Giuseppe De Rita a “Repubblica”: “No a studi inutili, imparare in fabbrica”



ROMA – Basta corsi di specializzazione, basta master, basta studiare cose inutili. Serve un Grande piano nazionale per la formazione sul posto di lavoro, finanziato con soldi pubblici, per uscire dalla precarietà e per riportare i giovani anche al lavoro manuale. Lo dice Giuseppe De Rita, sociologo, fondatore del Censis, in un’intervista al quotidiano “La Repubblica” pubblicata lo scorso 18 aprile. “Nel 1977 il Censis fece la prima ricerca, finanziata dal ministero degli Esteri, sugli immigrati in Italia – racconta De Rita. “E lo dicemmo allora: ci sono lavori che gli italiani lasciano agli immigrati. Sono i panettieri in Lombardia e in Veneto, i fonderisti in Emilia-Romagna. Sono i raccoglitori di pomodori nelle pianure e i lavoratori domestici nelle metropoli. Da allora il fenomeno è diventato di massa. C’è stata una divaricazione nel mercato del lavoro: da una parte i nostri giovani hanno imboccato la strada della scolarizzazione progressiva; dall’altra gli immigrati che hanno coperto i buchi lasciati liberi. I nostri giovani sono stati colpiti dalla maledizione/benedizione della scuola. Gli abbiamo detto: investi in istruzione che il lavoro verrà. Abbiamo pompato frequenze e titoli di studio. Colpa della liberalizzazione degli accessi universitari. Colpa del ’68 ma anche dei ragazzi e delle famiglie per i quali il titolo di studio è simbolo di status”.
Il fondatore del Censis non ha dubbi: è inutile perdere tempo a scuola se si studiano cose che non servono. “Abbiamo sacrificato gli istituti tecnici, quando l’Italia si è costruita su di loro – spiega il sociologo. “Che ce ne facciamo dei diplomati generici? E dei corsi di laurea che non hanno alcuna ragione d’essere? La strategia della scolarizzazione ad oltranza è la stessa che ha portato i giovani nordafricani alla rivolta per la democrazia. Da noi, però, conduce solo al galleggiamento continuo finché ci saranno i pochi soldi dei nonni e dei padri. Abbiamo costruito un monumento al generico rifiutando ideologicamente la formazione finalizzata al lavoro. Così la ragazza che si è prima diplomata e poi si è presa la laurea triennale in Scienze delle comunicazioni si aspetta il lavoro mentre è destinata alla frustrazione e alla precarietà”.
De Rita insiste: “Il precario è una persona che ha un tipo di formazione che mal si adatta al lavoro. Ma chi se lo prende un diplomato al liceo classico con una laurea triennale?”.
La ricetta per il sociologo romano d’origine molisana? La formazione sul posto di lavoro.
“Serve un grande piano nazionale per formare sul lavoro i giovani – suggerisce De Rita – servono risorse pubbliche per incentivare i piccoli imprenditori a prendersi i precari e formarli. Il miracolo italiano dal ’45 al ’90 l’ha fatto gente che si è formata sul posto di lavoro. Dobbiamo smetterla di parlare di lavoro come un mito irraggiungibile. Il lavoro è questo e non anni di istruzione. La crisi ci ha imposto un bagno nella realtà”.

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