Continua a calare la popolazione molisana



ROMA – Continua inesorabilmente a calare la popolazione molisana. Non solo per l’emigrazione, che non ha mai cessato di rappresentrare un pesante fardello soprattutto per le aree interne, ma anche per il saldo demografico negativo tra nascite e decessi. La differenza tra arrivo di cicogne e numero di decessi è particolarmente significativa. L’anno scorso i “nuovi” molisani sono stati 2.507 contro 3.425 corregionali che ci hanno lasciati per sempre. Insomma, una differenza di quasi mille unità. Il tasso molisano di natalità è stato quindi di 7,8 (inferiore alla media nazionale pari a 9,5 nati per mille abitanti). La provincia con il dato più alto è quella di Campobasso (7,9 nati ogni mille abitanti), a seguire Isernia (7,6). Tra i nomi più gettonati in regione spiccano Antonio e Giulia. Il tasso di speranza di vita è di 78,6 per gli uomini, in linea con la media nazionale, e 84,6 anni per le donne, leggermente superiore alla media nazionale. Riguardo infine all’età media delle neomamme, anche in Molise cresce notevolmente, concentrandosi tra i 30 ed i 34 anni. In Italia l’età media è attualmente intorno ai 31-32 anni. Le cifre sono emerse nell’ambito del congresso della Federazione Italiana di Ostetricia e Ginecologia, dove tema ricorrente è stato quello delle nascite insicure. “Non sempre la nascita è sicura e non sempre è uguale per tutte le donne e per tutti i bambini. Ci sono le tante Italia del nascere. Ci sono strutture di serie A e di serie B. Di conseguenza, madri di serie A e di serie B. Una realtà che può diventare un dramma quando l’evento nascita si trasforma in emergenza: ottanta parti su cento non hanno problemi ma dieci possono essere ad altissmo rischio, per la mamma o per il bambino”. La denuncia è di Massimo Moscarini, presidente del I congresso della Federazione Italiana di Ostetricia e Ginecologia insieme a Claudio Donadio, Maurizio Bologna e Roberto Senatori. presidente della FIOG, Giovan Battista Serra. “C’è una grande differenza – aggiunge Massimo Moscarini, presidente dell’Associazione Ginecologi universitari italiani e ordinario di Ostetricia e Ginecologia alla Sapienza Università di Roma – fra una donna che partorisce in una struttura dove si fanno 200-300 parti l’anno, ma anche di meno, e una donna che invece può mettere al mondo il figlio in una struttura da più di 1.500 parti, sempre in un anno. La formazione degli operatori sarà diversa, come lo è la struttura, talvolta non convenientemente attrezzata per motivi economici”.

<div class="

Precedente Roma: presentato volume sul Molise Successivo ROMA/ I Municipi di sinistra vedono sperequazione di fondi