Il Rapporto Censis



ROMA – La crisi c’è, non è banale e segnerà profondamente un corpo sociale stanco, passivo, non motivato, “disemozionato” come quello italiano. Un corpo sociale che non reagisce più come corpo sociale. La società italiana, sempre meno sociologica e più antropologica, manca ormai di reazioni collettive, non avendo più la dimensione del “mettersi sottosforzo tutti insieme”. Parola del Censis, che ha presentato il suo annuale rapporto, giunto alla quarantaduesima edizione. E’ la fotografia di una società “mucillagine”, per usare la fortunata espressione che ha etichettato il rapporto dello scorso anno, cioè di un corpo sociale caratterizzato “da un’alta soggettività dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni”. Le onnipresenti emozioni, dominate per lo più dalle “paure sociali” (degli immigrati, dei rom, della microcriminalità, del bullismo, degli ubriachi al volante, della precarietà, fino a quelle generate dalle crisi finanziarie), a furia di essere pompate in modo ossessivo, finiscono per auto consumarsi, determinando la mancanza di consapevolezze condivise sulla crisi stessa, per alcuni passeggera e per altri durevole e catastrofica. La crisi, breve o lunga che sia, neutralizzata o meno dalla nostra economia, reale, solida, basata sulla concretezza, sull’industria manifatturiera, sulla piccola impresa, sul localismo imprenditoriale, con le banche con gli sportelli sul territorio (sebbene, avverte il Censis, siano in agguato le “italiche tentazioni alla rimozione dei fenomeni, alla derubricazione degli eventi, all’indulgente e rassicurante conferma della solidità di fondo del sistema”), costituirà però il paravento, il sudario per inevitabili processi di ristrutturazione, spesso compiuti sottotraccia, creando meno tensioni. Non mancano, tuttavia, i segnali di speranza, insiti nella crisi stessa e nel conseguente “allarme collettivo”. Le attuali paure, secondo il Censis, starebbero dando luogo ad una “seconda metamorfosi”, dopo la prima registratasi nel nostro Paese tra il 1945 e il 1975, capace di trasformare radicalmente il tessuto sociale italiano. Oggi le difficoltà potrebbero attivare una nuova metamorfosi, forse già silenziosamente in marcia, “sommersa, come tutti i processi innovativi che in Italia contano”, utile per salvarci dall’impoverimento. Nascerebbe dalla combinazione dei “caratteri antichi della società” con i processi che fanno da induttori di cambiamento, quelli che De Rita chiama i “fattori tramutanti esterni”. Tra questi, il ruolo dei quattro milioni di immigrati, che con la loro vitalità demografica e con il grande spirito imprenditoriale stanno incidendo nella “chimica” della società italiana; l’azione di mezzo milione di operatori commerciali e finanziari che continuano a essere player nell’economia internazionale, garantendo un’internazionalizzazione del tutto nuova al nostro Paese; la crescita della componente competitiva del territorio, con le nuove mega cinture urbane, le “megacity” da dieci milioni di pendolari; la propensione a una temperata gestione dei consumi e dei comportamenti, più razionali e meno impulsivi; il passaggio dall’economia mista pubblico-privata a un sistema oligarchico di poteri economici (fondazioni, gruppi bancari, utilities); l’innovazione degli orientamenti geopolitici, con la minore dominanza occidentale e la crescente attenzione verso le direttrici orientali e meridionali; la crescita della cultura e della presenza femminile nel lavoro e nella società. La “ricetta”? Non basta una reazione puramente adattiva, avverte De Rita. Rispetto a una crisi che ci segna in profondità, sarebbe deleterio adagiarsi sulla speranza che tutto si risolverà nella dinamica della lunga durata, grazie alle furbizie adattive che ci contraddistinguono da decenni e secoli. Rischieremmo che “la lunga durata diventi luogo del rattrappimento e della rinuncia ad un ulteriore sviluppo”. Il suggerimento del Censis è quello di dare spazio alla “seconda metamorfosi”, assicurandole “più soggetti, più tempo, più dinamica di mercato: non un potere accentrato e solo, ma un potere accompagnato dalla ricchezza delle relazioni; non una decisionalità rattrappita al presente, ma una decisionalità accompagnata dalla ricchezza dell’immaginazione”. E’ l’adattamento innovativo, l’exaptation, per usare il termine che il Censis prende dalla biologia, cioè non automatico ma reso vitale e incisivo da fattori esogeni e leve di trasformazione. Dunque mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale. Ma le classi dirigenti (non solo quella politica) tendono invece ad automatismi di segno opposto: accorciano i raggi delle decisioni, le riservano a sfere di responsabilità molto ristrette, le rattrappiscono al breve termine, se non addirittura al presente. E l’ottimismo perde punti.
(Giampiero Castellotti)

I NUMERI

Ecco qualche cifra estrapolata dal Rapporto del Censis.
La crisi
– 71,7%: pensa che il terremoto dei mercati finanziari potrà avere ripercussioni dirette sulla propria vita
– 37%: pensa che la crisi potrebbe migliorarci, costringendoci a rivedere i nostri difetti;
– 11,8% delle famiglie italiane (circa 2,9 milioni) possiede azioni e/o quote di fondi comuni, soggette quindi all’alta volatilità del mercato borsistico;
– 8,2% (circa 2 milioni) ha un mutuo per l’abitazione;
– 55° posto per livello di corruzione percepita (Germania: 7° posto; Regno Unito: 9°; Francia: 11°).
– 48,5% indebitamento delle famiglie sul reddito disponibile (nel 2004 era al 39%),
– 72% ricorrono a prodotti in offerta speciale;
– 48,8% va all’hard discount;
– 0,5% del Pil per investimenti in ricerca (Finlandia: 2,6%; Svezia: 2,5%; Germania: 1,8%; Francia: 1,3%; Regno Unito: 1,1%);
– +20,6%, nei primi due trimestri del 2008 l’aumento delle persone in cerca di occupazione;
– +138,3% aumento della spesa sanitaria tra il 1978 e il 2008;
– 940.000 case popolari (768.000 in locazione). In Francia 3,9 milioni di alloggi, nel Regno Unito 2,7 milioni di alloggi.
“Problema” Mezzogiorno
29.445 euro: Pil pro-capite del Centronord;
17.046 euro: Pil pro-capite del Sud;
44,3% i diplomati nel Mezzogiorno (Germania: 83,2%; Francia: 67,4%).
L’immigrazione
3,4 milioni gli immigrati;
13%, gli immigrati a Milano;
1.367.000 le famiglie con capofamiglia straniero (il 5,6% del totale);
14% del totale i matrimoni con almeno uno sposo straniero;
2,50 la fecondità delle donne straniere (1,26 di quelle italiane);
500.000 gli alunni stranieri (5,6% del totale, che sale al 6,8% nella scuola primaria);
225.408 le imprese degli immigrati, con 37.531 imprese di extra-comunitari avviate nel corso del 2007 (+8% rispetto all’anno prima).
Quote del made in Italy
38% piastrelle in ceramica;
19% nelle pietre da taglio e da costruzione;
13,6% calzature e prodotti in cuoio,
12% prodotti in pelle;
11,1% mobili;
7,1% prodotti tessili;
6,1% abbigliamento;
5,4% gioielleria e oreficeria.
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