Celestino V: dai molisani critiche pungenti a Cardini



ROMA – “Se fossi Papa ci penserei due volte a riabilitare Celestino V. Storicamente ha più ragioni Dante per condannarlo di quante non ne abbia Benedetto XVI per elogiarlo”. E’ quanto ha dichiarato il medievista Franco Cardini nel corso di un’intervista a Giacomo Galeazzi, pubblicata dal quotidiano “La Stampa” lo scorso 5 luglio. Cardini, nonostante sia un “fervido estimatore di Joseph Ratzinger”, stavolta dissente “rispettosamente” e giudica “pericoloso” indicare come modello per la Chiesa attuale “colui che fece per viltà il gran rifiuto”.
Galeazzi gli domanda perché, a differenza di papa Ratzinger, lui consideri Celestino V, Papa molisano, un esempio negativo. “Benedetto XVI fa il suo lavoro – replica lo storico. “E’ legittimo che nella missione di Pontefice utilizzi vicende passate per attualizzare precetti, però è antistorico estrapolare dal loro contesto figure o eventi travisandoli davanti a persone che non ne sanno nulla. In Abruzzo è una gloria locale, ma nella storia ecclesiastica ha più ombre che luci, quindi è un errore di metodo trascurare il fatto che il santo eremita si trovò in balia di un tragico vuoto di potere nella Chiesa. Mi pare rischioso e controproducente tracciare paralleli con la situazione odierna”.
Riguardo al giudizio espresso dall’autore della Divina Commedia, Cardini spiega che “l’antipatia di Dante non era infondata. Nel suo linguaggio “viltà” esprime soprattutto una bassa estrazione sociale, però i motivi storici per attaccare Celestino V non gli mancavano: come primo atto da Pontefice creò sette cardinali filo-Angioini, però malgrado l’insana alleanza trono-altare si accorse presto di essere isolato e incapace di governare la Chiesa. Insomma fu un vaso di coccio tra vasi di ferro e giustamente si ritirò dopo che anche la sinistra francescana spirituale e ribelle di Jacopone da Todi gli aveva voltato le spalle. Capì che per governare la Chiesa non serviva un sant’uomo e lasciò il soglio all’avveduto e solido Bonifacio VIII che, malgrado le leggende nere, non ebbe alcun bisogno di farlo avvelenare visto che aveva 85 anni e morì poco tempo dopo”.
L’intervistatore insiste, sottolineando che per Benedetto XVI rappresenta un valido modello di santità… “La storia parla chiaro – taglia corto Cardini. “Tra interessi contrastanti e pressioni dei re Angioini di Napoli legati alla corona francese, il molisano Celestino V fu eletto in conclave a Perugia, si fece incoronare all’Aquila (dove aveva fondato un ordine religioso poi sciolto) proprio per riposizionare la Chiesa sotto l’asfissiante controllo napoletano-francese. Anche l’indulgenza plenaria (la perdonanza) aveva l’intento, più politico che morale, di avversare la corte pontificia. Dunque è pericoloso riabilitarlo. Tanto più che, come oltraggio a Roma, Celestino V fu canonizzato ad Avignone dal papa-burattino francese Clemente V per volontà di Filippo IV, il re di Francia che aveva azzerato i Templari e arrestato Bonifacio VIII. Papa Ratzinger è un fine intellettuale e doveva riflettere di più prima di esaltare la memoria di Celestino V, suo debole predecessore. Fu ostaggio di giochi dinastici e gravemente inadeguato al compito”.
L’intervista, toccando un tema particolarmente sentito nel mondo cattolico, ha scatenato dure reazioni. Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano ha replicato alle critiche dello storico Cardini. In un’editoriale, il professor Vian, ordinario di storia del cristianesimo all’Università La Sapienza di Roma, risponde indirettamente alle obiezioni mosse al viaggio del Papa a Sulmona dallo storico Franco Cardini dell’Università di Firenze ricordando che a Celestino V “dopo il Concilio aveva reso omaggio Paolo VI, sottolineando la permanente esigenza di rinnovamento nella continuità della tradizione. Il Papa – precisa inoltre Vian – ha rievocato il suo predecessore medievale soprattutto come un “cercatore di Dio” nella scelta del silenzio. Quel silenzio che Benedetto XVI, rientrato in Vaticano, ha sottolineato come tratto distintivo di Giuseppe, suo santo patrono, e che significa soprattutto attenzione e disponibilità nei confronti di Dio, in una società che invece vuole coprirlo con mille voci contrastanti, in un frastuono disordinato che disorienta l’uomo di oggi”.
“Due Papi, i mali del tempo e la coerenza del Vangelo” è invece il titolo dell’editoriale scritto da Mimmo Muolo e pubblicato sul quotidiano “Avvenire”. “Perché la figura di Celestino V esercita un fascino così forte su Benedetto XVI?” si domanda Muolo. E ancora: “Che cosa accomuna due uomini apparentemente così diversi come Joseph Ratzinger, il Papa teologo dell’alba del Terzo Millennio, e Pietro Angelerio, l’umile e grande eremita del Duecento?”. L’editorialista trova la risposta “nell’insieme delle parole e dei gesti di una visita che ha messo definitivamente in luce le sorprendenti analogie non solo tra questi due successori del principe degli apostoli, ma anche tra i periodi storici in cui la Provvidenza li ha messi al timone della Barca di Pietro”. E continua. “Innanzitutto la sobrietà dello stile. Man mano che il dispiegarsi del Pontificato di Benedetto XVI ci permette di approfondire la sua conoscenza, emerge sempre di più il tratto ascetico, quasi monastico della sua personalità”. Muolo riporta le parole del Papa: “Stare con Dio, ascoltare la sua Parola, nel Vangelo e nella liturgia della Chiesa, difende dagli abbagli dell’orgoglio e della presunzione”. E commenta: “Una sottolineatura non nuova nel magistero di un Papa che ha sempre messo in guardia dal carrierismo, dalle mode, dai valori effimeri e dalle preoccupazioni per le cose materiali, anche e soprattutto all’interno della Chiesa. Otto secoli fa, Pietro da Morrone cercava di ‘stare con Dio’ ritirandosi sulle vette impervie dell’Appennino abruzzese. Anche Joseph Ratzinger lo ha fatto per tanti anni, immergendosi nello studio dell’amata teologia. Poi quando entrambi sono stati chiamati al soglio pontificio, non hanno per questo abbandonato lo stile che li aveva contraddistinti in precedenza. Seconda analogia: la capacità di vivere per gli altri. San Pietro Celestino – ha ricordato domenica il Papa – pur conducendo vita eremitica, non era chiuso in se stesso. Stare con Dio non allontana dagli uomini. Lo testimonia ad esempio la straordinaria vicinanza ai drammi del nostro tempo che Benedetto XVI testimonia ogni giorno non solo a parole. Persino la sua spiccata sensibilità ecologica lo avvicina al santo eremita di otto secoli fa. Perché in tempi di emergenza ambientale non perde occasione per ribadire – come ha fatto, del resto, anche a Sulmona – che tutti devono sentirsi responsabili del futuro della Terra. Forse, però, l’analogia più interessante è proprio quella relativa alla temperie culturale – continua Muolo. “Il Papa che non esita a denunciare la «sporcizia nella Chiesa» e a chiedere perdono per il male commesso da alcuni suoi figli, il Papa che addita nel peccato il nemico più temibile per le comunità cristiane e che non si rassegna alla dittatura del relativismo etico, pone le premesse per una «rivoluzione» di non minore portata rispetto a quella messa in atto da Celestino V contro i mali del suo tempo. E il fatto che capiti anche al Pontefice teologo di non essere compreso (fuori e, talvolta, anche dentro la Chiesa) proprio come il santo eremita di otto secoli fa, rafforza ulteriormente il parallelismo. In fondo, proprio su quest’ultimo piano il cerchio delle similitudini si chiude definitivamente. La coerente adesione al Vangelo si misura anche con il metro della sofferenza. E questo vale per tutti, santi, pontefici o semplici fedeli. Nel Duecento come nel Terzo Millennio”.
A difesa di Celestino V e contro gli attacchi di Cardini è sceso in campo anche il blog degli amici di Papa Ratzinger. Numerosi i commenti: “A Cardini ricordo, rispettosamente, che per la Chiesa Celestino V è Santo. Inoltre, se ben ricordo, recenti studi anche radiografici sul cranio di Celestino hanno dimostrato che la morte del Papa fu probabilmente un omicidio – scrive Raffaella. E aggiunge: “Ricordo che la mia professoressa, che presentava negativamente sia Celestino V, pavido, sia Bonifacio VIII, sanguinario, diceva spesso che in realtà Dante ce l’aveva tanto con Celestino “solo” perché la sua rinuncia aprì la strada all’elezione di Bonifacio, sorgente di tutti i mali secondo il poeta fiorentino”.
“Che Celestino V sia, sovente, diventato una bandiera di certo cattolicesimo contrario all’istituzione e, sostanzialmente antipapale è vero – aggiunge Fabiola. “In fondo anche Ignazio Silone lo rilesse così. Ma non mi sembra che Benedetto sia entrato nel merito dell’elezione né, tantomeno, del “gran rifiuto”. Ha semplicemente rilevato i motivi, sempre attuali, per cui è stato canonizzato (e questo vale per ogni santo). D’altra parte la canonizzazione non è un sigillo di approvazione per tutte le scelte “storiche” che un santo ha compiuto. Quanto a Dante non è neppure assolutamente certo che si riferisse proprio a lui”.
Caterina: “Benedetto XVI ai giovani a Sulmona ha spiegato che il rischio della rinuncia per paura c’è sempre da non confondersi appunto con il rifiuto alla lotta. Infatti il Papa ha anche sottolineato che Celestino in realtà rinunciò non per “viltate” (come sosteneva Dante) ma per “ragion di stato”….come a dire, per evitare che il papato diventasse strumento di beghe politiche…a questo gioco Celestino V rinunciò e non rifiutò il primato pertino. In verità più che la storia di Celestino andrebbe chiarito l’uso dei termini: un conto è rinunciare per evitare di diventare strumento di errore, altra cosa è rifiutare un ruolo al quale si viene chiamati. San Celestino non si interessava di intrighi di palazzo, lui sapeva pregare e meditare, ergo rinunciò a farsi strumentalizzare nel governo della Chiesa per poter esercitare quella chiama nel nascondimento e nella Preghiera, quello che sapeva fare meglio! Giusto o sbagliato che fu il suo gesto, non penalizzò affatto la Chiesa, perché noi crediamo nella potenza della Preghiera più che agli intrighi di palazzo”.
A Cardini replica, con una lettera, il molisano Salvatore Mattiacci, iscritto all’associazione “Forche Caudine”, da sempre attento al dibattito su Celestino V. “Prof. Cardini, ho letto la sua intervista pubblicata su La Stampa di oggi 5.7.2010 – scrive Mattiacci. “Sicuramente se si voleva fare pubblicità c’è riuscito perfettamente. Comunque personalmente non condivido nulla di quello che lei ha dichiarato circa la figura di Celestino V. La sua è una lettura storica di parte. Ho letto anche i suoi trascorsi su Wikipedia e se mi è consentito voglio affermare che lei non mi sta affatto simpatico e politicamente non le voglio bene. Mi limito soltanto a dire che io sto con Petrarca, in quanto, sulla questione del “gran rifiuto” diede una interpretazione completamente opposta a quella di Dante, nel senso che “…il suo operato come quello di uno spirito altissimo e libero, che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente divino”. Il Papa ha parlato di Celestino V come di “un uomo di ascolto, di silenzio interiore, un uomo di preghiera, un uomo di Dio. Cari giovani….” invitando i giovani di trovare la capacità di valorizzare la sua esperienza oggi, in un mondo così diverso. Inoltre, lei ha offeso migliaia di fedeli, ha fatto passare un “delinquente” come Bonifacio VIII un Santo e Celestino V un povero disgraziato venduto ai francesi. Celestino V è una figura di grande attualità che merita di essere rivalutata per tutto quello che ha fatto a partire dal “Gran rifiuto”.
Sul sito della Rai, infine, una biografia particolarmente efficace del santo molisano. “Celestino V, molisano eletto al soglio pontificio il 5 luglio 1294 in tempi assai bui per la Chiesa e non solo, rassegnò le dimissioni il successivo 13 dicembre non reputando più opportuno prestarsi alle pressioni di Carlo d’Angiò e dei faccendieri intenti ad approfittare della sua buona fede.
Diventò così uno dei soli tre Papi sugli oltre 260 registrati nella storia della Chiesa ad abdicare al suo ruolo. Catturato a Vieste nel giugno 1295 mentre tentava di raggiungere l’eremo di Sant’Onofrio, fu consegnato al nuovo Papa Bonifacio VII, e imprigionato nel castello di Fumone, dove rimase fino alla morte. Oggi la Chiesa cerca di dare una chiave di lettura diversa, giustificando in parte l’operato di Bonifacio VII, quello che resta da considerare è che Celestino V, scelse una vita semplice e umile, scelse Dio e non mammona. La tomba dove è conservato il corpo di Celestino si trovava all’interno della Basilica di Collemaggio a L’Aquila, ma dopo il terremoto che ha colpito il Capoluogo lo scorso 6 aprile 2009 è stata trasferita per motivi di sicurezza”.

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