I molisani Taraf de Gadjo al Teatro Valle Occupato



ROMA – “Tutti conosciamo oggi il termine Shoah, quasi nessuno conosce la parola Porrajmos, il nome dato allo sterminio degli zingari. Dobbiamo cominciare a imparare bene la parola Porrajmos, così come dobbiamo conoscere un luogo che si chiama Jasenovac, il campo di sterminio degli ustascia croati, dove furono sterminati verosimilmente decine di migliaia di serbi, di Rom, e di Ebrei. Dobbiamo ricordare tutto questo se vogliamo una memoria vera, profonda, che sia fertile per il futuro dei nostri figli”. Così Moni Ovadia in “Oltre i confini, ebrei e zingari”.
Il termine Porrajmos (in lingua romaní “divoramento”) indica il tentativo di sterminare le comunità rom e sinte durante la seconda guerra mondiale. Al pari della più nota Shoah, il Porrajmos fu deciso sulla base delle teorie razziste che caratterizzavano il nazismo. Non si conosce con accuratezza il numero dei rom e sinti che al 1935 vivevano in Europa, è difficile dire con precisione quante furono le vittime, una recente stima parla di almeno 500mila rom e sinti sterminati.
Migliaia di rom e sinti vennero deportati nei campi di concentramento europei, ma anche italiani, in particolare molisani: da Agnone, Bojano, Vinchiaturo, dalle Tremiti. Una pagina poco nota di storia nazionale e regionale.
I rom furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché “zingari” e secondo l´ideologia nazista “razza inferiore”, indegna di esistere.
I rom erano definiti geneticamente ladri, truffatori, nomadi: la causa della loro pericolosità era nel loro sangue, che precede sempre i comportamenti.
Questo marchio di “infamia”, impresso a sangue sulla pelle di rom, non è finito con il regime hitleriano. Esso perdura ancora oggi in forme diverse e con modalità, solo apparentemente meno cruenti.
Nella città di Roma gli ultimi anni sono stati contraddistinti da più di 400 sgomberi e trasferimenti forzati. In maniera ripetuta si sono registrate violazioni di diritti umani e atti di razzismo istituzionale. Le comunità rom e sinte, spinte ai margini della città, sono stati collocate in spazi segnati dall’emarginazione e dall’isolamento sociale. In alcuni casi le politiche locali, segnate da processi di rifiuto e di rigetto, sono state l’indiretta causa di distruzione e morte.
Domenica 4 marzo, a più di un un anno dalla morte dei 4 fratellini rom arsi vivi nella loro baracca sulla via Appia a Roma, il Teatro Valle Occupato fa memoria di un’ininterrotta storia scritta con l’inchiostro del rifiuto e dell’intolleranza, con l’Associazione 21 luglio e Popica Onlus. Dalle 18 nel foyer: musica, thè, biscotti e tanti ospiti. Saliranno per la prima volta sul palco del Teatro Valle Occupato le comunità Rom e Sinte di Roma e con loro le musiche di Assalti Frontali, i molisani Taraf de Gadjo, Jovica Jovic e i Muzikanti di Balval, le Danze delle “zingare spericolate” Chejà Chelen, il Teatro di Antun Blažević (Tonyzingaro) e Sergio Cizmic, il Cinema di Massimo D’Orzi con un breve estratto del docufilm “Adisa o la storia di Mille anni”, Simonetta Salacone, le video-testimonianze di Erri De Luca e Moni Ovadia. Proiezione del docufilm di Laura Halilovic “Io, la mia famiglia rom e Woody Allen”.
Una serata di condivisione e conoscenza della cultura rom, delle parole, i suoni e i colori di questo popolo, presente e ben inserito anche nel Molise.

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