Guardialfiera, le sue campane e la sua Torre Campanaria



Giambattista Masciotta, mai sbiadito intellettuale, è stato redattore di storia poderosa, genetica, umana, culturale, politica riferita ai 136 Comuni del Molise (è stato Potestà a Guardialfiera dal 1929 al 1933). In forza di questa sua funzione, realizzò l’elegante, ampia e comoda scalea che, dal diroccato Palazzo Vescovile, s’innalza verso la Cattedrale. 

Più difficilmente verrà scusato per l’implorazione maldestra, indirizzata nel 1887 alla Musa Camena, affinché gli fosse “larga dispensiera di cetra, per scioglier l’Inno a Guardialfiera, al cielo, al clima, al vasto panorama, ai suoi superbi ruderi”.
Sennonché la sua poetica d’improvviso, scivola a bassa quota con disgustoso gergo, ma anche per quel beffarsi “sul caso non raro di un porco dormir in la magion di Dio” (cioè nella casa del Signore), o per “a l’incrocio di tre travi d’asciutto legno, che appesevi di bronzo son le tre campane”: quelle recuperate dal vecchio campanile fatiscente incassato nell’abside del tempio e abbattuto a metà del XIX secolo.
Nel 1887, l’anno del “carme”, don Donato Caluori è giovane sacerdote ventiseienne. Diventerà Vicario Foraneo, Parroco ed Arciprete a Guardialfiera per 70 anni. E’ turbato dall’effondersi del poetico sarcasmo, ma ne raccoglie la provocazione e se ne fa ragione di vita. Incarica l’architetto Vittorio Romanelli di Napoli per l’ideazione d’una nuova ardita torre campanaria; elegge direttore dei lavori Vincenzo Bucci e maestro capo Francesco Trolio. Ed è subito esplosione di pietra nella nostra cava a Valle Cupa. Un gareggiare di scalpellini a squarciare grandi pareti e sagomare blocchi con gli strumenti rudimentali di allora. Impensabile era in quel tempo pure la motorizzazione. Sicché il trasporto in paese del prodotto elaborato, genera vicissitudini. Serpeggia timore nell’immaginare gli anni della costruzione. Tradimenti, rivalità, miseria, latitanza da parte del potere politico, azioni giudiziarie, fiaccano l’entusiasmo dell’arciprete. Irrompe anche la Grande Guerra! E i giovani sono al fronte. A meno di tre anni, però, seguirà il 4 novembre e, assieme alla proclamazione della vittoria, scoppia l’ordigno nuovo di gioia e di speranze.
Il capolavoro nel 1925 è completo! Configurato con pietra bianca nostra da taglio, squadrata, ticchettata, plasmata, adornata con tipica espressione artigianale e artistica guardiense. Campanile altissimo, imponente, ridente a punta piramidale, stagliante verso il cielo e riflesso, ora, con vista pittoresca nell’azzurro specchio del lago. Altro che quel satirico cantico ispirato da Calliope al pur sempre ammirato studioso kalendino al quale per pentimento e riconciliazione avvenuta il 13 agosto 1932, sul sagrato del tempio al posto delle tre travi, gli sarà conferito la medaglia d’oro, istituita dal Duce per i potestà benemeriti. 
Acuto e diffidente, l’ecclesiastico Caluori aveva precisato con una epigrafe in latino, l’autenticità dell’avventura, quella secondo cui la “sacram turrim” è stata eretta per l’oblazione dei suoi quattrini e per il “populi auxilio”. Ed ora le campane, sciolte dall’incrocio di tre travi, sono ascese su ariose monofore a spargere, dall’alto, la gioia sonora verso i monti, nel fiume, sui capi e sulla gente orante.
Nella sua piacevole monografia “L’Antro di Vulcano”, Gioconda Marinelli scrive d’una grande campana lesionata di Guardialfiera del XVI secolo, rifusa nella fonderia paterna e intronizzata nel nuovo campanile. Oltre a immortalare i nomi dei 36 giovani guardiesi caduti nella Grande Guerra, il campanone di 13 quintali, riproduce, tra fregi decorativi, l’irresistibile “Crux”, bassorilievo tratto dalla vecchia tintinnabula: un crittogramma sinuoso di lettere disposte con sorprendente gusto verso destra, o a sinistra, in direzione orizzontale o verticale, addirittura a zig-zag, di astrusa lettura, finché, individuata la codificazione nella lettera “C” centrale, affiora facilmente l’antifona inneggiante il culto della Croce.
Son questi, stranamente, anche gli unici sacri bronzi nel Molise scampati all’accaparramento dell’ultima Guerra, per essere convertiti in cannoni. L’improvvisa rivolta di popolane, le urla inferocite della folla, l’intervento scaltro suggerito dal sacerdote, ormai anziano, a ragazzotti di piombare per botole traverse dentro la sala campanaria, mettono in fuga, nel luglio 1943, i quattro spaventati requisitori. 
Pasquale Palmiero, titolare dell’Automazione “Campane Molise”, ha ripristinato ora le vecchie melodie del “Laudo Deum verum”. “L’Angelus” all’alba, a mezzogiorno, al tramonto (prescritto con indulgenza da Clemente XII nel 1736). Questo annuncio ècomposto da 13 tocchi di campanone (allusivi numericamente a Gesù insieme ai suoi Apostoli), inizia con tre e chiude con uno, vale a dire con “Dio trino e uno”; nel mezzo quattro tocchi (riferiti agli evangelisti) e poi cinque (le ferite di Cristo sulla croce). “Ventunora”, al vespero, con 33 stoccate, evocano gli anni del Redentore. Palmiero ha pure riattivato il suono del “trapasso”, il momento cioè della morte d’un credente: nove rintocchi lenti e gravi. Nove come i primi venerdì del mese desiderati da Cristo per la salvezza dell’anima e come i mesi di gestazione per una nuova vita. Nobilitato anche il suono a slancio festivo e solenne mediante lo scampanìo d’accompagnamento della campana minore. Due allegre campanelle, infine, squillano al mattino quasi a svegliare di felicità i bimbi ed invitarli a scuola.
“Bella cosa ascoltare il suono delle campane che cantano la gloria del Signore” ha esclamato San Giovanni Paolo II nella Parrocchia di Santa Maria del Rosario in Roma, a ricordo della sua visita alla fonderia Marinelli in Agnone. “Ciascuno di noi porta in se una campana, si chiama cuore. Un cuore che suoni sempre le belle melodie di riconoscenza, di ringraziamento di lode a Dio. E che superi lo sciacquio di odio, di violenza e di ciò che produce il male nel mondo”.

<div class="

Precedente Roma, a San Giovanni si legge "Appioh" Successivo Roma, presentazione del libro di Andrea Cacciavillani