La ‘schicchera’ che ci salverà



La ‘schicchera’ che ci salverà

Quando ero piccola mia madre Vittoria diceva a me e a mio fratello di stare lontani dalle prese di corrente perché ci saremmo potuti prendere una “schicchera”, che penso nel suo colorito dialetto molisano significhi la scossa. Quando giocavamo vicino alle prese di corrente, la mia genitrice emetteva una sorta di urlo improvviso e contemporaneamente avvertiva di fare attenzione perché sarebbe potuta sopraggiungere la “schicchera”. Spaventandoci, ci distoglieva da quel pericolo. Ricordo che quell’espediente funzionava e la metteva di buonumore: quanto rideva (da sola)….
Così sono cresciuta con il terrore per la corrente elettrica, domandandomi perché tenere dentro casa quella “cosa” così pericolosa, tra l’altro ossessivamente presente in tutte le camere, anche nella camera mia e di mio fratello. Per questo ho preferito sempre giocare con il trenino di legno rispetto a quello elettrico, che costituiva una sorta di must per i bambini degli anni Settanta e Ottanta. Anche la pista elettrica, con quel mito futurista della velocità, non mi ha mai veramente affascinato.
Il progresso, con tutti i suoi dogmi, era invece rappresentato dal contatore elettrico che scattava da solo, facendo molto rumore. Quando ciò avveniva, pensavo che mia madre avesse ragione a dire che quella “cosa” fosse pericolosa e me ne continuavo, appagata, a stare alla larga.
Ora mia madre, divenuta nonna, ripete l’espediente della “schicchera” con i nipoti e gli effetti sono sorprendentemente analoghi. Il trenino dell’Ikea ha ben sostituito i miei vecchi trenini di legno e tiene alla larga le tentazioni di Tav supermoderne ad elettricità. Le tradizionali macchinette meccaniche della polizia spengono sul nascere i sogni di mostri supercopertonati a batteria. Certo, mio figlio ha paura di tutto, anche di accendere i fornelli. Però mai una scossa in vita sua: il sistema sanitario ringrazi anche mia madre.
Il risvolto della medaglia, però, l’ho scoperto a scuola. Sia quando la frequentavo io, sia ora con i miei figli, s’è parlato spesso di energia elettrica con quel termine un po’ burocratico di “attività complementare”. Mi sono innanzitutto imbattuta nei nomi di tanti inventori e mi ricordo ancora oggi le rane di Galvani o le pile di Alessandro Volta, che da mamma mi richiamano più le pentole che non le batterie. Conoscenze rinfrescate con i libri dei figli. Indelebili i ricordi legati alla scoperta dell’invenzione del parafulmine, del telefono e della radio. Ieri nei laboratori si lavorava con strumenti risalenti al dopoguerra, oggi è entrato qualche Led.
C’è insomma voluto tempo per scoprire che l’energia elettrica non è una cosa più o meno inutile e pericolosa, come pensavo. Anzi, ho appreso che tanti compagni delle nostre giornate, dal televisore degli anni Settanta fino ai primi telefonini o ai computer, funzionano proprio grazie a quella cosa tanto complessa che non c’è dato di vedere. Ricordo la rivelazione quando mio padre armeggiava fili di plastica contenenti quelli di rame. O il cacciavite che s’accende se nei fili passa la corrente.
Oggi, dalla scoperta siamo passati alla consapevolezza. A scuola ho assistito alla nobile iniziativa “M’illumino di meno” in occasione dell’anniversario della firma del trattato di Kyoto. Nel corso di questo evento, dopo aver compiuto il gesto simbolico di spegnere le luci e gli apparecchi elettrici non indispensabili, le professoresse ci hanno illustrato i gesti basilari da compiere per risparmiare energia, come l’atto di spegnere le luci quando non servono, di sbrinare spesso il frigorifero, di mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua, di utilizzare l’automobile il meno possibile, di usare bene i termosifoni.
Se prenderemo coscienza che lo spreco è rappresentato da una temeraria “schicchera” per il nostro pianeta, forse acquisiremo la giusta consapevolezza che risparmiare energia è un dovere non solo come cittadini, ma primariamente come esseri umani.

(Maria Di Saverio)

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