“Molise on the road”, il viaggio della Nuova Ecologia



I viaggi a piedi, o il turismo lento più in generale, sono un po’ come il paradosso di Zenone: esci di casa sentendoti Achille. Andando a visitare luoghi che ti sembrano tartarughe. Di cui capirai tutto in un attimo perchè sono piccoli, circoscritti, semplici.

Poi, passo dopo passo, finisci nel paradosso: ti accorgi che la tartaruga scappa e non la prendi mai. Se poi dobbiamo dirla tutta, e levarci subito il dente, il Molise rende la faccenda ancora più complicata, con tutti i dubbi se esista o meno!
Io sono uscito di casa a inizio gennaio con l’idea di fare un piccolo gioco: il Molise andata e ritorno, da confine a confine, prima a piedi e poi in bicicletta. 
Partenza da Carlantino, paesello sui monti Dauni, inusuale estremità appenninica della lunga Puglia. Arrivo a Torrebruna, piccola città del tartufo che guarda alla valle del Trigno dai monti abruzzesi. In entrambi i casi non più di un paio di ore di cammino dai rispettivi limiti regionali. Ritorno su due ruote, con un itinerario un pò più aperto verso est. Il Molise tagliato proprio nel mezzo, dove stringe i fianchi.
Da Carlantino si scende verso il bacino artificiale della diga di Occhito, sbarramento sul fiume Fortore che segna il confine fra Puglia e Basilicata, fra monti Dauni e i Frentani. Si riprende subito a salire e il colpo d’occhio si fa via via più interessante. A sud la grande piana del Tavoliere coperta di bruma, da cui il Gargano emerge come un sacro e solitario monolite. Girando lo sguardo verso est, ecco il mare e la bella giornata mette in mostra anche le isole Tremiti. Verso nord vedi affacciarsi un nuovo elemento, un nuovo colore: la grande pennellata bianca delle nevi della Majella. Offrono anche un’indicazione di traguardo: è l’Abruzzo, poco oltre la meta. Si continua a girare lo sguardo, verso est e poi di nuovo verso sud, e la corona di monti innevati prosegue: i Monti della Meta, il Matese, i monti del Sannio e della Daunia. Fra il sentiero e questo candido arco di creste c’è un grande silenzio di alta collina, riempito da boschi di querce (lecci e roverelle), seminativi ondulati e piccoli borghi, incastonati a volte fra i pendii a volte sulle cime.

Ritorno a San Giuliano

La prima tappa è la più lunga, sfiora i 30 km, da Carlantino porta a Bonefro, passando per Colletorto e San Giuliano di Puglia. Sono i luoghi del terremoto che 15 anni e qualche mese fa colpì il Molise e la sensibilità di tutto il mondo, portando via 27 bambini e la loro maestra, proprio a San Giuliano.
Non ci si accorge di nulla fino a che la sagoma del paese è ben nitida e allora si nota che di fianco alle solite sagome rossastre di pietra, tegole e mattoni si aggiungono da un lato dell’abitato alcune file di prefabbricati giallini, dall’altro una serie di grossi edifici moderni dai materiali e dalle forme inusuali (almeno per quanto osservato fin lì). Si tratta di un bel palazzetto, una piscina, nuovi spazi scolastici e una nuova urbanizzazione che sono il quotidiano più scontato di chi vive in città o nella “provincia connessa” ma che non troverete quasi mai nell’Italia interna. Lo straordinario architrave ambientale e culturale del nostro stivale dove insieme a tanti servizi, fanno fatica ad arrivare anche molti diritti.
Da qualche anno, anche grazie ad un lungo e paziente lavoro di Legambiente, tanto sul territorio che con le istituzioni, si è finalmente accesa l’attenzione sulla “Piccola grande Italia”. La recente legge sui piccoli comuni, innanzitutto, che è seguita e si affianca alla Strategia nazionale per le aree interne.
Chi però opera in queste realtà e con questi strumenti sa che si tratta di fare battaglie con lance ancora spuntate, essenzialmente per scarsezza di risorse. E allora, tornando a San Giuliano, e a questo suo nuovo e inedito “quartiere dei servizi”, si riflette amaramente se ancora, in certe aree di questo Paese, per nuotare in alta collina o fare sport al chiuso in inverno si debba per forza passare da un terremoto, una tragedia.
Poco più di un’oretta di cammino, con gli ultimi minuti in un fitto bosco, e si arriva a Bonefro. L’obbligatoria birra del viandante è più comoda del solito, la prendo al Pub17 dove poi farò anche cena, pernotto e colazione. Una rivisitazione, condita di diretta Sky, dell’antica tradizione locandiera dell’Appennino. Bonefro, con i suoi 1341 abitanti, sarà la metropoli del viaggio. E ne aveva più del triplo fino a qualche decennio fa.Da Bonefro si procede verso nord, salendo verso il Cerro del Ruccolo. Ancora, da qui, al centro del Molise, si vede la Capitanata, l’adriatico, le montagne abruzzesi. Si scende lungo un dolce e panoramico pendio che fiancheggia l’Oasi della Lipu di Casacalenda e si risale brevemente, con un bel sentiero che porta dritti al borgo. Si continua a scendere e ad osservare l’ampia valle del Biferno con i piccoli comuni incastonati lungo la dorsale nord. Lucito, Castelbottaccio, Lupara… e appena più indietro, Civitacampomarano.
È mentre si procede col passo leggero di questa discesa che nella testa compare l’intuizione geografica di com’è fatto il Molise, compreso fra tre valli, da sud a nord: quelle del Fortore, del Biferno e del Trigno. Fortore e Trigno segnano i confini con Puglia e Abruzzo. E quindi è facile: dal Fortore si sale, si scende ed ecco il Biferno; poi si risale, si riscende e c’è il Trigno. Fine.
Da camminatore ho avuto la fortuna di percorrere in beata solitudine da mezzi a motore la splendida strada Colle D’Ambra, che dal punto di attraversamento del Biferno sale dolce e filante fino alle pendici di Civitacampomarano. Per fortuna dei civitesi, invece, proprio da qualche settimana questa arteria è stata inaugurata e aperta al traffico, risolvendo un isolamento durato anni.

Magia a Civitacampomarano

Il piccolo paese, meno di 400 abitanti, lo si inizia ad avvistare a tre, quattro chilometri di distanza. A quel punto si dismette l’aplomb del pellegrino, la contemplazione quasi distaccata, e ci si lascia travolgere dalla bellezza e dal fascino di questa rocca sospesa fra i boschi, con un borgo e un castello che emergono dalla montagna come enormi ricami. Specie se si proviene da sud, sembra davvero di essere fra le pagine di Tolkien.
Cena e colazione le ho consumate in un curioso quanto accogliente locale, unico bar del paese, gestito da un’austriaca d’adozione: il circolo “Mozart”. Non da meno, per rimandi all’arte, mi è toccato riguardo al pernotto: la “Residenza del Letterato”. Si tratta di alcune camere di proprietà del Comune dove ha abitato di Vincenzo Cuoco, fra le più importanti personalità culturali e politiche del Meridione fra Diciottesimo e Diciannovesimo secolo. A Cuoco è anche intitolata l’attivissima sezione locale della Pro Loco, promotrice di “Cvtà – Street Fest“, il festival di arte urbana.
Sappiamo, ormai, com’è fatto il Molise. Da Civitacampomarano si sale ancora un po’, inoltrandosi nell’oasi naturalistica del Parco Vallemonterosso, e poi la discesa verso l’ultimo fondovalle, quello del Trigno, che segna il confine con l’Abruzzo. Il Molise è una piccola regione di grandi spazi, in cui non si incontra più di qualche manciata di persone. Quando ti soffermi per due parole, magari perchè si è reciprocamente curiosi, uno degli argomenti più frequenti sono i cingiali, a cui fare attenzione. Poi talvolta si passa ai lupi, che stanno pian piano tornando in queste aree e che sembra però siano guardati con più benevolenza, o rispetto.
Ad ogni modo, anche in questo tratto, fra i più boscati e “selvaggi”, così come nei precedenti, non ho avuto alcun incontro con lupi o cinghiali; e la scacciacani che mi sono portato dietro non è mai uscita dallo zaino.Si attraversa il Trigno e, quindi, il confine. Tre valli, tre giorni, e il Molise è già alle spalle. Ancora qualche chilometro fra boschi e torrenti, passando per San Giovanni Lipioni, e si arriva a Torrebruna, terra di splendidi tartufi neri. Qui si può riposare “A la Tavern”, ospiti di Mauro, vero montanaro del Mezzogiorno e cacciatore -fotografico – di aquile e lupi. Per la cena, siccome siamo in Abruzzo, a pochi metri dal b&b preparano gli immancabili ed irresistibili arrosticini.

Risorse preziose

Da Mauro ho lasciato una bicicletta. La inforco dopo un’ottima colazione per tornare in Puglia: 80-90 chilometri, con lunghi tratti in salita, naturalmente, ma pendenze non impossibili. Merita la sosta il santuario di Santa Maria del Canneto, con la chiesa del XII secolo in stile romanico e l’adiacente villa romana, ben musealizzata. Si può percorrere il ritorno in bici anche in due tappe, fermandosi nuovamente a Civitacampomarano o a Casacalenda per un pernotto. Oppure, allungando verso ovest, si può far tappa a Larino, splendida cittadina ricca di storia.
Fare turismo lento è come fare geografia sul campo e ti permette di scoprire alcune delle risorse più pregiate per i nostri tempi, di cui il Molise è ricchissimo: lo spazio, il silenzio, l’autenticità.
Sorpendentemente è anche ricco di giovani, che iniziano a capire di poter star bene restanto (o tornando) attorno alle proprie radici. Una di loro, Manuela Cardarelli, è presidente di Legambiete Molise (e neo-mamma, auguri!). Con lei abbiamo condiviso molte delle riflessioni che avete letto e da lei ho scoperto che il castello angioino di Civitacampomarano ha ispirato Manzoni per i “Promessi sposi”, che il seme dell’arte urbana ha attecchito meravigliosamente anche a Tufara e che due ragazze hanno salvato e rigenerato Borgotufi con la cucina e l’accoglienza. Il Molise, insomma, una piccola grande scoperta.

(Giovanni Pugliese – La Nuova Ecologia)

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