No alla vivisezione: un dossier per conoscere



Gaspare Serra, studente di giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo, ci ha fatto pervenire un interessante dossier contro la vivisezione, denominato in modo significativo “L’olocausto degli innocenti”.
Il documento è introdotto da una frase del Mahatma Gandhi: “Di tutti i crimini neri che l’uomo commette contro Dio e il Creato, la vivisezione è il più nero”.
Scrive Serra: “Il sonno della ragione generare mostri”, ci insegnano di dipinti di Francisco Goya. Ma il “sonno della scienza”, in particolare, è in grado di generare mostri ancor peggiori. Uno di questi è senza dubbio la “vivisezione”, un brutale rituale che le principali riviste scientifiche mondiali (tra cui “Nature”) definiscono apertamente “cattiva scienza”: un olocausto silenzioso quotidianamente perpetuato in oscuri “laboratori della morte” dove “macellai” (che amano definirsi scienziati…) commettono “crimini impuniti” a danno di milioni di animali innocenti e indifesi, barbaramente e inutilmente sacrificati sull’altare ormai sconsacrato della scienza. Ma può definirsi “scienza” quello che ha tutto l’aspetto di essere una “vergogna per l’umanità”?
Ma cos’è la vivisezione? Spiega Serra: “Per “vivisezione” si intende la sperimentazione scientifica sugli animali da laboratorio, effettuata nel tentativo (quasi sempre inutile, se non controproducente) di testare la tossicità di nuove sostanze o di trasferire all’uomo i risultati di ricerca ottenuti attraverso l’immissione sul mercato di nuovi farmaci.
Cosa avviene, più in concreto, nei laboratori che effettuano la vivisezione?
Nei laboratori inaccessibili delle industrie chimiche o farmaceutiche, delle università, dei centri ospedalieri o dei tanti istituti di ricerca pubblici in cui si effettua la sperimentazione animale, secondo quanto riportato da autorevoli riviste scientifiche (la cui documentazione è reperibile presso la Care o “Cooperation for Animal Rights in Europe”, avente sede a Bra, Cuneo), gli animali possono essere :
– stressati (ad esempio, nel corso di un esperimento, 300 cani sono stati mantenuti costantemente in una posizione stressante e quindi ammazzati con una scarica elettrica al cuore: il tutto per dimostrare che per uccidere un cane stressato occorre meno elettricità);
– privati del sonno (350 gatti sono stati obbligati a stare fino a 70 giorni su un mattone a fior d’acqua, in modo da non potersi addormentare senza rischiare d’annegare: tutto ciò per scoprire che la mancanza di sonno è dannosa per l’equilibrio mentale);
– privati dei genitori (56 scimpanzé sono stati strappati alle loro madri e mantenuti in totale isolamento per 5-8 anni al fine di studiarne il comportamento: alcuni animali, allora, sono impazziti, altri hanno tentato il suicidio, altri ancora continuarono a mordersi e a graffiarsi a sangue);
– fatti impazzire (centinaia di scimmie, completamente immobilizzate per mesi o talvolta anni, sono state fatte impazzire per mezzo di brutali scariche elettriche: ciò affinché manifestassero i sintomi dell’epilessia);
– lesi (350 scimmie Rhesus sono state gettate contro un muro di cemento per controllare gli effetti degli incidenti automobilistici: ciò per scoprire come maggiore è la velocità del veicolo maggiori sono i danni riportati);
– malmenati (un gatto è stato costretto a subire 130 giorni di schiaffi, scossoni, compressioni della coda per mezzo di una morsa e scariche elettriche fino a morire per il dolore: il tutto al fine di studiarne le manifestazioni d’angoscia);
– sottoposti a scariche elettriche (una capra ha subito continue scosse elettriche per condizionarla ad alzare una zampa in risposta a un dato rumore: dopo 4.286 scariche elettriche, l’animale, terrorizzato, non riabbassava più la zampa se non ricevendo un’ulteriore scarica);
– mutilati (a decine di topi sono state amputate le zampe anteriori: ciò per osservare come avrebbero fatto, in tali condizioni, a lavarsi il muso);
– deformati (a una scimmia è stato occluso l’intestino per scoprire fino a che punto si sarebbe gonfiata con i propri escrementi);
– cuciti (numerosi animali sono stati cuciti tra di loro attraverso la pelle per condurre studi sull’uremia);
– congelati (a 10 cani vennero recisi i nervi delle cosce, con successivo congelamento delle zampe: il tutto per verificare se il taglio del nervo simpatico costituiva una protezione contro il congelamento);
– ustionati (15mila animali sono stati ustionati a morte per dimostrare statisticamente gli effetti di un estratto epatico);
– accecati (a vari animali è stato gettato mascara nell’occhio privato delle palpebre per scoprire quanto ne occorresse per determinare danni irreparabili);
– affamati (un gatto è stato tenuto a digiuno fino alla morte al solo fine di scoprire quanto tempo sarebbe stato in grado di sopravvivere);
– resi dipendenti da droghe (alcuni macachi sono stati resi tossicodipendenti da cocaina per studiare gli effetti delle droghe);
– cosparsi di sostanze tossiche o corrosive (6 conigli vivi sono stati cosparsi di sostanze corrosive per scoprire quanto tempo impiegassero a sciogliersi i loro tessuti);
– avvelenati (molti animali sono stati costretti ad ingoiare colle, vernici, pesticidi, disinfettanti o a respirare vapori chimici);
– infettati con virus o batteri (alcune scimmie sono state infettate con l’Hiv);
– indotti ad ammalarsi di tumore (un’inchiesta del 2004 della trasmissione televisiva Report ha documentato come, in un laboratorio americano, cani beagle riportavano la schiena piena di tumori e malformazioni provocate dagli scienziati…);
– decerebrati (alle scimmie marmoset vengono tagliati pezzi di cervello per renderle stupide);
– o persino squartati vivi (14 gatti sono stati spellati vivi per studiare se una somministrazione di adrenalina sarebbe riuscita a evitare l’abbassamento della temperatura corporea).
“Dulcis in fundo”, tanto per aumentare le atroci sofferenze degli animali, generalmente la vivisezione viene effettuata:
a- “senza il ricorso ad alcuna forma di anestesia o analgesia” (solo nel 15% dei casi vengono somministrate sostanze che attenuano il dolore, nonostante esso spesso perduri per giorni, settimane, mesi o finanche anni prima che sopraggiunga la morte, liberatrice);
b- e “devocalizzando gli animali” (non per ragioni scientifiche ma semplicemente per non “stressare” i vivisettori con le urla di strazio delle malcapitate cavie animali).
Come definire tutto questo, dunque, se non una forma di inumano “sadismo nazista”?
Scrive Albert Einstein: “Vivisezione? Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni”.
Serra ricostruisce una storia delle vivisezioni. “Se il padre della medicina tradizionale è Ippocrate (IV sec. a.c.), ideatore dell’osservazione clinica, il padre della vivisezione, invece, è un altro famoso medico dell’antichità: Galeno (129-200 d.C.), ideatore dello studio accurato del corpo umano tramite le autopsie. Non potendo più dissezionare cadaveri umani, dopo che la Chiesa decise di vietarne le autopsie, Galeno ricorse allora agli animali, dando inizio alla storia della vivisezione. Autore di oltre cinquecento trattati di medicina, Galeno avanzò numerose teorie sul funzionamento del corpo umano “combinando” i dati fisiologici animali con quelli umani. Le sue conclusioni, però, furono nei secoli ampiamente “smentite”, risultando errate proprio a causa della metodologia di base adoperata: la sperimentazione animale.
Molti secoli dopo Galeno, l’anatomista Andrea Vesalio (1514-64) riprese a dissezionare i corpi umani. Sulla base di tali studi, egli fondò l’anatomia descrittiva del corpo umano e dissacrò molte delle speculazioni di Galeno.
Da allora, la dissezione umana tornò ad essere praticata nelle scuole mediche più prestigiose d’Europa, rivelando la maggior parte delle conoscenze sul corpo umano ad oggi acquisite.
A confermare le critiche antivivisezioniste sarà, tre secoli dopo, il noto naturalista inglese Charles Darwin (1809-1892), che, nell’opera “Sulla origine delle Specie” (1859) pose le basi della rivoluzionaria teoria evoluzionistica. Secondo il darwinismo la specie umana non costituisce la meta verso cui tutte le altre specie tendono in una lunga e lenta evoluzione, essendo piuttosto tutte le specie animali ugualmente all’apice dell’evoluzione. Il fatto che gli animali non sono le “brutte copie” dell’uomo, allora, rende gli stessi “inadatti” per la ricerca scientifica applicata agli umani.
Nel frattempo, a convalidare le teorie antivivisezioniste contribuì l’invenzione del microscopio moderno, ad opera di Joseph Lister (1828). Esso, infatti, contribuì alla scoperta delle cellule, che fu di fondamentale importanza nell’argomentare contro la sperimentazione animale: gli scienziati, infatti, poterono constatare molte “differenze” tra le cellule umane e quelle di altre specie (e perfino tra le cellule di individui di razza diversa nell’ambito della stessa specie). Fu così chiaro come, anche se presentano caratteristiche comuni, le cellule delle varie specie animali sono differenti e reagiscono in modo diverso alle malattie e alle terapie: proprio queste differenze rendono i risultati della sperimentazione animale “inapplicabili” agli esseri umani.
A metà del XIX secolo, un medico francese, Claude Bernard (1813-78), ripropose la validità della sperimentazione animale. Nel libro “Introduzione allo Studio della Medicina Sperimentale” (1865), Bernard:
– profetizzava che grazie alla sperimentazione animale si sarebbero potute guarire molte più persone di quanto non si potesse fare con l’osservazione clinica;
– e sosteneva che gli effetti dei medicinali e delle sostanze tossiche erano gli stessi sia sull’uomo che sugli animali, ossia che una malattia che non fosse riproducibile negli animali non potesse esistere nell’uomo (assioma oggi dimostratosi del tutto infondato).
Nel 1875, però, proprio uno degli studenti di Bernard, il dr. George Hoggan, fondò la prima società
antivivisezionista inglese: la “Victorian Street Society”: dopo quattro anni di esperimenti sugli animali, infatti, egli era giunto alla conclusione che nessuno di quegli esperimenti era “giustificabile” o “necessario”.
Il batteriologo tedesco Robert Koch (1834-1911) confermerà, circa un secolo dopo, l’autocritica di Hoggan, affermando, dopo aver effettuato diversi esperimenti sugli animali, che la sua esperienza lo aveva convinto che quando un agente patogeno di una certa malattia è inoculato negli animali la risposta dipende dalla specie: un esperimento su un animale, dunque, non dà alcuna “indicazione utile” sul risultato dello stesso esperimento su un essere umano.
In particolare, Koch:
– usando tessuti umani infetti dal colera, osservò che i topi bianchi non contraevano la malattia (e nemmeno su altri animali riuscì mai a riprodurre qualcosa di simile al colera);
– e usando gli animali nel tentativo di sviluppare un vaccino contro la tubercolosi, scoprì come gli effetti del vaccino si dimostrarono nocivi per l’uomo.
Nonostante tutto, agli inizi del ‘900 la sperimentazione animale venne definitivamente accettata dalla comunità scientifica.
Il motivo? Un evento tragico combinato con una sfortunata coincidenza:
– l’evento tragico fu l’immissione in commercio negli Stati Uniti (nel 1937) di un nuovo antibiotico (non precedentemente testato sugli animali) contenente il diethilene glycol, sostanza che risultò letale per ben 107 persone;
– la coincidenza, invece, fu che gli scienziati, somministrando lo stesso farmaco ad alcuni animali, scoprirono che anch’essi subivano conseguenze letali: il che venne frettolosamente interpretato come la prova madre che tutte le specie animali reagiscono allo stesso modo alle sostanze chimiche.
Dopo questi fatti, nel 1938 il Congresso americano approvò una legge che impegnava le case farmaceutiche a testare sugli animali la sicurezza dei propri prodotti, rendendo di fatto “obbligatoria” la vivisezione per i nuovi farmaci e sostanze. Da allora (ai nostri giorni), il “test di tossicità” più utilizzato fu quello dell’LD50 (o “Lethal Dose Fifty Percent”): dosi crescenti della sostanza chimica o del farmaco da testare vengono somministrate agli animali da laboratorio, fino a
quando il 50% dei soggetti sperimentati non muore; questo dosaggio, appunto, è designato “LD50”.
La vivisezione produce più “vittime”. Ricorda Serra: “Cani, gatti, primati, cavalli, ratti, topi, mucche, maiali, pecore, piccioni, furetti, rettili, pesci, uccelli: sono moltissime le specie animali utilizzate in laboratorio (il più delle volte provenienti da allevamenti, altre volte catturate in natura…). Gli animali in assoluto più utilizzati, però, sono i roditori (topi e ratti). Il motivo? Essenzialmente pratico ed economico: sono piccoli, facilmente gestibili, costano poco e la loro breve durata di vita (2-3 anni) permette di studiare in breve tempo lo sviluppo delle malattie tumorali in loro indotte. Meno utilizzati, sia pure più simili all’uomo, sono, invece, i primati (al contrario, molto dispendiosi!).
Ma esistono anche “vittime indirette”: gli umani. L’aspetto più drammatico della vivisezione è che tale “rito tribale” non solo “ammazza gli animali” ma, per di più, trasforma, di fatto, in “cavie” noi e i nostri figli.
Nel computo delle vittime della sperimentazione animale, difatti, spesso ci si dimentica delle molte “vittime indirette”: tutti gli esseri umani che ogni anno muoiono per l’assunzione di farmaci preventivamente testati “con successo” sugli animali ma risultati “letali” (o, comunque, “nocivi”) per l’uomo.
La vivisezione, infatti, consente l’immissione sul mercato di farmaci che producono “effetti collaterali” talmente gravi da costituire la “quarta causa di morte” nei Paesi industrializzati!
Per esser precisi:
– in Europa ogni anno perdono la vita circa “200mila persone”;
– in Gran Bretagna ogni anno le reazioni allergiche ai farmaci uccidono più di 10mila persone (100mila negli Stati Uniti);
– in Italia, in soli 11 anni, sono stati ritirati (per “inidoneità” o perché “pericolosi”) oltre “25mila” prodotti farmaceutici la cui validità era stata garantita dalla sperimentazione animale;
– negli Usa, infine, secondo una ricerca del “General Accounting Office” (che, tra il 1976 e il 1985, ha esaminato 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati), il “51%” dei farmaci viene ritirato dal commercio per “gravi effetti collaterali” non riscontrati al momento della sperimentazione animale.
La vivisezione, dunque, è una pratica “mortale” tanto per gli animali che la subiscono quanto per gli esseri umani che ne pagano le conseguenze.
A dimostrarlo in maniera “inequivoca” è la storia dei tanti dolorosi “fallimenti” della sperimentazione animale, di cui di seguito riportiamo solo i più eclatanti:
– negli anni ’50 la talidomide (farmaco prescritto alle donne in gravidanza), nonostante precedentemente testato brillantemente sugli animali, avrebbe provocato la nascita di oltre 10mila bambini focomelici (privi di arti sviluppati: senza gambe o braccia). Fin da subito, dopo la commercializzazione del farmaco nel 1957, il pediatra tedesco Widikund Lenz aveva denunciato una possibile correlazione tra la talidomide ed i crescenti casi di focomelia riscontrati. Nonostante tutto, la talidomide rimase in commercio per ben cinque anni, almeno fino al 1962, quando solo la somministrazione di dosi “massicce” di talidomide sugli animali aveva cagionato anche tra essi alcuni nati focomelici.
– Nel 1978 in Giappone 30mila persone sarebbero state accecate o paralizzate dal cliochinolo, farmaco testato con successo dai vivisettori;
– Nel 1982 l’Opren (antiartritico che non dava effetti tossici nelle scimmie) venne ritirato dal commercio perché avrebbe cagionato 3.500 casi di tossicità e 61 morti;
– Nel 1983 in Gran Bretagna il Flosint (analgesico e antinfiammatorio che aveva dimostrato eccellente tollerabilità nei ratti, nei cani e nelle scimmie) venne ritirato dal commercio perché avrebbe causato 217 casi di tossicità e 8 decessi;
– Nel 1994 il Bactrim (sulfamidico usato con i bambini) è stato accusato di essere responsabile di migliaia di morti in tutto il mondo (113 i casi accertati solo in Inghilterra);
– Il dietilstilbestrolo (antiabortivo garantito dalla sperimentazione animale) avrebbe provocato, per anni, cancro alla mammella alle madri, tumori ai testicoli nei figli e cancro vaginale o uterino nel 95% delle figlie;
– Il Vioxx (antidolorifico prescritto a più di 20 milioni di persone nel mondo) si è scoperto che avrebbe raddoppiato i rischi d’infarto: sarebbe stato la causa della morte o malattia di oltre 140mila americani;
– L’ Hrt o “terapia di sostituzione ormonale”, prescritta a milioni di donne nel mondo (dopo che, testata nelle scimmie, si era scoperto ridurre il rischio di contrarre malattie cardiache e ictus), è risultato, invece, aumentare significativamente tale rischio: nel 2003 la rivista medica “The Lancet” ha stimato che, in 10 anni, l’Hrt avrebbe causato, solo in Gran Bretagna, la bellezza di “20mila casi” di cancro al seno e decine di migliaia di infarti e ictus”.
Ma quali sono i “numeri” della vivisezione?
Serra ci offre una panoramica dettagliata.
Gli animali utilizzati per la ricerca ogni anno sarebbero:
– più di 900 mila in Italia (circa 3.000 ogni giorno);
– circa 12 milioni in Europa (dato relativo al 2005, dunque considerando solo l’Europa a 15 stati membri);
– oltre 2 milioni in Canada;
– circa 17 milioni negli Usa;
– e, in totale, “dai 300 ai 400 milioni” in tutto il mondo!
Per colpa della vivisezione, dunque, vengono sacrificati circa:
– 1 animale ogni 3 secondi in Europa;
– 1 ogni 2 secondi in Giappone;
– ed 1 al secondo negli Usa!
Il Paese che spende di più per finanziare la vivisezione sono gli Stati Uniti; il Paese che utilizza il maggior numero di animali da laboratorio (in rapporto alla popolazione), invece, è la Svizzera.
Secondo un rapporto della Lav, in Italia sono “551” gli stabilimenti autorizzati a fare uso di animali da laboratorio.
Tra questi possiamo citare:
– il “Centro ricerche di Nerviano” (Milano);
– il “Policlinico Gemelli” di Roma;
– l'”Università di Torino”;
– l'”Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri”.
La vivisezione è dunque una pratica sanguinaria e antietica. Il “problema etico”, legato alla sperimentazione animale, è facilmente riassumibile in questi termini:
– è giustificabile che animali indifesi e innocenti vengano deliberatamente catturati, ingabbiati, mortificati, massacrati, accecati, avvelenati, infettati, eviscerati, lasciati morire di fame e di sete, assoggettati alle più indicibili sevizie (il più delle volte senza nemmeno il ricorso all’anestesia), sia pure in nome della scienza?
– E’ “etico” (oltre che necessario, “indispensabile”) sacrificare milioni di animali nel tentativo (il più delle volte “inutile”) di ottenere benefici per l’umanità?
Secondo i vivisettori la risposta è certamente “si”.
Il motivo?
1- La nostra “comune appartenenza di specie” (umana), che ci autorizzerebbe a trattare diversamente gli animali proprio in quanto “non umani”;
2- il (presunto) “maggior valore” dell’uomo, in quanto, tra tutti gli esseri sensienti, quello in assoluto dotato di un maggiore quoziente intellettivo.
Alcune obiezioni, però, sono d’obbligo:
1- l’appartenenza di specie, in sé, è priva di alcun “rilievo morale”;
2- se il valore di un essere dipendesse solo dalle sue capacità mentali (dalla sua razionalità), tale criterio dovrebbe logicamente valere anche per l’uomo stesso, con il rischio, però, di finire col considerare lecito l’utilizzo come cavie di laboratorio anche di quegli esseri umani che non rispondono ai “canoni di superiorità” su indicati (come nel caso dei cerebrolesi o dei disabili mentali).
Cosa differenzia, infatti, l’uso degli animali nella ricerca dalla pratica comune tra i medici nazisti di utilizzare come cavie invalidi, cerebrolesi, zingari ed ebrei?
In realtà, citando le parole del filosofo Jeremy Bentham, dovremmo dire piuttosto: il problema non è “possono ragionare?” né “possono parlare?” ma “possono soffrire?”.
E la risposta a questa domanda è certamente “si”: se un essere animale viene sottoposto a tortura non soffre certamente meno, rispetto a un essere umano, per il solo fatto di non saper parlare o di avere un quoziente intellettivo inferiore.
La vivisezione, allora:
– è un’inutile “barbarie”, figlia dell’ignoranza più comune (grazie alla quale ai più viene ancora fatto credere che si tratti di una pratica moderna e affidabile) e di un’indecente “mercificazione degli animali”;
– è il frutto malato di un arrogate “specismo”, ulteriore dimostrazione di come il “sonno della ragione” possa arrivare a giustificare “crimini senza attenuanti”;
– è una forma di “religione pseudoscientifica”, fondata sui “falsi dogmi” della “superiorità” della specie umana e della “disponibilità” per l’uomo della vita di ogni altra creatura;
– dunque, si dimostra una “falsa scienza”, in nome della quale viene alimentato un inaudito “disprezzo” per la vita degli animali.
Chi denuncia le implicazioni etiche della vivisezione viene normalmente accusato di mero e inutile
“sentimentalismo” nei confronti degli animali (benché, in realtà, sono gli stessi vivisettori a ricorrere spesso a un patetico sentimentalismo per influenzare il giudizio della pubblica opinione, alimentando la logica utilitaristica del “mors tua, vita mea”: “preferireste salvare la vita di un topo o curare la salute di vostro figlio?”, si sente ripetere, ad esempio…).
Ma infliggere “inutili sofferenze” agli animali è qualcosa di contrario ai principi stessi della nostra (presunta) civiltà: una scienza che fa propria la massima “il fine giustifica i mezzi” è una scienza “malata”, che rischia di arrivare a giustificare qualsiasi atrocità.
Gli animali, anche se non sono come noi, “sentono” come noi, “soffrono” come noi, hanno un cuore, provano dei sentimenti, vivono delle emozioni, hanno una “dignità”.
Come possiamo far finta di nulla?
Per i signori vivisettori, che tanto amano definirsi “ricercatori” o “scienziati”, sarebbe più consono l’appellativo di “macellai da laboratorio”, sempre pronti a sporcare di sangue i loro candidi camici bianchi.
Per questo il vivisettore, se non si vuole considerare un “autentico criminale” (pronto a seviziare altre creature per il proprio “tornaconto carrieristico”), non può che considerarsi una persona “frustrata” (un debole che tende a sfogare i propri “impulsi repressi” su povere creature incapaci di difendersi).
Per conoscerne meglio la personalità, del resto, basta rileggersi le considerazioni espresse dal prof. Harlow (uno dei più noti vivisettori di primati nel mondo) in un’intervista concessa al “Pittsburgh Press Roto” (27 ottobre 1974): “La sola cosa di cui mi preoccupo è se le scimmie mostreranno una caratteristica che io possa pubblicare. Non ho mai nessun affetto verso di loro. Gli animali non mi piacciono affatto. Disprezzo i gatti. Odio i cani. Come possono piacervi le scimmie?”.
Sentite le parole del prof. Harlow, verrebbe voglia di rilanciare la “proposta moderata” avanzata dallo scrittore statunitense Derrick Jensen (in un articolo apparso sulla rivista “The Ecologist”, nel 2002): se gli esperimenti di laboratorio sugli esseri viventi sono davvero tanto “necessari”, perché i vivisettori non sacrificano loro stessi in nome della scienza?
E perché non aggiungere alla categoria di individui proponibili per la vivisezione anche i politici (ovviamente coloro che parlano e votano a favore della sperimentazione sugli animali)?
“Data l’importanza di questi esperimenti per l’intera società – scrive, così, Jensen – penso che i politici sarebbero ben lieti di rendere i loro servigi al pubblico in questa maniera. Dopo gli esperimenti, tutti i soggetti verrebbero sacrificati. Comunque questi potrebbero sempre continuare a ripetere che la sperimentazione animale è estremamente importante e la sofferenza solo moderata”.
Perché la vivisezione è “inutile”?
L’aspetto più paradossale della vivisezione è che si tratta di una pratica non solo “inumana” (inaccettabile anche se il sacrificio forzato di un solo animale servisse a salvare molte vite umane) bensì del tutto “inutile”.
“Il problema della vivisezione è che stiamo sperimentando sul genere sbagliato di animali”, sostiene lo scrittore Derrick Jensen.
In nessun altro modo può meglio riassumersi il limite principale della sperimentazione animale.
La questione, difatti, è la seguente: possono gli animali rappresentare un modello sperimentale “valido” ed attendibile per le applicazioni umane?
La risposta è senza dubbi “no”: nessuna specie animale può costituire un valido modello di ricerca per un’altra specie!
L’uomo rimane l’unica vera “cavia” attendibile, dunque, poiché possiamo fidarci solo delle sperimentazioni compiute sull’uomo.
La vivisezione, di conseguenza, non è affatto un metodo affidabile per la diagnosi, lo studio o la cura delle malattie umane, come confermato da numerose e autorevoli pubblicazioni scientifiche (su riviste quali “Scientific American”, “Nature”, “British medical Journal”, “Biologi Italiani” e “Sapere”).
Quali sono, più in dettaglio, le ragioni di ciò?
1) La vivisezione è nata in tempi (Galeno, 129-200 d.c.) in cui si credeva che l’animale fosse un buon modello di laboratorio per l’uomo: studiando l’organismo animale si riteneva possibile capire meglio il funzionamento dell’organismo umano.
Oggi sappiamo, invece, che sono “enormi” le differenze (anatomiche, organiche, biologiche, metaboliche, istologiche, genetiche e psichiche) tra una specie e un’altra.
Tali differenze comportano che:
– le malattie insorgono in maniera variabile in base alla specie animale;
– variabile risulta anche la metabolizzazione e l’eliminazione dei farmaci assunti.
Ogni specie animale, in conclusione, è simile “solo a se stessa”: i risultati di ricerca ottenuti sugli animali, dunque, non sono riproducibili automaticamente sull’uomo.
Claude Reiss, biologo del “Centre National Recherches” (Cnr di Parigi), ha affermato ai microfoni di Report che “è dimostrato in modo assolutamente rigoroso che i cromosomi sono caratteristici di ogni specie tanto che non si possono sposare con quelli di un’altra. Allora, se testiamo un prodotto su due specie differenti, il risultato può essere lo stesso, ma anche opposto. Perciò è inutile fare un esperimento su una specie presa a modello, come un topo o un ratto, perché non è detto che il risultato si possa trasferire sull’uomo: farlo è un po’ come giocare alla roulette russa con la salute. Il che non è accettabile”.
A conferma di queste parole, Stefano Cagno, psichiatra del “Comitato antivivisezionista”, ha aggiunto che “il problema è che, proprio per le differenze che esistono, ci possono essere sostanze tossiche negli animali ma che, invece, sono terapeutiche per gli esseri umani, e sostanze terapeutiche negli animali e che poi si dimostrano tossiche negli esseri umani”.
Qualche esempio?
– Se la penicillina fosse stata testata sulle cavie da laboratorio (nelle quali è talmente tossica da risultare letale) non sarebbe mai stata utilizzata nell’uomo;
– il talidomide, di contro, ha provocato la nascita di 10mila bambini focomelici benché, testato sugli animali, si era dimostrato innocuo.
2) Tutti gli esperimenti sugli animali sono metodologicamente “erronei” per la disparità esistente tra le condizioni “indotte” sperimentalmente e le condizioni “spontanee” che si hanno in natura.
Nei laboratori, difatti, spesso si curano sugli animali patologie:
– indotte artificialmente (dunque, senza alcuna possibilità di analizzare i dati che concernono lo sviluppo spontaneo e naturale di una determinata condizione morbosa);
– solo superficialmente simili a quelle umane.
Come sostenuto da Kenneth Starr, direttore di una commissione australiana sul cancro: “E’ impossibile applicare alla specie umana informazioni ottenute provocando il cancro negli animali”.
Qualche esempio?
Il topo è una specie ampiamente utilizzata per lo studio sul cancro.
Paradossalmente, però, i topi non si ammalano di questa patologia complessa: ragion per cui, essa viene ricreata artificialmente in laboratorio.
Nonostante ciò, i tumori “indotti” nei topi non producono metastasi paragonabili a quelle umane e crescono con velocità superiori rispetto ai cancri naturali (parametro temporale ulteriormente errato perché la durata della vita tra le due specie non è confrontabile). Ciò ha spinto Richard Klausner, direttore dell'”US National Cancer Institute” (Istituto Nazionale per la ricerca sul Cancro degli Stati Uniti), a sostenere che “la storia della ricerca sul cancro è stata una storia di cure del cancro nel topo. Abbiamo curato topi malati di cancro per decenni, ma questo non ha funzionato con gli esseri umani”. A cosa vale, allora, sacrificare ingenti fondi pubblici per far ammalare i topi, curarli e poi, consapevoli dell’inutilità del lavoro svolto, dover “ripartire da zero” con gli esperimenti sull’uomo?
3) Ogni animale da laboratorio:
– non solo è sempre “differente” da ogni altra specie;
– bensì risulta spesso differente persino dai propri stessi simili in libertà.
Ciò perché:
a- non solo le cavie animali sono, di frequente, selezionate e manipolate geneticamente (cercando sperimentalmente di renderle più “simili” all’uomo);
b- bensì basta modificare leggermente le condizioni sperimentali di un esperimento per ottenere risultati completamente diversi!
Qualche esempio?
Nel 1981, il prof. Zbinden pubblicò un articolo in cui dimostrava che i risultati che si ottengono dagli animali dipendono, oltre che dalla specie animale utilizzata, anche dalle condizioni in cui viene effettuato l’esperimento (dal ceppo, dal sesso, dall’età, dalle condizioni di stabulazione, dall’alimentazione, dal rumore, dallo stress dell’animale, ecc.).
I roditori, per esempio, sono animali naturalmente notturni e che tendono a cibarsi durante la notte: basterebbe variare questa condizione naturale per invalidare la sperimentazione.
Ma, in realtà:
I – tutti gli animali da laboratorio (compresi i roditori) vengono costretti a cibarsi di giorno e a vivere in gabbie senza posti dove nascondersi dalla luce, il che è in grado di incidere sul metabolismo degli animali;
II – inoltre, le condizioni di stabulazione contribuiscono a provocare alti livelli di stress negli animali, capaci di interferire non solo a livello psicologico ma anche biologico.
Cosa conferma l'”inutilità” della vivisezione?
PRIMO:
La vivisezione, al contrario di quanto affermano dai suoi fautori, non rappresenta affatto un’alternativa alla sperimentazione umana, bensì soltanto la sua anticamera. La legge, difatti, impone che, prima di commercializzare nuovi farmaci, questi debbano essere obbligatoriamente “sperimentati sugli umani”. Ma, allora, perché sperimentare sugli animali se poi occorre ripetere comunque le stesse ricerche sugli esseri umani?
Sperimentando su varie specie animali, inoltre, si ottengono sempre risultati “discordanti”. Ad esempio, gli effetti tossici della diossina sono stati studiati su molte specie animali: mentre per il porcellino d’India e il ratto questa sostanza è molto tossica, per il criceto è innocua. Come sapere a priori, allora, qual è la specie più simile all’uomo (se l’uomo è più simile al criceto o al porcellino d’India, nel qual caso)? La verità è che noi non potremmo mai saperlo, almeno se non prima di sperimentare la stessa sostanza direttamente sull’uomo.
Ma, allora, qual è l’utilità dei test sugli animali?
SECONDO:
Nonostante ogni anno “12 milioni” di animali vengono utilizzati nei laboratori di ricerca, ben il 90% dei farmaci sperimentati con la vivisezione sono poi “scartati” (non commercializzati) dopo prove cliniche sugli esseri umani. La stragrande maggioranza dei prodotti “innocui” per una specie animale si rilevano, difatti, “nocivi” per l’uomo (o viceversa). Per tal ragione, molti studi dimostrano come i test sugli animali sono meno prognostici del semplice gesto di lanciare in aria una monetina.
Un’indagine ha addirittura dimostrato come i test sugli animali possono predire gli effetti di un farmaco negli esseri umani solo in 6 casi su 114.
Anche prescindendo da questi dati, del resto, come spiegare tutte le “vittime indirette” della vivisezione? Evidentemente la sola sperimentazione che possa verificare inequivocabilmente l’efficacia o la pericolosità di un principio attivo è quella sull’uomo.
TERZO:
Molte delle presunte conquiste della scienza ottenute con la sperimentazione animale sono nate, in realtà, da intuizioni fatte sull’uomo che si è poi tentato di verificare sugli animali (spesso, semmai, ritardando l’acquisizione definitiva di nuove scoperte).
I veri progressi della medicina, dunque, si sono sempre avuti grazie ad osservazioni cliniche, a studi
epidemiologici, all’utilizzo di cellule e tessuti umani coltivati in laboratorio (in vitro), alle simulazioni informatiche, alle indagini sul dna e alle innovazioni tecnologiche (quali l’invenzione del microscopio o dei moderni strumenti di diagnosi, ecc.).
Gli animali, il più delle volte, figurano nelle scoperte solo perché utilizzati in ogni ambito di ricerca, mentre le scoperte scientifiche, di fatto, prescindono da essi.
La dott.ssa Annalaura Stammati, dell’Istituto superiore di sanità (Iss), ha partecipato al “progetto Meic”, grazie al quale ben 15 anni fa si sono testate in vitro una cinquantina di sostanze notoriamente tossiche per l’uomo. Il risultato? Si è dimostrata una maggiore predittività (pari a circa il 20%) delle cellule umane (utilizzate nella “sperimentazione in vitro”) rispetto a quelle animali (sia testate in provetta, ossia senza usare organismi vivi, sia testate ricorrendo alla vivisezione).
Anche in Francia si è sviluppato un altro metodo alternativo alla vivisezione, detto “plus rna”. Claude Reiss, biologo del “Centre National Recherches Paris” (Cnr di Parigi), spiega come, mettendo a contatto i geni di una cellula con una sostanza, noi possiamo capire con precisione se è tossica o meno (a seconda del colore che si attiva). Oltretutto, questo sistema è risultato essere molto rapido (bastano tra le 24 e le 48 ore) nonché molto economico rispetto alla vivisezione.
Se i test di tossicità “alternativi” (come quelli utilizzati all’Iss di Roma o al Cnr di Parigi) assicurano già risultati più attendibili rispetto a quelli sugli animali, costano meno e sono più veloci, perché continuare a sacrificare animali con la vivisezione?
Perché la vivisezione è “pericolosa” (dannosa e controproducente)?
La vivisezione finisce col fornire risultati che “ostacolano” il corso della ricerca, essendo “fuorvianti” nella comprensione della natura delle malattie e della loro prevenzione.
Per colpa dei test sugli animali, difatti, si corre spesso il rischio di scartare a priori sostanze che risultano tossiche nelle cavie ma che tali non sono per l’uomo (e viceversa).
Qualche esempio?
– La scoperta della penicillina (il primo antibiotico al mondo) fu ritardata per più di dieci anni a causa dei risultati ingannevoli degli esperimenti effettuati sui conigli (e tali studi sarebbero stati, probabilmente, accantonati per sempre se l’antibiotico fosse stato testato sui porcellini d’India, su cui la penicillina ha un effetto letale);
– il ritiro dal commercio della talidomide, causa della nascita di più di 10mila bambini focomelici nei primi anni ’60, fu ritardato per ben cinque anni dal fatto che essa risultava sostanzialmente innocua per 10 razze di ratti, 15 di topi, 11 varietà di conigli, 2 razze di cani, 3 varietà di criceto, 8 specie di primati e in altre specie diverse come gatti, armadilli, porcellini d’India, suini e furetti;
– la digitale (farmaco molto importante per la cura di numerosi disturbi cardiaci) venne utilizzata con almeno 10 anni di ritardo perché dannosa per il cane;
– la scoperta della malattia di Addison fu ignorata per trent’anni solo perché i ricercatori non riuscivano a riprodurre gli stessi sintomi della malattia negli animali da laboratorio;
– molte cure per il cancro sono andate perdute perché non avevano alcun effetto sui topi (ad esempio, su 20 preparati noti per non causare cancro negli esseri umani, 19 provocano il cancro nei roditori);
– l’insulina (sostanza indispensabile per i diabetici) provoca malformazioni in galline, topi e conigli;
– il vaiolo e la febbre gialla sono normalmente sconosciute tra gli animali;
– la Novalgina crea sovraeccitamento e perdita di bava nel gatto;
– l’aspirina è teratogena (ossia, causa malformazioni fetali) per i gatti e i topi;
– l’arsenico non è velenoso per la pecora;
– il fumo di sigarette, l’amianto, l’arsenico, il benzene, l’alcool e la lana di vetro sono tutti prodotti che gli studi effettuati sugli animali hanno dimostrato essere sicuri;
– oppure il porcospino può ingoiare, in un solo colpo, tanto oppio quanto un drogato ne può fumare in un mese.
La vivisezione è oltretutto pericolosa perché consente di sperimentare direttamente sull’uomo sostanze che non hanno subito alcun vaglio preventivo (non essendo in alcun modo predittivo per l’uomo il risultato della sperimentazione animale).
Come facciamo, ad esempio, a sapere se un risultato ottenuto su una data specie animale è applicabile all’uomo? La risposta si avrà solo provando la sostanza da sperimentare sull’uomo.
Il risultato di tutto questo, però, è che, solo in Europa, ogni anno perdono la vita circa “200 mila persone” per gli effetti collaterali di nuovi farmaci.
Allora perché continuiamo ad usare gli animali per testare i nuovi farmaci? “Cui prodest”?
Perché, allora, la vivisezione continua ad essere ugualmente praticata?
Il futuro è quello di una ricerca di base “senza animali”, come confermato dal documento finale del “VII Congresso mondiale sulla sperimentazione animale e i metodi alternativi” (2009): “Le nuove tecnologie generano una quantità di conoscenza mai raggiunta né mai individuata fino ad oggi. Ci faranno considerare, in un futuro assai vicino, l’uso degli animali estremamente obsoleto”.
Nonostante tutto, la vivisezione resta la metodologia più usata dalla ricerca medica in tutto il mondo. Perché?
Scrive Hans Ruesch nel libro “Imperatrice nuda” (1976): “non esiste alcun motivo valido, oltre al carrierismo dei ricercatori e al profitto delle case farmaceutiche, per continuare a sperimentare su animali”!
La vivisezione non è praticata per il bene dell’umanità, bensì a beneficio esclusivo di ricercatori “assetati di gloria”: con la vivisezione, infatti, anche chi non ha grandi doti come medico può costruirsi una carriera al chiuso dei laboratori e a danno di malcapitati animali. La conduzione di esperimenti consentirà loro di ottenere nuovi finanziamenti ed allungare la lista delle pubblicazioni scientifiche.
La vivisezione è il “cavallo di Troia” per mezzo del quale farmaci inefficaci e pericolosi (precedentemente testati negli animali ma sulla cui tossicità per gli umani, in realtà, nulla si sa) vengono immessi sul mercato con certificazioni di efficacia e innocuità (o di “non provata” nocività) inaffidabili e privi di alcun valore scientifico.
Il principale motivo per cui le industrie del farmaco investono nella vivisezione è la possibilità che questa offre di dimostrare qualsiasi ipotesi:
– se si vuol dimostrare che una sostanza è innocua, è possibile farlo usando certi animali;
– se si vuol dimostrare che la stessa sostanza è tossica, invece, è possibile farlo ugualmente usando altri animali o altre condizioni di laboratorio!
Le industrie del farmaco, quindi, possono predeterminare i risultati delle proprie ricerche semplicemente scegliendo in modo opportuno sia gli animali da utilizzare che le condizioni ambientali in cui svolgere gli esperimenti.
A dimostrazione di ciò:
– mentre i tossicologi sostengono che roditori e uomini sono così simili da permettere l’utilizzo di questi animali per testare le sostanze chimiche che verranno a contatto con l’uomo;
– i produttori di rodenticidi assicurano che i roditori sono così diversi dall’uomo (e dai suoi animali d’affezione) da offrire la possibilità di preparare veleni altamente specifici.
Testare nuovi farmaci sugli animali, inoltre, costituisce per le multinazionali del farmaco una forma di “rifugio legale”, di sicura tutela giuridica dalla responsabilità civile che ricade sulle stesse ogni qual volta nuovi farmaci immessi in commercio risultano letali o arrecano gravi danni alla salute umana. Le industrie, difatti, in tali casi si difendono sempre in giudizio documentando la rigorosità dei test condotti sugli animali, nei quali non si sono riscontrati effetti collaterali sugli animali!
La sperimentazione animale, infine, è un grande “business”: grandi aziende multinazionali si dedicano all’allevamento e alla vendita di animali per la ricerca (animali portatori di diabete, Alzheimer, Parkinson; predisposti all’insorgenza di tumori o con insufficienza cardiaca indotta; che hanno subito l’asportazione di un rene, della tiroide, della milza…). Un topolino geneticamente modificato portatore di diabete, ad esempio, si può acquistare al costo di 320 euro!
Anche in Italia è stato per lungo tempo attivo, dal lontano 1953, un allevamento emiliano di animali da laboratorio. Dentro l’azienda erano presenti centinaia di beagle, topi, ratti, porcellini d’India, criceti e conigli. Tra i clienti figuravano i maggiori centri di ricerca italiani, ma anche laboratori in Francia, Spagna, Ungheria ed Israele. L’attività del centro è divenuta nota alla pubblica opinione dopo che, nel maggio del 2002, un camion carico di cani beagle detenuti in condizioni pietose e diretto proprio al laboratorio emiliano fu fermato dalla polizia stradale, finendo su tutti i giornali.
Dall’agosto 2002, una nuova legge regionale emiliana (la numero 20 del 2002) aveva previsto che, nel territorio regionale, fossero vietati l’allevamento, l’utilizzo e la cessione (a qualsiasi titolo) di cani e gatti “a fini di sperimentazione”.
Il centro, però, restava comunque autorizzato a proseguire l’allevamento degli altri animali presenti (conigli, topi, criceti e porcellini d’india).
Come se non bastasse, la legge regionale ha avuto vita breve: impugnata dall’allora ministro per i Rapporti con le regioni, Enrico La Loggia (ex Fi, oggi Pdl), ha cessato di essere valida l’11 giugno 2004.
Dal 2004, dunque, l’azienda ha potuto ricominciare nuovamente ad allevare e vendere cani bearle indisturbatamente, alimentando il “business” della vivisezione.
Finalmente, però, dal 27 maggio 2010 l’allevamento pare abbia definitivamente chiuso i suoi cancelli, dopo un accordo per la cessazione dell’attività con il Comune.
Per un'”azienda della morte” che chiude, però, ce né un’altra che ancora prospera in Italia, situata in provincia di Brescia, dedita esclusivamente all’allevamento di cani beagle da laboratorio destinati al mercato estero (essendo, nel nostro Paese, ancora vietata tale pratica su cani e gatti).
L’azienda lombarda può contenere fino a 2.500 cani adulti e “immette in mercato” più di 250 cani ogni mese: cani “nati per morire” e “condannati a soffrire” al chiuso di gabbie.
Dopo la chiusura dell’altro allevamento italiano, è probabile che il centro lombardo aumenti il proprio “giro d’affari”, ampliandosi e diventando uno dei principali allevamenti di cani da vivisezione del mercato europeo.
Da alcuni anni, inoltre, tale azienda è stata acquisita da un colosso americano, tristemente noto in quanto la più grande “fabbrica” di cani da laboratorio al mondo. Tale multinazionale mira ad un piano di espansione e monopolio in questo orribile mercato (in quest’ottica va inquadrato il progetto di ampliamento che prevede la costruzione di altri capannoni per riuscire a contenere fino a “5.000” cani, divenendo il più grande allevamento di cani beagle d’Europa!).
Per un prezzo dai 450 ai 900 euro, si possono comprare cani di tutte le età, inoltre si offrono ai propri clienti “trattamenti chirurgici” su richiesta (quali il taglio delle corde vocali o l’asportazione di alcune ghiandole).
Ecco, dunque, il vero volto della vivisezione: un mercato delle merci come tanti altri, ma che, a differenza di tutti gli altri, tratta come “merce” la vita di altri esseri viventi.
Studi condotti dall’Iss di Roma e dal Cnr di Parigi, tra gli altri, dimostrano che esistono già metodi alternativi (quale la “sperimentazione in vitro” e il metodo “plus rna”) più efficaci ed economici della vivisezione,
Perché, allora, perseverare con questa pratica?
Per la sperimentazione animale vengono sprecati ogni anno ingenti risorse pubbliche a discapito dei fondi destinati, invece, alla ricerca di base senza animali e all’assistenza sanitaria.
Gli Stati Uniti, ad esempio, spendono per la vivisezione più di qualsiasi altro Paese al mondo: nonostante tutto, sono ben lontani dall’essere tra le nazioni più sane al mondo, collocandosi (secondo le ultime statistiche) solo al “46simo posto” per l’aspettativa di vita della sua popolazione, dietro a molti Paesi sottosviluppati che ignorano del tutto la vivisezione).
Come spiegare questo evidente “controsenso”?
Molti dei fondi pubblici destinati alla vivisezione, probabilmente, produrrebbero molta più “salute” se fossero investiti, piuttosto, in campagne di prevenzione contro i danni provocati dal fumo o da diete ipercaloriche.
“Prevenire” l’insorgere di malattie nell’uomo, insomma, sarebbe più proficuo che “provocarle” negli animali.
LA NUOVA DIRETTIVA UE SULLA VIVISEZIONE: UNO “SCHIAFFO” ALLA DIGNITA’ DEGLI ANIMALI!
L’8 settembre 2010, il Parlamento europeo ha definitivamente approvato la nuova direttiva europea sulla “protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”, aggiornando la precedente direttiva in materia (la n. 86/609). A votare a favore del provvedimento sono stati ben 52 dei 76 eurodeputati italiani, trasversalmente appartenenti a tutti i gruppi politici (ad eccezione solo dell’Idv), tra cui citiamo solo i più noti: Gabriele Albertini (PdL), Antonello Antinoro (Udc), Raffaele Baldassare (Fli), Luigi Berlinguer (Pd), Mario Borghezio (Lega Nord), Paolo De Castro (Pd), Elisabetta Gardini (PdL), Clemente Mastella (Ude), Matteo Salvini (Lega Nord), David Sassoli (Pd) e Iva Zanicchi (PdL).
Contrari, invece, si sono espressi dichiaratamente, tra gli altri: Sonia Alfano (Idv), Rita Borsellino (Pd), Luigi De Magistris (Idv), Gianni Vattimo (Idv), Rosario Crocetta (Pd) e Debora Serracchiani (Pd).
I punti più “controversi” della nuova direttiva
1 – Possibilità per i vivisettori di utilizzare anche gatti e cani randagi (contrariamente a quanto previsto dalla vecchia direttiva), sia pure in deroga (solo per casi “eccezionali” e “documentabili” in cui non è possibile raggiungere altrimenti lo “scopo della procedura” di ricerca, ex art. 11).
Ciò resterà fortunatamente vietato in Italia (in base alla legge n. 281/91 sul randagismo e al decreto lgs. n. 116/92 sulla vivisezione): non sarà più così, però, nel resto d’Europa.
2 – Possibilità di utilizzare per la sperimentazione animale anche specie in via d’estinzione e/o catturate in natura (compresi i primati).
3 – Indicazione della soppressione per inalazione di anidride carbonica quale metodo di uccisione di riferimento (definito dalla direttiva “umanitario”, in realtà provocante alti e prolungati livelli di sofferenza agli animali).
4 – Maggiori possibilità di sperimentare senza anestesia e/o antidolorifici , anche nel caso di esperimenti “altamente dolorosi” (sarà possibile, ad esempio, eseguire toracotomie -ovvero l’apertura del torace- senza anestesia né analgesici che limitino in alcun modo la sofferenza dei malcapitati animali).
5 – Possibilità di ricorrere a esercizi che portano all’esaurimento dell’animale, fino alla morte (quali il nuoto forzato o l’isolamento forzato di cani o primati per lunghi periodi).
6 – Maggiore libertà nella creazione di animali transgenici.
7 – Possibilità di praticare la “vivisezione plurima” (ossia, di riutilizzare lo stesso animale per più esperimenti), sia pure solo nel caso in cui gli animali siano stati precedentemente sottoposti ad esperimenti di intensità “lieve o moderata”, ex art. 16 (pratica del tutto vietata, invece, dalla vecchia direttiva).
8 – Possibilità di utilizzare gli animali anche per “scopi didattici” (ossia, per l’insegnamento e per le indagini medico-legali: il che avveniva, di fatto, già in passato, sia pure in assenza di alcuna esplicita previsione normativa).
Le ragioni per cui rappresenta una “vergogna europea”?
La nuova direttiva europea sembra essere stata scritta “sotto dettatura” delle industrie farmaceutiche, riaffermando la validità scientifica di una pratica, la vivisezione, di cui sono ampiamente noti i limiti.
Si tratta di un intollerabile “schiaffo” alla dignità degli animali e di un inatteso “passo indietro” di oltre vent’anni. Dal 1986 (anno di approvazione della precedente direttiva) ad oggi, difatti:
– è cresciuta la sensibilità della società nei confronti degli animali;
– si sono moltiplicati gli studi dimostranti l’inutilità della vivisezione ai fini della salute umana;
– e, al contempo, è stato messo a punto un ventaglio di validi “metodi alternativi”.
Di tutto ciò, la nuova direttiva non prende minimamente atto!
Molte forze politiche (persino alcune associazioni animaliste, tra cui la Lav), pur criticando la direttiva europea, hanno fatto propria la logica del “bicchiere mezzo pieno”, evidenziando piuttosto le isolate innovazioni positive introdotte dal nuovo testo normativo.
Tra queste, possiamo citare:
1 – l’autorizzazione preventiva obbligatoria (in passato per avviare una procedura sperimentale non occorreva alcuna autorizzazione preventiva ma era sufficiente notificare l’inizio della sperimentazione al Ministero della Salute);
2 – l’obbligo di istituzione di comitati nazionali consultivi a tutela degli animali (per vigilare, tra l’altro, sul rilascio delle suddette autorizzazioni);
3 – la classificazione della sofferenza (l’obbligo di indicare, nella richiesta di autorizzazione, il “livello di sofferenza” arrecato agli animali dal livello 1 al 4);
4 – la valutazione retrospettiva (l’obbligo di eseguire, dopo la fine di ogni esperimento, una valutazione che espliciti quanto questo sia risultato “utile”, non obbligatoria solo nel caso di progetti con sofferenza “lieve” o del tipo del “non risveglio”);
5 – la valutazione costi/benefici (ogni richiesta di autorizzazione deve obbligatoriamente prevedere una valutazione dei costi in termini di sofferenza degli animali rispetto ai benefici attesi per la salute umana o animale);
6 – la regolamentazione della didattica e delle indagini medico legali sugli animali (campi sui quali prima vigeva il “far west” più assoluto, non esistendo alcuna normativa di riferimento a livello europeo);
7 – le ispezioni (sono previste ispezioni obbligatorie e a sorpresa: per almeno 1/3 degli stabilimenti deve esserci un’ispezione annuale, mentre per tutti quelli che utilizzano scimmie l’ispezione è obbligatoria);
8 – il reinserimento degli animali sopravvissuti e non più usati in laboratorio;
9 – e l’istituzione del “laboratorio di riferimento dell’Unione per lo sviluppo e la convalida di metodi alternativi senza animali” (ex art. 13, “gli Stati membri assicurano che una procedura non venga eseguita qualora la legislazione dell’Unione riconosca altri metodi o strategie di sperimentazione per ottenere il risultato ricercato che non prevedano l’impiego di animali vivi”).
Ostinarsi a ricercare il “meno peggio” della nuova direttiva, però, appare un’operazione del tutto ipocrita e fuorviante!
Non è “in nessun mondo” (e in nessuna parte) condivisibile, a parer nostro, una direttiva sulla vivisezione che non tutela adeguatamente la salute e la dignità degli animali!
Gli etologi hanno provato come tutti gli animali sono capaci di provare dolore, angoscia, paura e sofferenza: a riprova di ciò, persino nel trattato dell’Unione europea (come modificato dal Trattato di Lisbona) si trova oggi scritto che gli animali sono “esseri senzienti”.
In che modo, allora, si sarebbe potuta approntare una tutela “adeguata” per gli animali?
Ad esempio:
a – mantenendo il “divieto assoluto” sia dell’utilizzo di cani e gatti randagi nella sperimentazione animale, sia della vivisezione plurima;
b – e introducendo un “divieto assoluto” sia dell’utilizzo di primati nella vivisezione, sia del ricorso alla vivisezione per scopi didattici, sia del ricorso ad esperimenti che provocano gravi sofferenze agli animali.
Tutto ciò, invece, è proprio ciò che manca nel testo approvato dal Parlamento europeo!
COME CONTINUARE A “COMBATTERE” LA VIVISEZIONE?
L’unico obiettivo finale che qualsiasi associazione animalista o forza politica sensibile alle problematiche animali può porsi non può che essere l'”abolizione della vivisezione”.
Occorre obiettivamente prendere atto, però, che i tempi per arrivare a questo ambizioso traguardo sono ancora prematuri: la disparità delle forze in campo (le lobby vivisezioniste da un lato, gli attivisti antivivisezionisti dall’altro) risulta, difatti, ancora incolmabile…
Nonostante tutto, l’abolizione della vivisezione rimane un traguardo “possibile”, e per raggiungerlo occorre uno straordinario “sforzo comune”.
Quale?
PRIMO:
Necessita sensibilizzare il più possibile la pubblica opinione su questa materia.
In che modo?
a – documentandosi sulla vivisezione (leggendo libri e articoli d’informazione sull’argomento) e condividendo con quante più persone possibili le conoscenze acquisite;
b – denunciando pubblicamente (intervenendo in dibattiti aperti o scrivendo ai giornali) le verità nascoste alla pubblica opinione;
c – sostenendo le associazioni che si battono contro la vivisezione (con semplici donazioni o divenendo attivisti, mettendo a loro disposizione le proprie competenze e professionalità).
In particolare, invito tutti a farsi promotori del manifesto “la Coscienza degli Animali”.
SECONDO:
Occorre esercitare forti “pressioni” sul mondo politico.
Allo stato attuale, la lobby vivisezionista è estremamente più forte di quella anti-vivisezionista.
Ribaltare questo equilibrio, però, si può.
Se le multinazionali chimico-farmaceutiche dispongono di un enorme potere economico, sufficiente ad influenzare (se non corrompere) eurodeputati e forze politiche, i cittadini dispongono anch’essi di un potere altrettanto influente per la politica: quello elettorale.
Gli italiani sensibili verso il mondo animale sono milioni. Per contare, però, occorre “contarsi”, parlare con un’unica voce, farsi lobby a tutela degli interessi dei nostri amici animali.
Allora:
a – ricordiamoci (e ricordiamo!), in occasione di ogni campagna elettorale, i nomi di quei politici e partiti che hanno votato a favore della nuova direttiva.
b – Il trattato di Lisbona prevede la possibilità che 1 milione di cittadini avanzino delle iniziative di legge popolari, ex art. 11. A tale esercizio di democrazia diretta, però, sarà possibile ricorrere solo quando l’Europarlamento avrà finalmente approvato il regolamento che disciplinerà tale nuovo istituto giuridico. Teniamoci pronti, allora, a mobilitarci per un impegno comune a sostegno di un’iniziativa europea per cancellare questa vergognosa direttiva!
TERZO:
Bisogna, infine, esercitare un’azione di “boicottaggio” contro tutte le associazioni e le aziende che finanziano o praticano la vivisezione! Spesso noi cittadini sosteniamo in buona fede, tramite libere donazioni, l’attività di associazioni o enti di ricerca senza renderci conto, in tal modo, di contribuire a finanziare di tasca nostra questo orribile crimine!
E’ importante, allora:
– sia scegliere per le nostre donazioni associazioni che non finanzino (né praticano!) la vivisezione;
– sia far sapere alle associazioni “non prescelte” il motivo per cui non si vuole dar loro i nostri soldi.
E’ utile sapere, quindi, che le associazioni italiane che hanno dichiarato di finanziare solo “ricerche senza animali” sono le seguenti:
– Fondazione “Per il cuore”;
– la Lega italiana per la lotta contro i tumori.
Associazioni che danno aiuto ai malati ma non finanziano ricerche (dunque, che non possono destinare i propri fondi per la vivisezione) sono:
– l’Uildm (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare);
– l’Associazione Nazionale Volontari Lotta Contro i Tumori;
– la Lism (Lega Italiana Sclerosi Multipla);
– l’Ala (Associazione nazionale italiana Lotta all’AIDS);
– l’Anpo (Associazione Nazionale Prevenzione Oncologica);
– e la Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids).
“FONTI E CONSIGLI” UTILI PER UN ULTERIORE APPROFONDIMENTO…
Leggi il testo integrale della nuova direttiva europea sulla vivisezione.
Leggi il testo integrale delle fonti normative che regolano la vivisezione in Italia:
– la legge n. 281 del 1991 sul randagismo;
– il d.lgs. n. 116 del 1992 sulla vivisezione;
– e la legge n. 413 del 1993 sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale.
Visionare il Quinto rapporto pubblico della Commissione europea sulla vivisezione (2005).
Rivedere l’inchiesta giornalistica sulla vivisezione “Uomini e Topi” (condotta dalla trasmissione Report nell’ottobre 2004).
Visitare i seguenti siti informativi:
– No vivisezione;
– Lav;
– Enpa;
– Oipa;
– Ricerca senza animali;
– Leal;
– Coordinamento “Chiudere Morini”;
– Fermare Green Hill;
– Atra;
– Movimento antispecista;
– La voce dei conigli;
– Una (uomo-natura-animali);
– Animal liberation front;
– Limav;
– Fondazione “Hans Ruesch”;
– I-Care (“Centro Internazionale per le Alternative nella Ricerca e nella Didattica”);
– I-Pam (“Piattaforma italiana sui metodi alternativi”);
– Ec-vam (“Centro europeo per la validazione dei metodi alternativi”).
Visionare le foto sulla vivisezione:
– dell’Oipa;
– e della Limav.
Guardare i seguenti video sulla vivisezione:
– Sonia Alfano contro la direttiva europea sulla vivisezione;
– l’Oipa contro la vivisezione;
– tv animalista sulla vivisezione;
– video degli “amici di chicca” sulla vivisezione.
Infine, visitare in facebook:
– il gruppo “In difesa dei diritti degli animali”;
– la pagina fan “Diritti degli animali”.
Autore del documento: Gaspare Serra
Fonte: Bog “Panta Rei” (http://gaspareserra.blogspot.com)
Riferimento in facebook: Pagina “Diritti degli animali” (www.facebook.com/diritti.animali)

<div class="

Precedente Appello contro l'eolico selvaggio e industriale in Molise Successivo Premio TechnologyBIZ rivolto ad imprese del Sud