Imprese degli immigrati a quota 165mila



ROMA – Sarebbero 165mila le aziende degli immigrati in Italia, operanti nei settori più disparati, dall’edilizia, che rimane il comparto prevalente, al commercio fino all’agricoltura, dove però l’immigrazione resta soprattutto manovalanza, gestendo appena 2.500 imprese.
Sono i dati contenuti nella ricerca “Immigrati imprenditori in Italia” promosso da Ethnoland con il supporto del “Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes”. Ethnoland è una fondazione milanese che lavora per l’integrazione degli extracomunitari attraverso corsi di formazione, studi settoriali, convenzioni e raccolte di aiuti per i paesi colpiti da catastrofi. Idea partorita dall’imprenditore africano Otto Bitjoka, che ha messo in piedi i locali Ethnoland Point e la rivista Ethnoland News.
La ricerca, raccolta in un volume, approfondisce soprattutto il settore del commercio che offre gli spunti più interessanti. Infatti gli immigrati dimostrano un notevole dinamismo come titolari di piccole aziende, nonostante la fase non proprio rosea del comparto e dell’attuale congiuntura economica. E’ il caso delle società del settore alimentare, con numerose presenze arabe e nordafricane in genere, ma anche di bangladesi. Prodotti europei e cibi etnici ormai si sovrappongono. Caso particolare quello delle macellerie islamiche, che si differenziano per la particolare maniera con cui vengono macellati gli animali, tenendo conto delle prescrizioni contenute nel Corano. Nell’abbigliamento è nota la propensione imprenditoriale dei cinesi. Si registrano iniziative importanti soprattutto in Toscana e in Campania. Tra gli altri settori ricordiamo l’artigianato, i cosmetici, gli articoli sportivi. Si cominciano a registrare anche casi di agenti immobiliari stranieri che operano soprattutto per le comunità di connazionali. Il volume cita anche i laboratori odontotecnici.
Nel campione delle persone intervistate, la maggiore propensione all’imprenditorialità appartiene alla comunità cinese (33% circa degli imprenditori, rispetto al totale dei cinesi intervistati), seguita da bangladesi (20%), marocchini (18%), senegalesi ed egiziani (intorno al 10%), ghanesi (7,6%), filippini (circa 7%), ecuadoriani (6,6%), albanesi (5%).
Insomma, il “vù cumprà” è in via d’estinzione, lasciando il posto a giacca e cravatta.

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