Lotta ai tumori: scoperta alla Cattolica di Campobasso



CAMPOBASSO – Un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica di Campobasso, in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma, ha studiato il fenomeno della farmaco-resistenza nel carcinoma ovarico, individuando un nuovo meccanismo biologico attraverso il quale le cellule maligne riescono a resistere ad uno dei farmaci più usati in questo tipo di patologie: il Paclitaxel.
"Nonostante una buona risposta alla chirurgia e alla fase iniziale della chemioterapia, in molti casi assistiamo ad un fallimento in termini di efficacia dei farmaci antitumorali – spiegano Lucia Cicchillitti e Michela di Michele, autrici principali dello studio pubblicato in questi giorni sulla rivista scientifica "Journal of Proteome Research". "Ecco perché il nostro principale obiettivo in questo momento è quello di capire i meccanismi biologici che stanno alla base della resistenza al Paclitaxel".
A questo scopo i ricercatori della Cattolica di Campobasso hanno fatto ricorso alla proteomica, una scienza relativamente giovane che studia i processi attraverso i quali l’insieme delle proteine di una cellula, una volta formate a partire dall’informazione genetica, vengono modificate ed adattate alla loro funzione.
"Ci siamo concentrati – spiega Maria Benedetta Donati, coordinatore scientifico dei Laboratori di ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso – sulle proteine che sono maggiormente coinvolte nella resistenza al farmaco, in particolare la disulfide isomerasi ERp57, che può rappresentare un valido biomarcatore di farmaco-resistenza. Studi precedenti dei nostri coautori oncologi hanno dimostrato che questa proteina interagisce con un’altra proteina – la tubulina di classe tre (TUBB3) – coinvolta nella resistenza al Paclitaxel nel carcinoma ovarico ma anche in altri tipi di tumore".
"Siamo partiti avendo in mente un obiettivo molto chiaro: studiare la resistenza ai farmaci non come un fenomeno dovuto ad un’unica proteina, bensì alle numerose interazioni possibili – spiega Domenico Rotilio, capo del Laboratorio di tecniche analitiche e proteomica alla Cattolica di Campobasso. "Partiamo da un’utilissima tabula rasa, per intenderci, che ci permette di accantonare per un istante le conoscenze precedenti. Abbiamo quindi messo a confronto due linee cellulari, una sensibile ed una resistente al farmaco in studio. Il passo successivo è stato quello di confrontare le diverse espressioni proteiche".
"Abbiamo visto – aggiunge Cristiano Ferlini, del dipartimento di Oncologia dell’Università Cattolica di Campobasso – che la ERp57 coprecipita, ossia si associa regolarmente alla tubulina di classe tre ed è molto più espressa nelle cellule resistenti. Ma la cosa davvero straordinaria, e che rappresenta la vera novità del nostro studio, è che il legame tra le due proteine è più evidente nel nucleo della cellula, cosa che prima non si sapeva".
Conoscere meglio i meccanismi della farmaco-resistenza significa arrivare a distinguere prima di iniziare la terapia le pazienti che possono avvantaggiarsi di essa da quelle nelle quali gli effetti saranno minimi o nulli. In altri termini, evitare terapie inefficaci, che comunque avrebbero effetti collaterali, e scegliere le strategie più adeguate per il singolo caso.
"L’obiettivo di questi studi è ovviamente quello di evitare il ricorso a terapie che si riveleranno inutili – spiega Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento per la tutela della salute della donna e della vita nascente al Policlinico Gemelli di Roma. "Vogliamo scongiurare la possibilità che una paziente si trovi a seguire una terapia per diversi mesi per poi doverla interrompere perché il farmaco non fa più effetto. Se solo riuscissimo a sapere in anticipo se i medicinali porteranno a termine il loro compito, riusciremmo ad evitare inutili effetti tossici. In altre parole, il compito della ricerca è quello di individuare il maggior numero di marcatori, campanelli d’allarme in grado di dirci in anticipo se quella terapia funzionerà o no".

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