“Ai pastori sardi”, memoria di un’isolano



Ho scritto questi versi prima che la rabbia dei pastori sardi, esasperati dal malgoverno della regione e dalle cariche della polizia, esplodesse nel centro della città in cui sono nato. Ne ho conosciuti di pastori: a Orgosolo, a Oliena, a Fonni, in altri paesi dell’isola. Li ascoltavo raccontare l’asprezza della loro vita solitaria prima di portarli, per un’intervista, davanti alla telecamera. Ma era qualche decennio fa. I pastori non condividono più, come allora, la vita errante del gregge. Come e forse più di tanti altri lavoratori, subiscono invece le conseguenze di una globalizzazione selvaggia di cui anche la pastorizia è vittima per l’importazione massiccia dall’estero di ovini e prodotti derivati.Come gli altri lavoratori hanno dunque la mia solidarietà. Questi versi vogliono solo rendere omaggio alla loro umanità e al ricordo dell’ospitalità che mi offrirono un tempo.
MEMORIA SARDA
Buona la sera quando cala il sole
sulle fatiche del lavoro usato
e dolce suona un’eco alle parole
fra le pietre del borgo
e sul selciato/arranca il gregge all’incalzare
brusco dei cani e al grido del pastore
e torna nelle case un pio rumore
di stoviglie e bicchieri apparecchiati
al vino allegro e “cantadas” d’amore
Che sia memoria o sogno, al petto sale
una consolazione d’ogni male.

(Fernando Cancedda)

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