“Mostri”, il libro di Mancinone sarà presentato a Roma

Dieci capitoli, undici vittime. Le cronache raccontate in questo libro hanno in comune territori dove apparentemente il vivere è quieto e tutto è vicino. E vicini, troppo vicini sono gli assassini: tutti maschi. In comune tra le storie raccolte, indagate e raccontate da Giovanni Mancinone nel suo “Mostri” (Rubbettino) c’è anche un altro elemento. Si poteva evitare. Bastava dire, non nascondere, non aspettare. In alcuni casi, ci sono colpe pubbliche. In tutti, segreti privati, nascosti per la paura di rompere la patina del quieto vivere. I pezzi di cronaca ignorano le differenze tra sud e nord, campagne e metropoli, poveri e ricchi, e compongono una unica storia, quella di un Paese nel quale le donne sono infinitamente più forti rispetto a soli pochi decenni fa, ma troppo spesso pagano la loro forza, la loro indipendenza, il loro “no”, con la vita.

Spiega l’autore: “Mostri? E’ un atto di pedagogia civile sulla violenza di genere. Un fenomeno sistemico e non episodico che va combattuto con uno sforzo straordinario di cittadini ed istituzioni. Lo scorso anno al numero antiviolenza 1522, sono giunte 32.430 segnalazioni. Gli autori delle violenze? Mariti, conviventi, ex partner ed ex conviventi. Le vittime, soprattutto donne, spesso si sentono sole e non denunciano perché hanno paura di non essere credute, hanno timore di perdere i figli o sono in difficoltà economica. Queste persone vanno aiutate ed ecco perché, nessuno di noi, di fronte a questi fenomeni, deve girarsi dall’altra parte”.

“I centri antiviolenza e le case protette, seppur in crescita nel numero, sono insufficienti – continua Mancinone. “E insufficienti sono anche i capitoli di spesa previsti nei provvedimenti legislativi che spesso si concludano con la dicitura ‘la norma viene promulgata senza alcun aggravio di spese sul bilancio dello Stato’.

Sulla parità di genere c’è molto da fare. Lo dimostrano i dati diffusi da ASVIS (agenzia indipendente) che dicono che l’Italia nel 2023 è passata dalla 63esima alla 79esima posizione su 143 Paesi presi in esame. Al Festival “Visioni” di Sessa Aurunca, partendo dalle 10 storie vere raccontate nel libro, parlerò di questa tematica ma anche dell’importanza del linguaggio che noi giornalisti, ma anche avvocati, magistrati e forze dell’ordine, utilizziamo per raccontare le storie.

Bisogna cancellare dal vocabolario le espressioni irriguardose. I termini, amore, raptus, follia, gelosia, passione, sembrano tendere ad attenuare la responsabilità di chi commette il reato. Fare attenzione all’uso delle immagini che riducono la donna a mero richiamo sessuale o oggetto del desiderio. E poi ci sono le attenuanti: poveretto, aveva perso il lavoro; vi erano difficoltà economiche; era depresso; si sentiva tradito. Sono termini che vengono di solito pronunciati dagli avvocati nei processi per attenuare la posizione degli imputati ma che non possono essere utilizzati quando si racconta l’uccisione di una donna che paga con la vita la sua indipendenza. Educare alla parità e al rispetto è la prima forma di contrasto alla violenza di genere”.

Articoli correlati