Lutti: con Egidio Sterpa addio ad un “estremista” liberale



ROMA – E’ morto a Milano all’età di 83 anni il giornalista e politico Egidio Sterpa, punto di riferimento della tradizione liberale. Nato a Vejano, vicino Viterbo, nel 1926, a 25 anni era già caporedattore del quotidiano “Il Tempo” diretto da Renato Angiolillo, passando poi al “Giornale d’Italia”, sempre come caporedattore, nel 1958, fino ad approdare al “Corriere della Sera”, passando da Roma a Milano. Nel 1961 accetta la direzione del “Corriere Lombardo”, quotidiano del pomeriggio poi incorporato nel quotidiano “La Notte”, tornando poi al “Corriere della Sera” e, per un anno, al quotidiano “Il Tempo”. La carriera prosegue con Indro Montanelli al quotidiano “Il Giornale”.
Ha collaborato anche al quotidiano “Il Messaggero” e al settimanale “Il Mondo”.
Negli ultimi tempi collaborava con “Libero”.
E’ stato deputato del Partito liberale italiano dall’ottava all’undicesima legislatura, quindi con Forza Italia alla quattordicesima e senatore, sempre per Forza Italia, alla quindicesima.
Sterpa ha pubblicato molti libri, tra cui: “Gli ultimi italiani” (1952); “Paolo VI un papa diverso” (1963); “I figli delle barricate” (1968); “La rabbia del Sud” (1973); “Che cos’è il giornale” (1977); “Liberali così” (1986); “Il mio giornalismo” (2001); “Cara Milano” (2001), fino a “Cronache libere di un liberale” (2004, (Greco & Greco editori), dove ha riunito trentadue suoi articoli pubblicati tra il 2002 ed il 2003.
Appresa la notizia del decesso dopo dieci giorni di ricovero all’ospedale, il consiglio provinciale di Milano in corso a Palazzo Isimbardi ha osservato un minuto di silenzio in suo ricordo.
Il curriculum è stato macchiato dalla condanna in via definitiva a sei mesi nell’ambito del processo Enimont.
Soltanto qualche mese fa, il 9 novembre 2009, ventennale della caduta del Muro di Berlino, nell’ex sala consiliare in via Tasso 4 a Bergamo i giovani del Pdl lo avevano intervistato in occasione della presentazione del suo nuovo libro “Storia della libertà” (edito da Rubettino), conferma del suo ruolo di grande testimone del novecento.

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