Perché “Forche Caudine” è con i tassisti in lotta



Perché “Forche Caudine” è con i tassisti in lotta

Non si può accettare passivamente, tanto meno con un’adesione incondizionata, questa visione delle liberalizzazioni quale panacea di ogni male. Abbiamo patito sulla nostra pelle le privatizzazioni di alcuni settori nevralgici della nostra economia: si pensi alle telecomunicazioni o ai servizi postali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: tariffe costantemente rincarate (nonostante l’avvento delle nuove tecnologie dovrebbe presupporre il contrario, ad esempio nei costi telefonici o delle tariffe postali) e servizi sempre più scadenti a fronte di risoluti e drammatici tagli di personale. Non sono mancati, sul fronte della concorrenza, “cartelli” tra le compagnie tesi ad equiparare i prezzi, accertati – talvolta – anche dalle autorità di controllo.
Oggi l’attacco da più fronti verso alcune categorie “garantite”, cioè di fatto a numero chiuso, viene portato avanti nel nome di una liberalizzazione che – secondo i promotori della campagna mediatica – porterebbe all’apertura dei mercati e quindi a maggiori posti di lavoro.
Qui permetteteci di avanzare un dubbio: se il fatturato globale di un settore, cioè la torta, poniamo pesi cento e venga divisa per cento operatori, possiamo indubbiamente aumentare i posti di lavoro offrendola a duecento operatori ma è chiaro che la fetta per ognuno diminuisce. C’è di più: se i nuovi operatori rappresentano la “longa manus” delle solite multinazionali abili ad infilarsi in ogni settore (si pensi proprio alle telecomunicazioni, ma anche a come hanno ridotto l’agricoltura globalizzata), è chiaro che le prospettive per farmacie in franchising o altre diavolerie basate su logiche di alto profitto rappresenterebbero il futuro specie in un Paese come il nostro, dove la parola “controllo” rimane un orpello più da vocabolari che non da uffici preposti alla vigilanza.
Se poi questa torta tende a ridursi ulteriormente, visto il momento di crisi, è chiaro che aumentando i beneficiari andremmo a creare un ulteriore esercito di precari.
Abbiamo poi la prova che aumentare l’offerta non equivale ad accrescere il fatturato. L’esempio lampante ce l’ha offerto la collocazione dei giornali nei supermercati: le vendite sono cresciute di pochissimo, segno che il rapporto con un lavoratore specializzato – in questo caso l’edicolante – è ormai fidelizzato nella cultura quotidiana dei cittadini.
Il problema, inoltre, non è soltanto economico, ma anche qualitativo. Un tempo i servizi, in genere, erano affidati a persone con esperienza, professionalità e motivazione. Ciò più o meno rimane garantito proprio nelle categorie più “chiuse”. Oggi, si pensi nuovamente alle telecomunicazioni o alle poste, molti servizi sono invece “esternalizzati”, cioè affidati a società esterne che il più delle volte operano con personale a tempo determinato, formato in una settimana (quando va bene), per nulla motivato a fare bene in un’azienda dove il turn-over è la regola e un lavoratore neo “assoldato” già sa che andrà via nel giro di qualche settimana. I casi di enormi problemi arrecati nella consegna di corrispondenza, soprattutto di bollette, sono numerosi. A ciò si somma la diffusa adozione di call center, cioè quanto di peggio ci possa essere per fornire un servizio al cittadino, con operatori spesso incompetenti e maleducati.
Questo assalto mediatico ad alcune categorie professionali ci preoccupa. In gioco c’è il Lavoro, quello con la “L” maiuscola. Che non può diventare merce. Sono in atto gravi distorsioni attuate attraverso campagne di vera e propria disinformazione che etichettano come privilegiati o professionisti con anni di studio alle spalle (ad esempio, i farmacisti) o lavoratori, come i tassisti, che hanno scelto un mestiere sulla strada per 365 giorni all’anno, di giorno e di notte, con turni di lavoro lunghissimi, senza la garanzia di un reddito certo, di tredicesima, quattordicesima e liquidazione, senza giorni di ferie o di malattia retribuiti. Una delle professioni più usuranti, come confermano indicatori sanitari accreditati, ma non riconosciuta come tale nel nostro Paese. E con costi di gestione decisamente elevati.
Qui non vogliamo difendere questa o quella categoria. Riteniamo, anzi, che proprio su tali categorie commerciali vadano effettuati i più energici controlli fiscali. Ma la morale, tanto sbandierata, che privatizzare equivale a garantire tariffe più eque e servizi più efficienti, la rimandiamo decisamente al mittente.
Per tali motivi la nostra associazione “Forche Caudine”, storico circolo della comunità molisana a Roma (che include anche circa 1.500 tassisti molisani originari di Bagnoli del Trigno, Salcito, Pietracupa, Trivento, Agnone, ecc.), è a fianco dei conduttori di auto pubbliche, esprimento piena solidarietà anche per le prossime manifestazioni.

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