CINEMA/ Avatar, film già nella storia



CINEMA/ Avatar, film già nella storia

Mentre guardavo Avatar, nella sconvolgente grandiosità della versione 3D, mi riaffiorava a sprazzi il saggio che Umberto Eco scrisse tanti anni fa su Casablanca.
Eco in sostanza asseriva che Casablanca, pur essendo un film dall’impianto mediocre e dalla sceneggiatura approssimativa (che infatti venne scritta ”a mozzichi e bocconi” mentre si girava), doveva il suo status di cult epocale al melange (non si sa quanto conscio) di grandi temi classici, amicizia, tradimento, guerra, triangolo amoroso (con un twist perché i rivali in realtà si ammirano), attesa, salvezza, riscossa.
La vibrazione di questi archetipi (così li definiva Eco) nell’inconscio dello spettatore conferisce a Casablanca il suo fascino sempiterno.
Avatar è un gorgo impetuoso di archetipi. Ma non tanto di quelli classici del romanzo di appendice che costituivano il sostrato di Casablanca. Il genio dello sceneggiatore scompone e ricompone almeno una dozzina (per quello che ho potuto cogliere io, ma ogni spettatore potrebbe individuarne tanti altri) di elementi visivi e mentali di film culto degli ultimi tre o quattro decenni, dei video games e di internet. Volendo semplificare Avatar intreccia Matrix con Transformer, Second Life con Guerre Stellari, Pocahontas con Mortal Kombat, Jurassic Park con Wall Street; Balla coi Lupi si fonde con Apocalypse Now (anche se non parte la Cavalcata delle Valchirie quando gli elicotteri attaccano), Soldato Blu si trasforma in Top Gun (in effetti le citazioni dai western sono quelle più nitide, almeno per me). C’è persino una spruzzatina di 2001 Odissea nello spazio proprio all’inizio, ma tanti altri archetipi probabilmente a me sono sfuggiti.
Le fauci di alcune belve feroci simil-preistoriche sono di chiara derivazione Alien, il che, combinato alla presenza di Sigourney Weaver (qui scienziata e non guerriera) è una evidente strizzatina d’occhio anche allo spettatore meno sofisticato o di memoria più labile. Assente qualsiasi forma di comicità. Impercettibili le tracce di Harry Potter e Rambo. Manca un’autocitazione di Titanic.Tutto l’impasto è tenuto da due collanti: il tema della guerra, anzi della guerra giusta vista dalla parte di chi la subisce e il tema ambientale (che di questi tempi rende bene anche al botteghino, non solo in politica o in accademia).
Il risultato di questo sconcertante ibrido è spettacolare, per la storia in sé, ma soprattutto per le immagini.
Sulla prima non dirò molto per non guastarvi la sorpresa. Io ho visto il film senza sapere nemmeno vagamente di cosa si trattasse e ne sono felice perché in questo modo ho gustato appieno tutti i colpi di scena. Mi limiterò a dire che all’inizio un ex marine finito sulla sedia a rotelle, viene reclutato da una società (gestita, manco a dirlo, da gente con pochi scrupoli) che estrae un metallo prezioso (venti milioni di dollari al chilo per essere precisi) in un pianeta chiamato Pandora. Il pianeta è abitato da una popolazione dai tratti abbastanza umani, però alti circa il doppio dei terrestri, longilinei come una statua di Giacometti, e di carnagione (?) azzurra (nessun riferimento a Forza Italia, presumo) che, guarda un po’ il caso, vive sul più grosso giacimento di questo metallo in comunione spirituale con la natura (fauna e flora) del pianeta e adorando una divinità chiamata Ewa, una corrente di energia che pervade tutto Pandora (sto usando termini molto approssimativi, ne sono conscio, quindi non mi saltate addosso nei commenti).
Il marine viene “collegato”, anzi dovrei dire incarnato, in un corpo artificialmente generato e adattato al suo DNA, del tutto simile a quello dei nativi di Pandora (attraverso un sistema vagamente à la Matrix, con la differenza che il corpo è reale, non virtuale). Con questo innesto comincia la sua avventura per convincere i nativi a spostarsi pacificamente dal loro territorio. Ma prima deve conquistare la loro fiducia,con la sua mente umana che abita un corpo alieno.
Almeno all’inizio, è fortunato: la prima pandoriana (evitate spiritose analogie con dolci natalizi) in cui si imbatte parla un discreto inglese ed è una tosta, come direbbe Verdone, nonché figlia del capo tribù (soggiaccio un po’ al lessico da John Wayne).
Sulla grafica invece ci sarebbe da dilungarsi parecchio perché Avatar è un tripudio di effetti speciali straordinari, almeno per chi ama il genere. Il regista ha speso anni a mettere a punto le 197 cineprese usate simultaneamente per le riprese. Per chi ama i dettagli, informo che il film utilizza la tecnica cosiddetta «e-motion capturing», per registrare i tratti emotivi e la recitazione di attori umani per poi trasporle in animazione digitale. Ma le descrizioni nulla possono per evocare ciò che scorre sullo schermo. Le immagini sono stupefacenti (senza bisogno di psichedelici). Visto quello che deve essere costato (si è parlato di 500 milioni di dollari ma la cifra è stata ridimensionata a “solo” 200 milioni) e i 4 anni di lavorazione ciò non dovrebbe sorprendere, ma il risultato è comunque enormemente al di sopra delle (mie) aspettative.Le sequenze mozzafiato, le invenzioni di genere, le fantasie realizzate sulla fauna e la flora di Pandora, la risoluzione, sono a dei livelli che sarà difficile superare nel prossimo futuro. Un piccolo assaggio lo trovate su questo sito.
Nella versione 3D si rivela appieno il balzo in avanti della tecnologia che ha entusiasmato persino Spielberg. Lo spettatore non vede più il film, vive il film. In Italia purtroppo esiste un unico cinema 3D vicino Torino, stando a quanto informa la Dolby, ma forse vale la pena fare un viaggetto.Fino a pochi anni fa esistevano solo dei cortometraggi in 3D. Da circa un anno i film disponibili in versione 3D sono sempre più diffusi, insieme alle sale attrezzate in America, mentre in Europa si contano sulla punta delle dita. Prevedo che proprio grazie a film come Avatar fra qualche anno l’industria cinematografica di Hollywood farà il salto di qualità decisivo verso il 3D che quindi diventerà lo standard a cui il resto del mondo dovrà adeguarsi, come già accadde per il sonoro ed il colore. Non fosse altro perché il duello con la televisione impone un’innovazione profonda per riportare al cinema gli spettatori impigriti dal DVD player. 

(Fabio Scacciavillani – Noisefromamerica.org e Forchecaudine.it)

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