FACEBOOK 1/ Per il dialetto una giornata nazionale



ROMA – Una proposta intelligente: creare la prima giornata nazionale del dialetto. Casomai per il 17 gennaio, Sant’Antonio Abate, in molte zone d’Italia è il primo giorno di carnevale. “Questo posizionamento tra il serio e il faceto (anche se il dialetto è più che serio) potrebbe ammorbidire le resistenze di qualche amministrazione particolarmente recalcitrante a facilitare l’organizzazione degli eventi” sottolineano gli organizzatori.
Solo una boutade? No, dal momento che le adesioni fioccano da tutto lo Stivale. Compiendo una sorta di miracolo, di questi tempi: le diversità uniscono. Una giornata che potrebbe nascere dal basso, dai gruppi di Facebook, dalle associazioni culturali, di promozione turistica e di volontariato che si interessano delle tradizioni locali.
L’idea va valorizzata per quella che è. Nella speranza che non sfoci in eccessi.
Intanto, per le indicazioni pratiche, su http://in1click.it viene linkato il gruppo. Questo permette anche ai non utenti di Facebook di vederlo. Per registrarsi e aderire c’è invece l’e-mail: [email protected]
Giorgio Ravizzotti, il promotore dell’iniziativa, a lungo assessore al Comune di Novara, scrive: “Viene in mente una battuta che Gian Luigi Beccaria mette in bocca ad Umberto Eco: ‘All’unità d’Italia ha contribuito più Mike Bongiorno che Camillo Benso conte di Cavour’.
La battuta è paradossale, tuttavia trova la sua ispirazione e giustificazione dal fatto che la lingua italiana è quasi una neonata in confronto a tante altre lingue parlate nel mondo. Essa, infatti, comincia a prendere una configurazione nazionale, intendo come lingua parlata, solo, lo possiamo ben dire, nel 1840, data della pubblicazione in veste definitiva dei “Promessi Sposi”, ed è tuttora ancora ben lontana da una conformità di vocaboli, di grammatica (l’uso del congiuntivo!) e non solo quando la si parla ma spesso e volentieri anche nello scritto, come si nota (io con raccapriccio, voi non so!) in certe prose giornalistiche a commento dei fatti sportivi o parlamentari”.
Ravizzotti ricostruisce qualche passaggio della storia del nostro idioma. “Fino ad Alessandro Manzoni, quella che veniva definita come lingua italiana era solamente una lingua colta, quasi unicamente letteraria, di scarsissima (relativamente parlando) diffusione. Era una lingua che si rifaceva ancora e costantemente, dopo cinquecento anni, ai modelli trecenteschi di Dante, Boccaccio, Petrarca ecc. C’erano stati, sì, dei successivi adattamenti al mutare dei tempi ma, tutto sommato, di scarsa rilevanza nella forma se non, addirittura, nei contenuti. Il “volgare” trecentesco, notevolmente asciutto, poco dispersivo, molto attento all’immediatezza dei contenuti, era diventato, a poco, a poco, ampolloso, aulico, dispersivo, ricercato solo in superficie. L’abuso, poi, in poesia delle cosiddette “licenze poetiche” aveva da parte sua contribuito alla non definizione di un vocabolario univoco. Perché, se è vero che italiano era considerato il dialetto fiorentino, era altrettanto vero che le versioni dialettali di una stessa parola erano talmente differenti da regione a regione, sarebbe meglio dire da etnia ad etnia, da rendere il linguaggio parlato pressoché incomprensibile o, perlomeno, difficilmente comprensibile, da tutte le genti abitanti fra le Alpi e la Sicilia”.
Ravizzotti si sofferma su quanto queste differenze abbiano caratterizzato la vita quotidiana di un Paese che si è andato unificando.
“Le differenziazioni sussistono. Sebbene ormai attenuate. “Bistecca e Braciola” non sono affatto sinonimi nelle varie regioni italiane. E così per “Melone ed Anguria”, per “Cocomero e Cetriolo”. Oppure si usano vocaboli assai differenti per indicare un medesimo oggetto come è il caso di: “Teglia e Tegame”, o di “Presina, Pattina, Pugnetta” per indicare quel manufatto che si usa ogni qualvolta si deve toccare un oggetto (i manici di una pentola) che scotta”. Ravizzotti ricorda l’evoluzione letteraria: Manzoni, De Amicis, Collodi e altri ancora che si posero il problema di unificare in qualche modo la lingua italiana scritta con la speranza che si trasfondesse in quella parlata, e che risultasse comprensibile alla maggior parte della gente.
“Cosa volesse esattamente intendere il Manzoni quando aveva affermato di “voler andare a sciacquare i panni in Arno” – prosegue Ravizzotti – lo rileviamo dalla lettura del suo grande romanzo. Nella prima stesura, il “Fermo e Lucia’”, possiamo leggere, infatti, espressioni come “testa busa” che verrà sostituito nell’edizione che noi comunemente conosciamo con un “testa vuota”, un “ambasce” troppo ridondante, con “dolori” ed il troppo ricercato “tacito” che viene riscritto con un “zitto”. Il Manzoni stesso spiegherà, poi, che “dove l’uso si fa intendere, il vocabolario non conta più nulla per me”.
Di fatto il promotore dell’iniziativa intende ricordare come la lingua che chiamiamo “italiana” non rappresenti altro che un’omogeneizzazione di vocaboli dialettali, costretti in una grammatica ed in una sintassi che anch’esse non sono così poi antiche come si potrebbe pensare.
“Il primo embrione grammaticale risale solo a Leon Battista Alberti (1404 -1472) e ad una “Regole grammaticali della volgar lingua’” del veneto Giovanni Francesco Fortunato (1516) e, nel 1525, alle “Prose della volgar lingua” di Pietro Bembo – prosegue il promotore della giornata nazionale dei dialetti. “Ma sono tutte opere che si rifanno unicamente alla prosa del Trecento. Il discorso etimologico, per il quale ci si deve riferire sempre al greco, all’etrusco, al latino ed all’arabo, costituisce tutto un altro argomento. Stupido, quindi, stupidissimo considerare il dialetto come un linguaggio di seconda o terza categoria, dozzinale, grossolano, troppo popolaresco per essere parlato o scritto dalle persone sedicenti educate e colte. Certamente non bisogna fare di esso un mito, strumentalizzarlo a fini comici come avviene inesorabilmente da parte di coloro che tentano di sbarcare il lunario, autodefinendosi attori comici, o, e la cosa è indegna, trincerarsi dietro dì esso nel tentativo di nascondere spunti razzistici. Come, non è poi tanto difficile immaginare. Lasciamo ai linguisti di professione l’illustrare quelle regole fisse attraverso le quali un vocabolo si trasforma in un altro leggermente diverso foneticamente e semiologicamente, in un territorio vicino e questo in un altro ancora e così via, per decine e decine di passaggi fino a giun¬gere a parole talmente differenti che solo uno specialista è in grado di risalire al vocabolo primitivo. Ma è appunto attraverso questi passaggi che, coagulandosi poi nel dialetto fiorentino, si è andato accumulando quel patrimonio di 150/200 mila parole che costituiscono il vocabolario italiano. È per questa ragione che i dialetti meritano, se non altro, il medesimo rispetto che ogni figlio dovrebbe nutrire per i propri genitori. E che i genitori, i “vecchi”, come ci chiamano i nostri figli, debbano essere relegati unicamente al ruolo (se tutto va bene) di cariatidi da rispettare, è un’affermazione tutta da dimostrare. Anche i vecchi genitori, pur coscienti delle repentine variazioni dei tempi, e quindi, delle mentalità, possono ancora suggerire stimolare, dar vita addirittura a situazioni capaci di arrestare o limitare gli errori ed i decadimenti.
E proprio nei dialetti, a me pare che si possa trovare la soluzione parziale fin che si vuole, di quel gravissimo problema che assilla attualmente, non solo l’italiano ma gran parte delle lingue parlate in tutto il mondo. La straordinaria diffusione dell’informazione, le numerosissime occasioni di incontri e confronti tra persone di diverse lingue, ha fatto sì che, parallelamente al vertiginoso evolversi delle tecnologie e delle scienze, avvenisse un travaso imponente di vocaboli da una lingua all’altra. E, naturalmente, sono le lingue più deboli ad essere le più assalite.
Fenomeno, questo. irreversibile. Lo sostengono i linguisti di tutto il mondo, contro cui è vano opporre strenue resistenze. E’ infatti chiaro a tutti come moltissime parole straniere risultino intraducibili nel contempo caratterizzandosi come indispensabili. I D’Annunzio sono estremamente rari. Provate a tradurre in italiano la parola “topless”! Ma non è sempre così. A volte esistono vocaboli o locuzioni nelle lingue originali che sono in grado di esprimere assai bene certi concetti e, non di rado, risultano essere “più belle”. È già avvenuto, anche se si tenta di dimenticarle e non vedo perché non debba avvenire al presente”.
Il bravo Ravizzotti racconta un piccolo aneddoto personale.
“Quando assunsi l’incarico di assessore (anche) allo Sport al Comune di Novara, vennero subito a trovarmi, per ossequio o per interesse, i rappresentanti delle varie attività sportive. Fra di essi, una simpaticissima signora che annunciò: “Io sono la rappresentante del basket!”. Ed io: “Uffa! Ancora un altro sport nuovo! Ma non erano sufficienti quelli vecchi?”. Meraviglia! Costernazione! Stiamo freschi! Ma in che mani siamo capitati! Poi dopo qualche attimo, timidamente: “Ma guardi assessore! Il nostro è uno degli sport più antichi. Probabilmente da giovane l’ha praticato anche lei”. “No! Cara Signora! Se mai ho tentato di giocare a pallacanestro!”. Diventammo amici. La stessa cosa si può dire per “Pallavolo” anziché lo sfuggente “Volley” e via di seguito. Non parliamo poi di certi obbrobri come “mister” “indoor” “pole position” e tutta le serie dei termini economici e manageriali e giornalistici. Ebbene, se da un lato la nostra lingua, come tutte le altre, deve continuamente adeguarsi al correre affannato dei tempi, dall’altro canto, almeno, quando sia possibile verifichiamo se non si possa attingere ai dialetti, in mancanza di un vocabolo in lingua, per tradurre le parole straniere. Proprio nei dialetti che solitamente sono assai puntuali, espressivi ed efficaci.
Per esempio – lo faccio in chiave scherzosa – proprio a proposito di quella parola “topless” citata dianzi, non si potrebbe dire: “In quella spiaggia quasi tutte le ragazze erano in scaratutt?!”.
L’iniziativa della giornata nazionale dei dialetti sta ottenendo vaste adesioni, segno che il legame con il territorio e i suoi componenti rimane molto forte nel nostro Paese. Oltre al lungo elenco di pro loco (una cinquantina tra cui Isernia e Trivento), riportiamo anche qualche originale gruppo nato su Facebook a sostegno dell’iniziativa.
Ad esempio: “Vogliamo Feisbuc in lingua piemontese” (http://www.facebook.com/group.php?gid=49426185198), “Difendemmu u dialettu ligure” (http://www.facebook.com/group.php?gid=126132565079), il più oltranzista “Il dialetto al posto del latino e del greco”, che arriva dall’Emilia-Romagna (http://www.facebook.com/group.php?gid=45295899630), “Dialetto bolognese lingua nazionale” (http://www.facebook.com/group.php?gid=52203768834), “Vocabolario del dialetto osimano” (http://www.facebook.com/group.php?gid=48788884517), “Semo fieri del dialetto jesino” (http://www.facebook.com/group.php?gid=62659077760), “Amici del dialetto narnese” (http://www.facebook.com/group.php?gid=137437385569), “Il Romano non è un dialetto ma una lingua” (http://www.facebook.com/group.php?gid=25637342823), “Detti e proverbi in dialetto tranese” (http://www.facebook.com/group.php?gid=93992043081), “Feisbuc” (versione in dialetto tarantino di facebook , http://www.facebook.com/group.php?gid=73320396171).

(luglio 2009)

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