Roma, i 90 anni di Padre Tito Amodei



Ferdinando Amodei, più noto come Tito, religioso e scultore di fama internazionale, compie 90 anni. A lungo rettore della Scala Santa, è stato l’ideatore negli anni Settanta della “Sala Uno”, tuttora operativa. Ha studiato all’Accademia con Primo Conti e ha conosciuto Andy Warhol, Mark Rothko e Sebastian Matta.
Molisano di Colli a Volturno, in provincia di Isernia, ha abbracciato giovanissimo la vocazione religiosa dopo aver seguito un corso di esercizi spirituali tenuto dai Padri Passionisti nella sua Colli a Volturno.
Ad Antonio Gnoli del quotidiano “La Repubblica” ha confidato le sue origini: “Sono nato in provincia di Isernia. I miei erano povera gente. Con una piccola masseria e un po’ di terra da cui ricavare lo stretto necessario. Non c’erano molti discorsi, né libri. A parte la Bibbia, in casa circolava un romanzo che mio padre ci leggeva la sera: ‘Dagli Appennini alle Ande’. Papà aveva fatto la terza elementare ma col tempo aveva imparato a leggere. Era orgoglioso quando prendeva tra le sue grandi mani il piccolo libro e con voce incerta iniziava il racconto. A volte si stancava. Dopo una giornata passata nei campi non era facile intrattenere i figli. Ma lo sentiva come un dovere”.
Un infanzia spensierata. Passa il tempo a giocare con il fratello, frequenta senza voglia la scuola, ma all’ora di disegno si dimostra già un genio. “Una volta vidi su un libro il ritratto del Duce e lo riprodussi a mano libera. La maestra restò sorpresa. Intuì che c’era del talento – racconta.
Ma del fascismo ha ricordi stravaganti. “Non ne avevo piena consapevolezza, ma posso dire che furono anni grotteschi. A volte venivamo adunati sulla piazza del comune, e lì da un altoparlante ascoltavamo i discorsi del Duce. Era il 1940, avevo 14 anni, e sentii la dichiarazione di guerra. Mio padre pensò bene di mandarmi in collegio. Un modo per proteggermi, ma la ragione principale è che non ero adatto alla vita dei campi. Ero piccolo e gracile. I miei pensarono di affidarmi a un istituto religioso. L’anno prima, nel 1939, arrivarono a Isernia dei missionari passionisti. Mio padre mi portò dal loro superiore. Che mi visitò come fosse un medico. Ogni tanto scuoteva la testa. Alla fine disse: non possiamo assumerci la responsabilità di prenderlo. Fatelo mangiare bene, curatelo. Ne riparleremo”.
Così, tra il 1940 e il 1943, entra in seminario a Nettuno, dove compie gli studi ginnasiali. Poi l’accesso in noviziato presso il convento dei Passionisti di Monte Argentario, in Toscana, dove assume il nome di Tito. Sono gli anni in cui si avvicina, come autodidatta, alle prime esperienze di scultura, pittura e disegno. Anche se l’embrione è precedente.
“Tutto ha avuto inizio con un segno. Tito la chiama ‘un’epifania’. Aveva sette anni. ‘Mio padre, un contadino, disegnò sul quaderno un asinello. Sul foglio bianco vidi prendere vita una forma. Fu uno sgomento e un’illuminazione'”. E’ quanto racconta Alessandro Feltrami sul quotidiano “Avvenire” dell’8 marzo 2016, che ha voluto festeggiare i novant’anni dell’artista dedicandogli una pagina. Dal padre eredita anche le capacità manuali: il genitore si costruiva da solo gli attrezzi del lavoro contadino.
La formazione di padre Tito continuerà a Firenze. Qui, nel 1950, conosce il pittore Primo Conti, futurista amico di Balla, con cui nasce una duratura amicizia e che diventerà suo maestro all’Accademia di belle arti di Firenze tra il 1953 e il 1957.
“Avevo continuato a disegnare, ma senza un vero progetto – continua con “La Repubblica”. “La cosa importante, in quegli anni, furono gli studi di teologia. E quando mi ritennero pronto venni mandato in un convento di Firenze. Fu qui che incontrai Primo Conti. A un certo punto ebbe una crisi religiosa che lo portò a dipingere soggetti anche sacri. Ammiravo le sue prime realizzazioni, i disegni soprattutto, mentre mi lasciavano indifferente i quadri a sfondo religioso. Ad ogni modo fu grazie a lui che conobbi Ottone Rosai. E Giuseppe Viviani. Per me il più grande incisore italiano, insieme a Morandi, del quale fu allievo. In accademia mi insegnò i segreti di quell’arte”.
Ed ancora “L’ambiente fiorentino si percepiva come l’ombelico del mondo. Il grande innamoramento per le avanguardie aveva lasciato il posto a una specie di populismo che qualcuno chiamò ritorno all’ordine e altri nuovo realismo. Non è che ne fossi così entusiasta. Mi sentivo ai margini di quell’universo e non potevo fare a meno di pensare alla grandezza dell’arte tra la fine dell’Otto e i primi del Novecento”. A chi, in particolare? “Be’, al più grande di tutti, forse, e non vorrei peccare di presunzione: Paul Cézanne. Non ho mai visto nessun artista, come lui, capace di collegare la superfice delle cose alla loro profondità. Merleau-Ponty scrisse in maniera molto originale di questo pittore. Ricordo l’emozione che mi procurò la visita nel suo studio di Aix-en-Provence. Era sulla collina di Lauves. L’atelier di un artista è altrettanto importante che i suoi quadri. Rivela il suo mondo segreto”.
Padre Tito completa gli studi teologici a Roma. L’ordinazione sacerdotale avviene nel 1953, a 27 anni.
“Studiare pittura è importante ma non dà la misura di chi sei – ha dichiarato ancora a “La Repubblica”. “Ti insegna delle tecniche. Ma se dentro hai solo vaghe aspirazioni, quelle tecniche saranno applicate in modo mediocre”.
Negli anni Cinquanta il sacerdote, padre passionista, intraprende l’insegnamento umanistico nei licei della sua congregazione religiosa. Nel contempo comincia a farsi apprezzare come artista, per quanto soprattutto in Toscana: grazie alle prime esposizioni, s’impone al “Premio Costa d’Argento” per due edizioni.
E’ dell’estate del 1960 un episodio della vita di Tito che fornisce a Giorgio Saviane lo spunto per il titolo della raccolta “La donna di legno” del 1979: il piccolo frate molisano rinviene sulla spiaggia di Orbetello un enorme tronco d’albero con cui realizza la sua prima scultura (“Il Grande Nudo”, 1962-1964), nudo di donna stilizzato. Si legge nel racconto: “Sulla spiaggia approdò un tronco di donna. Si torceva ancora non si sapeva per quali spasimi voluttuosi o di morte. Forse si poteva salvarla; le natiche poderose rivolte al cielo, le reni concave da atleta, la forza che emanava dai resti delle cosce spezzate, facevano sperare. […] Un fraticello spuntò dall’orizzonte che l’umidità del mattino restringeva attorno alla tragedia.[…] Chi l’avesse uccisa era dunque un mistero, ma, certo, Tito l’aveva fatta rivivere; il tronco fermato nel suo fremito di morte, la testa più in là, sentimentalmente ricostruita, di prima della tragedia. Mi avvicinai meglio al ritratto: sotto al collo vidi improvvisamente risorgere i segni astratti di una realtà inferiore che violentava la serenità di quel volto per una più accesa dimensione. L’aveva dunque anche uccisa, Tito, piccolo ma onnipotente con il suo segno folle di ricerca e di ansia”.
Racconta l’artista a “La Repubblica”: “Lo realizzai con un tronco che trovai sulla spiaggia di Porto Ercole. Finita l’opera pensai di mandarla alla Quadriennale. Il presidente mi telefonò. Padre, disse, non possiamo accettarla. Immagini cosa direbbe la gente: ma quel nudo lo ha davvero fatto un frate? E pensi allo scandalo. Ero allibito. Farfugliai che in tutti gli anni trascorsi all’accademia avevo fatto innumerevoli prove con i nudi femminili e mai nessuno si era sognato di farmi obiezioni del genere. Lo scrittore Giorgio Saviane venne a sapere della vicenda e scrisse il romanzo La donna di legno”.
Nel 1961, Tito apre un proprio studio a Firenze. Di questo periodo sono le “Deposizioni” sia dipinte sia scolpite in legno o bronzo. Gli estimatori crescono di numero. Nel 1964, alla “Mostra del documentario d’arte” della Biennale di Venezia, viene presentato “Passione di Cristo nell’arte contemporanea”, documentario del 1963 di cui Tito cura la sceneggiatura e la fotografia.
E’ un crescendo. Del 1964 sono le personali a Prato e a Torino e la collettiva a Firenze, grazie alla quale viene inserito nei cataloghi “Scultura italiana contemporanea” del 1965 (a cura di Gabriele Mandel) e “Arte contemporanea italiana” del 1966 (con un testo di Luigi Servolini).
Nel 1966 si trasferisce nell’attuale e affascinante atelier, situato nel cuore del complesso della Scala Santa a Roma, di fronte alla basilica di San Giovanni in Laterano, nei locali che dovevano costituire originariamente la nuova cripta mai completata dell’edificio lateranense. Nell’aprile del 1970 viene inaugurata “Sala Uno”, con annesso teatro, tuttora operanti.
Nel 1974 conosce il pittore cileno Sebastián Matta con cui realizza, a Roma, la mostra “Bella Ciao – Dare alla vita una luce”. Nel 1975 organizza in “Sala Uno” la personale di Fritz Wotruba (“Wotruba e la dimensione sacra”), a pochi mesi dalla morte dello scultore austriaco.
In tutti gli anni Ottanta si succedono le esposizioni di Tito, che ormai ha fama internazionale. Scrive Enrico Crispolti: «Per una decina d’anni, fra i primissimi Settanta e l’esordio degli Ottanta (…) Tito ha lavorato, sempre appunto in legno, su forme simboliche nel rapporto fra superfici ampie e puntualizzazioni di determinanti evidenze segnico-totemiche, ironiche, fantastiche, mitiche (…). Ora ogni simbolismo è invece caduto, in questa sua nuovissima scultura; il segno puro, assoluto, costruendovi nell’iterazione serrata e incalzante la propria struttura affermativa”.
Padre Tito espone in tutto il mondo, da New York a Baghdad. Suo è il tabernacolo nella cappella di Santa Marta in Vaticano, dove risiede Papa Francesco. Sue opere sono a Vienna, Gand, Tel Aviv, Glasgow.
Spiega al quotidiano “Avvenire”: “Che caratteristiche dovrebbe avere un’opera per un luogo di culto? Se le dicessi che deve essere autentica sarei troppo vago. I parroci e i fedeli chiedono che l’immagine sia così o cosà, che rappresenti questo o quello. E’ tuto sbagliato. Alla fine è un problema di forma, non di soggetto”.
Tra le ultime opere, uno straordinario mosaico di 150 metri quadrati per la cripta del Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno e le stazioni per la Via Crucis nei Sassi di Matera. Nel 2006 si è svolta una mostra dedicata alla sua produzione dal 1979 al 2005 presso il Vittoriano a Roma, un omaggio dalla città che l’ha adottato.
Nonostante i novant’anni e la malattia di Parkinson che l’ha colpito ad una mano, Tito è tuttora in attività. Vive sempre nel convento accanto alla Scala Santa, sopra lo studio dove continua a lavorare. “Un mondo indicibile dove Dio entra dalla porta secondaria e assiste silenzioso al farsi delle opere – sussurra.

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