Molise: polemiche per accostamento tra Statuto Albertino e Costituzione



ISERNIA – In questi giorni ai giovani studenti molisani, sotto il Patrocinio della Regione Molise, viene distribuito un opuscolo contenente lo Statuto Albertino e la Costituzione Italiana.
La finalità dovrebbe essere quella di evidenziare la continuità “unitaria” delle due Carte.
Si tratta di un’operazione improponibile stante la radicale conflittualità fra l’una e l’altra.
Lo Statuto Albertino era la Costituzione dello Stato Sardo-Piemontese che fu imposta alle popolazioni meridionali col preciso e dichiarato scopo di formalizzare l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. L’annessione e non l’unità!, come del resto bene evidenziato nel modulo del falso plebiscito del ’60.
Dal 17 marzo del 1861 al 22 dicembre del 1947, la già precaria e problematica unità d’Italia fu marchiata da questo atto di sfregio alla dignità dei vinti popoli meridionali.
Nessuno, mai, si degnò di consultare quelli che il vincitore Enrico Cialdini definiva “beduini africani”: noi terroni.
La imposero.
Passò quasi un secolo prima che, per la prima volta, gli italiani di Terronia diventassero protagonisti della loro Storia e della loro vicenda politico istituzionale.
La Costituzione del ’47 fu il frutto della corale e consapevole manifestazione di volontà di tutti gli italiani, ricchi e poveri, atei e credenti, monarchici e repubblicani, piemontesi e siciliani.
Lo Statuto Albertino fu il simbolo della nascente sudditanza del Sud al Nord del Paese.
I Padri Costituenti decretarono l’unità d’Italia e la pari dignità di tutti i popoli della Penisola, compresi i terroni; il franco piemontese Cavour, imponendo, con la forza dei vincitori, lo Statuto Albertino, lanciò agli stranieri di Terronia il suo monito: vae victis!
Per rendere ancor più plastica la rappresentazione dello stato di asservimento dei popoli di Terronia allo Stato Sabaudo, Cavour impose a Vittorio Emanuele II di continuare ad appellarsi con quello stesso nome, quello che lo designava come Re di Sardegna. Il monito fu esplicito: nessuna discontinuità con lo Stato Sabaudo e l’Italia unita altro non è se non il Grande Piemonte Allargato.
Imposero, senza consultare i meridionali vinti, il vessillo tricolore che era la loro bandiera, la bandiera dello Stato di Sardegna. Non si degnarono di consultarci, allo scopo di elaborare un nuovo simbolo che contemplasse anche le nostre esigenze, le nostre sensibilità, la nostra storia, la nostra cultura.
Quale ulteriore segno di dispregio della nostra dignità, imposero che la Legislatura che battezzava la nascita dell’Italia unita fosse l’VIII e non la I. La precedente, quella dello Stato di Sardegna, era infatti la VII!
E con questo atto i vincitori franco piemontesi conclamarono la loro vera ed unica vocazione: quella di colonizzare il Sud.
E infine, il francopiemontese Cavour, nell’assoluto disprezzo della nostra lingua, la lingua italiana, quella, per intenderci, nata con la carta di Capua!, quella che, sola, in quel Parlamento nazional padano poteva rappresentare un minimo di collante unitario, rivolgendosi all’Assemblea, così incoronò il suo sovrano: “Je salue Victor-Emmanuel deuxième, Roi d’Italie”. Italie!, non Italia.
L’accostamento dello Statuto Albertino alla Costituzione Italiana è un insulto ai martiri della Resistenza, ma anche ai martiri di Terronia che furono massacrati negli anni ’60 del XIX Secolo dall’esercito piemontese, ed offende i meridionali tutti.

Antonio Grano

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