Molise, sempre più “nostalgici” dell’Abruzzo

Scanno (L’Aquila)

L’idea non è nuova, ma negli ultimi tempi sta trovando sempre più sostenitori. In sostanza si propone un ritorno del “figliol prodigo” nella terra d’origine. Cioè il Molise, amministrativamente parlando, potrebbe ritornare con l’Abruzzo proprio quasi alla vigilia dei sessant’anni da quel “divorzio”.

I “separatisti” inizialmente erano concentrati soprattutto nell’Alto Molise, zona di Agnone e dintorni. Lì, in realtà, si propone altro: non solo l’annessione all’Abruzzo, ma anche una maggiore coesione tra quell’area del Molise “settentrionale” con il Basso Abruzzo, realtà omogenea da un punto di vista soprattutto ambientale, ma in fondo anche storico. Tra gli “storici” sostenitori di ciò, c’è Enzo Delli Quadri di Agnone, dirigente in pensione (ha lavorato a Roma presso l’Enea), il quale più volte ha spiegato la sua posizione nel corso di numerose interviste.

Ora un altro fronte “annessionista” s’è aperto lungo la costa. Motivo? L’area di Termoli, l’unica demograficamente in crescita, secondo le accuse sarebbe quella meno rappresentata in Regione. Ecco, allora, che si moltiplicano le voce favorevoli al “ritorno” con l’Abruzzo.

In sostanza c’è chi vede la costituzione della Regione Molise nel 1963 come un’occasione ormai persa, visti i deludenti risultati in termini di visibilità (il Molise resta ultimo per flussi turistici) e soprattutto economici. Si evidenzia come l’istituzione della Regione giovi principalmente ai consiglieri regionali, grazie ai lauti stipendi. Inoltre ciò ha moltiplicato i centri di spesa, con benefici per pochi e servizi pubblici scadenti per molti. L’assistenzialismo di questi decenni, specie imbottendo di personale gli uffici pubblici, ha creato un danno alla propensione a fare impresa: per cui, chiusi i rubinetti pubblici, l’alternativa è la ripresa dell’emigrazione.

I dati demografici, i più emblematici per leggere le tendenze, sono impietosi: il Molise dal censimento del 1951, quando era abitato da 407mila residenti, sta ormai scendendo sotto quota 300mila. Un esodo con pochi paragoni. Dagli anni Novanta il calo demografico è costante, oggi ulteriormente accentuato.

Tutto ciò è sufficiente per auspicare un ritorno con l’Abruzzo? Analizzando i risultati di questi quasi 60 anni, la tentazione è quella di rispondere “sì”. Gli errori da parte della politica locale sono stati tanti e clamorosi, ad esempio con i flussi di risorse pubbliche per tenere in piedi “baracconi” improduttivi. Con l’esito di non avere più uno straccio di rilevante insediamento industriale in tutta la regione, salvo pochissime eccezioni. E di avere decine e decine di paesi ormai fantasma, con poche decine di abitanti.

Conosciamo, poi, tutti lo stato delle infrastrutture: perché sperare nell’attivazione di flussi turistici quando oggi infrastrutture e servizi esporterebbero solo un’immagine negativa del territorio? Ci sono poi gli altri problemi che i molisani che vivono in regione conoscono bene, come l’assenza di politiche sociali degne di questo nome, disinteresse per i tanti lavoratori “vittime” di industrie progressivamente smantellate, impoverimento della sanità pubblica e persino disinteresse per il livello di inquinamento con aree – impensabile per il Molise di cinquant’anni fa – persino da bonificare.

Passare con l’Abruzzo, consigliano i favorevoli, risponderebbe al principio che l’unione fa la forza: un territorio più grande avrebbe certamente più peso rispetto a quello davvero esile che ha il Molise in tutti i tavoli istituzionali. O sul piano mediatico.

L’alternativa potrebbe essere quella di rilanciare il “sogno sannita” con la provincia di Benevento e pezzi di altro territorio campano, abruzzese e pugliese. Sebbene tutto è entusiasmante, ma soltanto sulla carta.

Le richieste più “rumorose” riguardo al fronte abruzzese vengono prevalentemente dal territorio basso molisano, rafforzate dalla consapevolezza che questa parte di regione sia stata praticamente abbandonata dalla governance regionale.

I malumori sono più che legittimi. Il voto in massa ai Cinque Stelle (benché ridimensionato quando s’è tornato al voto locale) è stato un campanello d’allarme. I molisani, almeno una parte, pretendono discontinuità in una regione che è invece l’emblema della peggiore conservazione. Tornare ad essere territorio abruzzese-molisano, con il Molise comunque ennesima periferia, servirebbe a qualcosa? E’ soltanto la voglia di cancellare la classe politica molisana, di solito agli ultimi posti in Italia per indici di gradimento? Di certo il Molise è messo veramente male.

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