Molise, denuncia illegalità: il calvario di un giornalista



Molise, denuncia illegalità: il calvario di un giornalista

Con il caso di Michele Mignogna, giornalista di Larino (Campobasso) si aggiorna il numero dei cronisti italiani minacciati per le loro inchieste scomode. Un numero già alto, come confermato dall’ultimo Rapporto “Ossigeno” (aggiornato a settembre e disponibile su www.fnsi.it e www.odg.it): sono infatti 78 i casi, con almeno 400 giornalisti coinvolti.
Ma chi è Michele Mignogna? E’ un reporter che scrive per “La Voce del Molise”, collabora con “TLT Molise” e con il sito “primonumero.it”. Qualche mese fa nota uno strano andirivieni di camion nella sua terra. I camion trasportano rifiuti, che sversano senza nessuno scrupolo e rispetto per le leggi nel depuratore di Termoli. Così conduce un’inchiesta in cui scopre che il materiale, più o meno pericoloso, proviene dalla Campania. I fanghi industriali, per l’esattezza, venivano trattati in modo improprio e poi scaricati in mare. Così decide di raccontare tutto il 14 e 15 ottobre sul giornale online “primonumero.it”.
E lì inizia il calvario di Michele: viene bersagliato da sms e lettere minatorie, la sua auto viene presa di mira così lui si rivolge alla polizia. Le minacce tuttavia non riescono a tappargli la bocca, perché continua a pubblicare i risultati della sua inchiesta che, ben presto, viene sostenuta dalla magistratura.
In un’operazione chiamata “Open Gate” i carabinieri effettuano quattro arresti e iscrivono altre 18 persone nel registro degli indagati. Tra gli arrestati c’è Antonio Del Torto, presidente del Cosib (consorzio industriale Valle del Biferno). Tra gli indagati, invece, Michele Iorio, presidente della regione Molise che aveva nominato Del Torto commissario straordinario. A seguito dell’inchiesta inoltre vengono sequestrati due depuratori e due laboratori di analisi (di Campobasso e Chieti).
L’esplosione dell’inchiesta naturalmente infastidisce qualcuno.
A Michele Mignogna il 9 dicembre arrivano altre lettere minatorie. Gli investigatori le ritengono fondate e dispongono nei confronti del giornalista accurate misure di protezione. Attorno a lui scatta immediatamente la solidarietà di esponenti dell’informazione e del mondo politico, anche se sia la società civile che i grandi media hanno praticamente ignorato la vicenda. “Mi rendo conto – ha dichiarato Michele Mignogna – che ci sono zone d’Italia dove le minacce hanno altre valenze. Sicuramente quelle rivolte a me sono riconducibili a qualche folle o invasato che non è d’accordo con il lavoro che faccio. Ma tutto questo accade in una regione di 300 mila abitanti ed io non nascondo che l’inquietudine è tanta, come tanta mi pare la voglia di censurare chi fa il suo lavoro di giornalista, soprattutto chi trova le carte e le rende pubbliche”.
Sorge dunque spontanea una domanda: come mai sempre di più, in questo Paese, chi tenta di vigilare sulla democrazia, denunciando le collusioni tra criminalità organizzata e potere, viene lasciato solo?

Davide Falcioni
(inviatospeciale.com)

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