“Sole 24 Ore”: Pascale firma un bel pezzo sul Molise



ROMA – Nell’ambito di “150 anni di Italia / Sui sentieri interrotti dell’unificazione”, Antonio Pascale firma sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” del 26 marzo 2011 un bel pezzo sui tratturi.
Esordisce: “Se si chiede a un campione di italiani quale immagine associa al Molise, una buona percentuale di risposte fluttuerà attorno alla parola tratturo”.
E spiega: “Il tratturo è una strada usata per la transumanza di pecore, capre e vacche e dunque il Molise appare come terra di pastori. Problema. Anche un’altra regione, l’Abruzzo, viene percepita come terra di pastori. Tuttavia, nell’immaginario, i pastori abruzzesi sono più pastori dei molisani (per ragioni credo legate a D’Annunzio)”.
Pascale evidenzia poi come il Molise sia pensato come terra di briganti.
“Sui monti del Matese, il massiccio che divide il Molise dalla Campania, si sono rifugiati, dopo l’Unità, molti briganti, la maggior parte soldati dell’esercito borbonico in rotta – racconta l’articolista. “L’immagine della selva molisana che ospita i briganti è ancora viva, non è difficile trovare ancora oggi saghe, feste e convegni dedicati al brigantaggio, qualcuno di questi è organizzato dai neoborbonici, movimento simile a quello leghista. Questo fa pensare che non solo in Molise, ma in Italia, le parole “comune” o “unitario”, sono ancora deboli. Tratturi e briganti – e pastorizia e zampognari – hanno generato un equivoco: il Molise sembra un regione in bilico, non è considerata Sud, nemmeno Centro. È confusa con l’Abruzzo, e non si capisce fino a che punto l’Unità d’Italia abbia inciso sulla regione. L’ha migliorata? Danneggiata?”.
Domande legittime, che vanno al cuore del problema. Pascale si sofferma sul fatto che il Molise è regione sconosciuta. Forse la meno rappresentata d’Italia, poche anche le guide. Racconta: “La maggior parte parlava di Abruzzo e Molise, stavano sempre insieme, come gli Assiro-Babilonesi – in realtà alcuni fonti orali riportano l’esistenza di una splendida e imprendibile guida sul Molise, ma scritta in tedesco: ha venduto in patria 20mila copie, ma non si può, per andare in Molise, imparare prima il tedesco. Se chiedete a un molisano se si sente (antropologicamente) simile a un abruzzese, vi risponderà: no! È tutta un’altra cosa! Si può ricorrere anche alla prova del nove: chiedere a un abruzzese se sente una somiglianza con un molisano. Vi risponderà: no! È tutta un’altra cosa!”.
Come dar torto all’autore del pezzo. La domanda è allora d’obbligo: cos’è il Molise?
“Conviene forse partire da questa considerazione (metaforica): la strada dell’Unità (intesa, d’Italia) in Molise non corre in linea retta, è contorta. In Molise si impongono tracciati ondivaghi, forse perché seguono un’antica matrice, quella dei pascoli. Su questo tracciato originario si devono poi essere con il tempo modellate le strade. Che servono a collegare 136 paesi, vicini e ben visibili in linea d’aria, ma difficili da raggiungere. Quando vi trovate lungo queste strade vi capiterà di notare una cosa: c’è poca gente. Il traffico è ridotto: tolti i fondovalle, lungo le strade molisane, non si incontrano, poi, tante persone. Per me che sono vittima di picchi di asocialità, non incontrare gente è a volte un vantaggio selettivo”.
Poi confessa: “Il Molise è bellissimo. Gli spazi aperti, i paesi incontaminati, le colline coltivate a grano e orzo, le montagne discrete ma massicce, l’estesa faggeta, la fauna e la flora, certi tramonti, quando la luce del sole, ritirandosi colora di viola le montagne, la volta stellare che si illumina d’immenso e ti lascia a bocca aperta, insomma, tutte queste cose donano un senso di pace e beatitudine e stimolano pensieri meravigliosi sul mondo”.
Quindi l’accenno all’emigrazione: “Bisogna essere onesti – ammette Pascale. “Il Molise è così poco abitato e così tipicamente e falsamente raccontato (tratturi e briganti) anche perché in cento anni ha perduto, causa emigrazione, più di un milione di persone. In un secolo i molisani sono emigrati ovunque, in America, Argentina, Canada, in Papuasia. In loco, ne sono rimasti a conti fatti più di 300 mila. Per offrire un metro di paragone basta dire che il quartiere romano dove abito, Monteverde più quello adiacente, Marconi, conta quasi 300mila residenti. È un errore pensare che l’immigrazione sia stata una caratteristica tipica del Sud. Sono emigrati tutti, prima o poi, e non solo dall’Italia. Il responsabile non è da cercare nel processo di unificazione. Tuttavia la sensazione che prova il viaggiatore è questa: i paesi sono rimasti in attesa. La spoliazione continuativa ha bloccato i molisani, ma ha donato a quelli che sono rimasti, tramite rimesse dall’esterno, una specie di vitalizio mensile, che per certi versi ha appagato gli abitanti”.
Quadro perfetto in poche battute. Quindi filosofia pura: “Si può sostenere che i molisani hanno barattato l’appagamento con la rivelazione di sé, delle loro potenzialità? La risposta è duplice. Sì, li ha resi meno inquieti ma anche, in alcuni casi, combattivi, orgogliosi e testardi e innovativi. Solo che è difficile capire la differenza, non puoi seguire una linea retta, bisogna cogliere le sfumature”.
Via con gli esempi, allora.
“A Guardiaregia, un gioiello architettonico, c’è un forno. Tutti dicono che le pizza è buonissima. Ebbene, in tanti anni, sono riuscito ad assaggiarla poche volte (buone), perché spesso è chiuso. Il forno di Guardiaregia potrebbe essere studiato nelle facoltà di Economia. Tutti gli abitanti di Guardiaregia conoscono il fornaio, dunque ordinano il pane. A sua volta il fornaio, che conosce tutti gli abitanti, prepara solo quel quantitativo di pasta che gli hanno ordinato. Gli abitanti prendono il pane dalle sei alle otto, dopo di che il fornaio chiude, quindi io, da turista, non riesco a mangiarmi questa benedetta pizza. E un po’ come la vecchia battuta di Massimo Troisi in Scusate il ritardo. Gaetano usufruisce dell’appartamento del professore, in assenza di quest’ultimo. Gaetano nota che la macchinetta per il caffè è per una persona. Il professore non ha un moka da quattro o da sei. Come fa una persona, si chiede Gaetano, a vivere con una macchinetta da uno? Vuol dire che mai nessun amico verrà a trovarlo. Perché non si compra una macchinetta da sei, così almeno invita qualcuno a casa. Il sistema economico dei paesi molisani funziona un po’ secondo questa teoria: la moka da uno, poca inquietudine, cioè pochi investimenti per il futuro. Le persone interrogate in merito alla questione moka da uno, mi hanno risposto con una parola: arroccamento. Ovvero, quelli che sono rimasti hanno patito una sorta di isolamento culturale e si sono arroccati”.
Tutto giusto, ricorda tanti libri e tesi di laurea scritti – anche un po’ divertendosi – sull’argomento. Ma Pascale, che il Molise conosce bene, va oltre.
“Però, esistono geniali innovatori. Alcuni sono chef. Impegnati a rileggere il modello contadino e a riproporlo. Va bene partiamo dai trattuti ma per arrivare più lontano. Come dire: la modernità ha un cuore antico. Questi chef sono dotati di una speciale vocazione, spesso, come i romantici puri, sono testardi e bizzosi. Uno in particolare. Renato Testa. Se andate nel suo ristorante (Risorta Locanda del Castello, Boiano) dovete prenotare. Dovete prenotare sempre. A me è capitato di essere spinto fuori perché non avevo prenotato. E non c’era nessuno in sala. Bisogna prenotare perché lo chef, è vero, è bizzoso e burbero, non vuole improvvisare e preferisce servire quel particolare tipo di cliente che non va di fretta – e magari a causa della suddetta fretta è vittima dell’immaginario del tratturo”.
Eccezionale chiosa finale: “Il Molise non è più terra di tratturi e briganti, però su queste strade, il processo unitario è percepito con affanno e si cammina ancora sbilenchi, incerti, come a dire: ci prendiamo una nuova pausa o rompiamo gli indugi, sperimentiamo e cambiamo radicalmente strada?”.
Bel pezzo, non c’è che dire.

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