che vivono il pallone come ragione di vita. Legittima posizione la loro. Ma proprio chi ama il pallone e chi contesta “il calcio moderno” dovrebbe ribellarsi a questa forzatura che sarà, nell’atmosfera e nei risultati, comunque falsata. Senza tifosi, senza abbracci, senza raccattapalle, con le riserve munite di mascherina. E via di questo passo. Ha ragione Fabrizio Bocca su “Repubblica” quando, vedendo Borussia Dortmund-Schalke 04, ha parlato di “calcio senza anima” e “partita di plastica”. Ed ancora: “una partita di allenamento camuffata per calcio vero”.

Una posizione condivisa da molti allenatori, tra cui uno dei più grandi, Pep Guardiola: “Se le persone non possono venire allo stadio, non ha senso giocare. Faremo ciò che ci dicono, ma non mi piacerebbe giocare senza pubblico né in Champions né in Premier League”.

Emblematico anche il comunicato firmato da 360 gruppi ultrà di tifoserie internazionali, soprattutto spagnole, francesi e tedesche, come riporta l’Agi. “I governi hanno dichiarato il lockdown totale, tutelando così la cosa più preziosa che abbiamo: la salute pubblica. Riteniamo più che ragionevole lo stop assoluto del calcio europeo. Invece chi lo gestisce ha espresso un solo obiettivo: ripartire. Siamo fermamente convinti che scenderebbero in campo solo ed esclusivamente gli interessi economici. Lo conferma il fatto che i campionati dovrebbero ripartire a porte chiuse, senza il cuore pulsante di questo sport popolare: i tifosi”.

Il calcio tedesco è stato il primo a riaprire. Ma la Germania – i numeri dei decessi lo confermano – ha affrontato la pandemia in modo diverso. La tradizionale organizzazione impeccabile, ciò che è mancato nel nostro Paese. Loro meno di ottomila decessi in tutto il Paese, noi oltre 15mila nella sola Lombardia (forse il doppio, secondo alcuni studi qualificati). E se è vero che il clima è una componente importante, forse il nostro Mezzogiorno è stato graziato anche da questo. Altrimenti sarebbe stata ecatombe.

Il problema non sono le partite. Il vero nodo potrebbero essere gli assembramenti di persone nel seguirle. Perché accrescere il rischio della fase 2 quando già a fine agosto potrebbe ripartire il nuovo campionato, sperando in numeri dell’epidemia più clementi?

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