Il 17 gennaio è Sant’Antonio: ardono falò in tutta Italia



Il 17 gennaio è Sant’Antonio: ardono falò in tutta Italia

ROMA – La notte tra il 16 e il 17 gennaio, cioè tra domenica e lunedì prossimi, in molti centri italiani si rinnovano appuntamenti folkloristici legati alle tradizione, oggi legati alla festa di Sant’Antonio Abate, patrono degli animali.
In Molise, il cuore della tradizione di una festa antichissima, è la celebrazione ultra centenaria di Sant’Antonio Abate, che Pescopennataro (Isernia) usa celebrare il 16 di gennaio, il giorno antecedente rispetto alla ricorrenza calendariale. E così domenica prossima a cominciare dalle 17,30, con un enorme falò al centro della piazza del bel paese dell’Alto Molise, inizieranno i grandi festeggiamenti di “Re fuoche de Sant’Antuone”. Il grande fuoco arderà fino a tarda notte e attorno ad esso ad alimentarlo, tutta la comunità e i tanti visitatori che accorreranno per assistere a questa suggestiva tradizione che sfocia con la degustazione di prelibatezze e prodotti tipici di cui Pescopennataro ne vanta la raffinata produzione. Abbinata alla manifestazione una lotteria con il premio più ambito, quel maialino, che sarà lasciato libero di circolare nella piazza per tutta la serata, fino a quando arriverà il momento dell’estrazione. Vin brulè e canti, scaldati dall’intenso calore del falò, saranno lo scenario naturale di una notte indimenticabile, dal sapore antico, di quelle usanze della gente buona di montagna, degli abitanti di Pescopennataro. Gli stessi che anche quest’anno apriranno le porte del paese ai turisti e a tutti coloro che vorranno vivere da vicino l’emozione della grande notte del fuoco.
Il rito di Sant’Antonio, legato al fuoco, è comune a molti centri della Sardegna. Tra questi merita una citazione il paese di Torpè, 3mila abitanti in provincia di Nuoro. Qui l’evento si chiama “Su Fogulone”, immenso falò preceduto da una spettacolare sfilata di 22 carri allegorici che trasportano fascine di frasche alte anche dieci metri per alimentare il fuoco. Una manifestazione antichissima che resiste da secoli, per alcuni con radici dionisiache o protosarde, in grado di coinvolgere oltre seicento persone solo nella preparazione, come ricorda Carlo Porcedda, cronista dell’Ansa, autore di una recente monografia sulla festa sarda che fonde il rituale civile con quello religioso. “E’ l’unico giorno in cui il fuoco in Sardegna non fa paura – scrive Tonino Oppes del Tg3 Sardegna.
Ogni carro, ornato da fiori e corone di arance, è gestito da una compagnia (“cumpanzia”), formata da una trentina di uomini. I preparativi durano settimane, durante le quali i membri delle compagnie si isolano per giorni nei casolari di campagna, condividendo tra loro progetti e companatico (“su gumbidu”).
Il pomeriggio del 16 gennaio i carri, ornati a festa, sfilano lungo percorsi predefiniti per le vie del paese. I componenti delle compagnie offrono ai forestieri (“sos istranzos”) i dolci tipici della festa (“sos cogoneddos”) preparati nei giorni precedenti dalle donne, nonché il migliore vino locale.
Dopo la sfilata, si svolge la complessa operazione dell’accatastamento delle frasche nello spiazzo antistante la chiesa di Sant’Antonio. Dopo l’ingresso del Santo, si procede all’accensione dell’immenso fuoco. I fedeli, in segno di devozione, fanno tre giri intorno al “fogulone”. Il culmine del rito viene raggiunto quando il parroco benedice il passaggio del drappo (“bandela”), simbolo del comando, affidandolo a colui che avrà il compito, e l’onore, di custodirla per un intero anno.
“L’antichissima manifestazione di Torpé affonda le radici nel periodo neolitico, quando si praticavano culti di tipo naturalistico, testimoniati dal gran numero di “pozzi sacri” e di manufatti raffiguranti la “gran madre” e il “dio toro” – spiega Carlo Dettori. “Il cristianesimo ha fatto proprie queste antiche liturgie, specie dopo le lettere di papa Gregorio Magno nel VI secolo sulla conversione delle popolazioni barbaricine della Sardegna”.
Anche se il progresso ha adeguato alcuni elementi del rito (trattori al posto delle antiche pariglie di buoi e la scomparsa del pericoloso raccolto delle arance da una croce immersa nel fuoco), la manifestazione conserva un’integrità e un fascino ereditati dalle culture primigenie della Sardegna.
“Il rito del Su Fogulone, tipico di una millenaria civiltà contadina, s’inserisce in quell’approccio eticamente equilibrato nel sistema produttivo agricolo nel quale il prodotto non è solo un elemento economico ma il perfetto risultato di fattori naturali, culturali, economici e tecnici – sottolinea Mario Serpillo, presidente dell’Uci, originario di Torpè. “I fattori ambientali e storici costituiscono una qualità intrinseca del prodotto stesso e pertanto fondamentale, proprio perché rappresentano quelle virtù che trasformano un prodotto alimentare in un valore culturale enogastronomico”.
In Puglia il falò prende nome di “Fòcara”. Novoli, in provincia di Lecce, rivendica il più grande falò d’Italia.
La cittadina pugliese si prepara all’evento già dall’inizio di dicembre quando il Comitato Feste Patronali dà ufficialmente il via alla costruzione della “Fòcara” attraverso il coinvolgimento di tutti i cittadini chiamati ad assistere all’evento. La preparazione del falò richiede mesi di lavoro. Raccolti i tralci di vite, si dà il via alla costruzione dell’enorme catasta: per posizionare le fascine, gli uomini del paese, seguendo un’antica tradizione, formano una catena umana passandosi di mano in mano i tralci che daranno vita a quella grandiosa opera di ingegneria che la rende unica in tutto il mondo. Musiche, scenografie e coreografie faranno da sfondo all’evento per tutti giorni di lavorazione che culmineranno con l’accensione del 16 gennaio.
Per l’edizione 2011, tanti gli eventi in programma, dai festeggiamenti civili e religiosi in onore del santo patrono, ai concerti ed agli spettcoli in piazza, ed ancora convegni, dibattiti, workshop, educational tour per giornalisti e tanti altri momenti di approfondimento culturale sul tema della fòcara e delle tradizioni popolari che impongono ormai sempre più Novoli quale luogo di rete della cultura immateriale pugliese (altro appuntamento a Grumo Appula, in provincia di Bari).
Altra importante festa di Sant’Antonio Abate è quella celebrata ogni anno il 17 gennaio a Vietri sul Mare, frazione Molina, in provincia di Salerno. La festa onora il protettore per eccellenza contro le epidemie di certe malattie, sia dell’uomo, sia degli animali. E’ infatti invocato come protettore del bestiame. La tradizione si fa risalire però ai Celti, dove il rituale legato al fuoco come elemento beneaugurante, ad esempio in occasione delle feste di Beltaine e di Imbolc, salutava la fine ormai prossima dell’inverno e il ritorno della bella stagione. Nel salernitano la festa viene definita “‘A vampa ‘e Sant’Antuono” (Il falò di Sant’Antonio), e spesso è collegata agli avvenimenti che aprono ufficialmente il periodo di Carnevale. Nella stessa Salerno, dove la tradizione un tempo era molto viva, si tenta di ripristinarla attraverso eventi promossi in singoli quartieri. Qui la tradizione nasce dalla leggenda secondo la quale Sant’Antonio Abate si fosse recato negli inferi per rubare il fuoco al Diavolo, al fine di permettere agli uomini di riscaldarsi e farne buon uso, riuscendovi con l’utilizzo del suo bastone, incendiandolo sull’estremità superiore.
Anche (e soprattutto) in Lombardia, infine, specie nel territorio circostante Milano, i falò si accendono in prossimità del 17 gennaio. Anche qui il fuoco costituisce uno degli attributi iconografici legati alla figura di Sant’Antonio Abate, al punto che ad alcune patologie caratterizzate da esantemi cutanei viene dato ancora oggi il nome “Fuoco di Sant’Antonio”. La tradizione dei falò è tuttora viva persino in alcuni parchi pubblici di Milano: nel Parco delle Cave e nel Boscoincittà si accompagna abitualmente a canti popolari, danze e alla degustazione di vin brulé. A Linterno fa parte della tradizione il trarre auspici dal movimento della “barba” del santo, ovvero dalla fine sospensione di materiale incandescende che i contadini producono smuovendo con forche da fieno la brace del falò quando la fiamma viva del materiale combustibile si è spenta. Creatività straordinaria della civiltà contadina. Falò anche a Brugherio, Casatenovo, Corbetta, Lissone, Trecate, Usmate e a Varese.
Ma chi era Antonio abate? E’ stato uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì ultracentenario nel 356. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant’Atanasio, che contribuì a farne conoscere l’esempio in tutta la Chiesa.

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