La realtà di Alessandra De Blasio sospesa tra Roma e Campobasso



La realtà di Alessandra De Blasio sospesa tra Roma e Campobasso

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La terra d’origine, il Molise, vissuta come un austero dipinto fitto di pennellate di grigio e di bianco. Tinte che impersonano il freddo, la neve, la nebbia – perché un territorio montuoso del Sud è anche una sorta di Mezzogiorno nordico – gli intonaci scrostati, la lentezza dei ritmi, la diffusa sussistenza, il protagonismo del mese di gennaio. Tanti algidi pigmenti che si presentano in linea – forse all’altezza – della dichiarata mestizia dell’autrice. Ma la sua è una malinconia creativa, chimerica, sognatrice, che garantisce occhi intelligenti e rapitori, capace di cogliere le essenze più profonde di un mondo puntellato nei 230 chilometri tra la Campobasso dell’infanzia, con i conigli e le api di zia Giulia o le bretelle sulla canottiera di zio Michele, e la Roma della maturità, città aperta e “polmonare”, tanta aria, per quanto infestata di smog fisico e morale.
Alessandra De Blasio, molisana del capoluogo regionale, una che “non sa sorridere (e scrivere) a casaccio”, firma questo “Io gennaio me lo immagino bello. Storie di una fuorisede” per i tipi delle edizioni “La Ruota”. Un patrimonio di introspezioni, a volte sofferto ma sempre salutare, per raccontare lo status quasi apolide di genie di studenti universitari fuori sede, “che poi fuori sede ci restano per tutta la vita”. Un po’ sospesi, un po’ nomadi, un po’ precari, con quella sensazione di sentirsi sempre lontani da qualcosa di saldo ma, nel contempo, sfuggente. L’autrice, come una fiera selvatica, segna con forza questi territori suddividendo rigidamente e masochisticamente il libro in tre capitoli, Campobasso, Roma e il più rassicurante Roma-Campobasso.
La città dell’infanzia è la libertà di una bicicletta con quel turbinare in centro che diventa girotondo felliniano, tra amicizie e palpitazioni amorose. E’ lo spuntino in ore scolastiche che non si chiama Barilla, Motta o Nestlé, ma bar-pasticceria Lupacchioli, complice l’impareggiabile cornetto con marmellata di amarene. Mentre il compagno di classe, Nicola da Gildone, che Dio lo abbia in gloria, preserva la cultura contadina presentandosi a scuola con pane e peperoni. Ma Campobasso, la città dove le “t” diventano “d”, è un vestito troppo stretto per una mente idealista, visionaria, ai limiti dell’utopia. E allora, obbligatorio, tutte le strade portano a Roma, anche quelle lastricate di resti sanniti.
Il periodo universitario nella Capitale è principalmente largo Ettore Marchiafava. A due passi dalla Sapienza. E a un passo dalla fitta umanità che trasforma strade e palazzi in set cinematografici o nelle pagine di un romanzo infinito. Per osservarla, come in una pellicola di Wim Wenders, è sufficiente farsi un tragitto sul bus 490, che una sensibilità fuori dal comune vive in modo incredibilmente romantico. La città è una mistura di surrealismo e decadenza, un’eterna “Grande Bellezza” che offre ineluttabile seduzione, comicità involontaria e un diffuso senso del provvisorio. Poi c’è la dimensione intima, l’appartamento con i pavimenti da garage, le porte da ospedale, due bagni in uno, il telefono duplex che sembra fatta apposta per temprare generazioni di studenti. I padroni di casa, i pasti, il sonno, gli umori, tutto diventa esperienza in comune. Un ventaglio di storie importate dai paesi abruzzesi e molisani e il granitico confronto con la bonaria tracotanza della Città Eterna: i capitolini strabuzzano gli occhi quando i dialetti sono estranei al loro universo conosciuto. La richiesta di un “ruoto”, alias “teglia”, riconduce ai fatidici 230 chilometri di distanza. Inevitabili, per quanto abissali.
L’ineluttabilità è sempre assicurata dal destino. Un marito di Isernia, un figlio che nasce a Campobasso, città piena di gente che “si tramanda mestieri, case, spesso supponenza e arroganza”; ma che è lì, con un cordone ombelicale rappresentato da una sorta di trenino, per quanto anacronistico e superaffollato, in partenza da un binario isolato a 500 metri dalla banchina della stazione Termini. 
Il libro, per quanto apparentemente severo con la provincia molisana – sì quella protesa tra rivendicazioni di esistenza e di (r)esistenza e un eterno “non luogo” – in realtà si stempera nelle ultime pagine tornando dolcemente sui ricordi, come a voler sottolineare l’inesorabile e meravigliosa ruota della vita. Così le grigie vie invernali diventano improvvisamente colorate strade estive, assolate, assorte “sotto il cielo azzurro di luglio”, vive per quanto oziose, “deserte e silenziose all’ora di pranzo”, ma con i suoni di grilli e cicale a conciliare con la natura. 
La De Blasio offre un “manicaretto letterario” in cui s’identificano generazioni di molisani nella loro transumanza tra i tanti arroccati borghi che puntellano il territorio appenninico e il terminal metropolitano di tante esistenze. E nei ringraziamenti finali, quando i cassetti hanno amabilmente svuotato il loro prezioso contenuto, emergono quei valori ancestrali che coprono e tengono insieme quei fatidici 230 chilometri sull’asse Città-Provincia: la costanza, la pazienza, la forza, l’affetto, l’amore e l’amicizia. “Ringrazio il mondo e le sue pene, la vita e le sue gioie. In un attimo, soltanto un attimo, di profondissimo amore”.

(Giampiero Castellotti)

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