LIBRI/ La radio e la politica: l’indagine di Barbara Laurenzi



Lo stretto e incessante rapporto tra potere e mezzo radiofonico, tra partiti ed etere, tra governi e “audio della ribalta”. E’ l’oggetto di questo agile ma approfondito testo di Barbara Laurenzi.
La giovane giornalista romana, indagando “sull’impossibilità di separare la politica dalle parole”, per citare Gianpietro Mazzoleni, fa emergere ottant’anni di storia e costume del Belpaese. Scanditi da un uso ben programmato, a volte persino spregiudicato, dell’invenzione di Guglielmo Marconi.
La radio, in Italia, nasce nel 1924. E cresce alimentata dalla retorica e dal paternalismo fascisti. E’ la “tv di Mussolini”, prendendo a prestito una felice definizione di Mario Verdegiglio. “Fa leggere anche chi non sa leggere”. Il regime ne sfrutta appieno le virtù pedagogiche e propagandistiche.
Quale efficace mezzo di comunicazione (e di mobilitazione) di massa – raggiunge un milione di apparecchi nel 1937 – viene quindi utilizzata per amplificare le azioni e i discorsi del leader, per celebrare le tematiche del regime (si pensi, ad esempio, alla costituzione dell’Ente radio rurale nel 1933 per “esaltare la vanga” o alle radiocronache sportive), per forgiare le nuove generazioni, per sostenere le proficue pratiche di ascolto collettivo. Ma soprattutto per trasfigurare la realtà in forma di mito. Basilare il ruolo informativo nel periodo della guerra: esemplari, in tal senso, le cronache di uno dei più noti giornalisti dell’epoca, Mario Appelius, intriso di stile enfatico e prolisso (celebre la sua “Dio stramaledica gli inglesi”).
Chiusa la parentesi fascista, nella radio “democraticizzata” nascono le tribune elettorali. Ma la crescente supremazia della televisione la relega a strumento di rincalzo, spesso soffocato dall’onnipresente censura morale. E’ il “rassicurante” asse democristiano Fanfani-Bernabei a caratterizzare tre lustri di Rai tra gli anni Sessanta e Settanta, fino ai fermenti post-sessantotto, alla riforma del 1975, ai programmi di Arbore e Boncompagni, alla nascita delle radio libere che accompagnano l’affermazione della diretta, dell’interattività, del telefono, della politica come partecipazione e movimentismo sociale.
L’autrice ripercorre queste vicende, incastonate nell’identikit del nostro Paese. E lo fa attraverso la guida del messaggio politico diffuso dal mezzo radiofonico nel succedersi delle fasi storiche. Soffermandosi, in particolare, sui drammatici giorni del rapimento Moro (il libro pubblica un’intervista a Corrado Guerzoni, portavoce del leader democristiano), quando “lo Stato e le Brigate Rosse giocarono anche sul piano mediatico una lotta senza quartiere per la sopravvivenza”, come scrive Marco Frittella nella prefazione.
Seppur con tonalità diverse, una politica sempre più delocalizzata, delegittimata, in perdita di consensi, continua ad aver bisogno di quel “mercato delle idee” offerto dall’etere radiofonico. Esempi di colletarismo e di partisanship sono all’ordine del giorno. Anche perché l’emittenza radiofonica vive nuove esaltanti stagioni come rifugio di credibilità e di moderazione rispetto all’overdose televisiva e alla spettacolarizzazione della politica. La storia della radio, ricca di quei riti e di quei simbolismi oggetto di tante indagini (l’autrice ricorda quelle di Edelman a Lasswell), rincorre, insomma, la somministrazione di retorica e linguaggi della persuasione, perché l’elettore, in fondo, “conosce solo ciò che gli viene raccontato”.
Partiti sull’onda. Quando la politica parla via etere
Barbara Laurenzi, saggio, Italia 2011
116 pp.
Prezzo di copertina € 13,90
Editore: Albatros, 2011
ISBN 9788854123809

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