Nvidiosi, attenti alla salute



ROMA – Dante li trova nel Purgatorio coperti di cilicio e con le palpebre cucite con fil di ferro. Seduti, recitano le litanie dei santi e ascoltano esempi di umiltà. Puniti per aver gioito nel vedere le disgrazie altrui.
Gli invidiosi non hanno mai goduto grandi simpatie nella letteratura. Esopo ne ha costruito una delle più celebri favole, La volpe e l’uva. Da Orazio a Plinio il Vecchio, che con la sua saggezza sosteneva che si è più facilmente invidiati che imitati, da Boccaccio a Metastasio, da Balzac a Moravia è ricco il campionario di aforismi su uno dei più diffusi tra i sette peccati capitali. Francesco Alberoni, nel 1991, c’ha scritto uno dei suoi più celebri libri, “Gli invidiosi”, appunto.
Ora, però, è la scienza a consigliare agli invidiosi di evitare gli eccessi. Perché provare “odio dell’altrui felicità”, come Sant’Agostino definiva questo cattivo sentimento, può far male alla salute, facendo provare un vero e proprio dolore fisico. Al pari di una slogatura o di una lussazione.
Parola di Hidehiko Takahashi dell’Istituto Nazionale di Scienze Radiologiche a Inage-ku, Chiba, in Giappone. Lo scienziato nipponico ha dimostrato, utilizzando la risonanza magnetica, che l’invidia accende nel cervello esattamente le stesse aree attivate dal dolore fisico. Tra i motivi di recrudescenza, il fatto che il sentimento si alimenta internamente, spesso in solitudine, arrecando un vero e proprio martirio anche fisico.
Ma non sempre. Perché godere per la sofferenza altrui, altra faccia della stessa medaglia, può far sentire un vero piacere, come nell’assaporare un dolce. A dimostrarlo sono le aree cerebrali che si attivano nel momento in cui proviamo queste emozioni. Anche qui c’è un’aggravante: quando a soffrire è una persona che invidiamo.
La duplice scoperta della “fisicità” di questi due sentimenti è stata resa nota dalla rivista Science, dove è stata pubblicata la ricerca. Gli scienziati hanno coinvolto nel loro studio 19 persone, inducendole a provare invidia verso altri individui e a gioire del dolore altrui. La risonanza magnetica funzionale ha confermato che l’invidia attiva il più importante “snodo” neurale del dolore fisico della corteccia cerebrale. Al contrario la gioia per il dolore altrui attiva il centro del piacere che viene solitamente attivato quando siamo appagati dal sesso o dal cibo.
Se proprio è possibile riabilitare le vittime preferite da Dante, va osservato che l’invidia scaturisce da meccanismi “sociali” necessari per l’evoluzione dell’uomo, in quando per attivarla è necessaria l’aggregazione.
(G.C.)

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