Il Molise esiste e sta morendo



Il Pil e il potere d’acquisto sono crollati, tanto da far retrocedere da qualche settimana la regione nel cosiddetto “obiettivo 1” comunitario, cioè tra i territori meno sviluppati. 
Benvenuti nel Molise, la regione che smentisce la non esistenza attraverso un’agonia interminabile.
L’emigrazione è tornata ai livelli del dopoguerra ed il numero dei residenti in tutta la regione sta scendendo sotto la soglia psicologica delle 300mila unità, di cui molte conservano la residenza solo per fini fiscali, ma in realtà dimorano altrove. Praticamente un’intera regione che è meno cosa di un quartiere romano. Ben il 78 per cento dei 136 comuni molisani ha ormai meno di duemila residenti “ufficiali”. Con pochissimi giovani.
Il valore degli immobili è tra i più bassi d’Italia: una casa media nel centro storico di un paese dell’entroterra viaggia sui 20mila euro, praticamente il costo dei materiali. Ciò è dovuto anche all’enorme volume di immobili invenduti, determinato dalle tante persone d’origine molisana che provano a liberarsi di case non più frequentate da anni e oberate di tasse: ad esempio a Sant’Elena Sannita, paese con 280 residenti, ci sono attualmente oltre trenta appartamenti in vendita. E che nessuno compra. 
Tale situazione ingessa anche il settore edile, in particolare quello delle costruzioni. Di fatto è tutto fermo.
Ma è l’industria in genere a rischiare l’estinzione in Molise: quelle grandi sono praticamente scomparse, dal tessile in provincia di Isernia (l’Ittierre, che ha chiuso da qualche anno, dava lavoro direttamente a mille persone, a tremila con l’indotto) a tanto agroalimentare in provincia di Campobasso (zuccherificio a Termoli, Gam avicola a Bojano, ecc.). Le poche rimaste con almeno 20 addetti hanno registrato nel 2017 la riduzione del fatturato, come attesta il focus sulle economie regionali a cura della Banca d’Italia, che evidenzia anche “la dinamica poco vigorosa delle esportazioni”.
Ma la vera sconfitta è sul fronte turistico: il Molise continua ad essere ignorato, benché Eurostat lo premi tra i meno cementificati d’Europa e il ministero dei Beni culturali ne ricordi lo straordinario patrimonio storico, dall’importante sito preistorico di Isernia al teatro italico di Pietrabbondante alla città romana di Altilia. Nonostante le potenzialità, i numeri degli arrivi restano impietosi: appena 131mila, per lo più lungo la costa o grazie al turismo di ritorno, contro un dato nazionale sopra i 120 milioni.
Un quadro che accende molti interrogativi.
REGIONE MOLISE, CHE FARNE? Tra le cause di un’autonomia regionale vista – alla luce di questi dati – come un’occasione persa, c’è chi imputa questa situazione proprio all’esistenza dell’ente regionale e delle sue ramificazioni. Perché, da mezzo secolo, è diventato la prima industria molisana (con logiche di forte clientelismo), soffocando ogni velleità imprenditoriale dei privati. Il Molise “ruralissimo” è diventato un luogo privilegiato di “posti fissi” nella pubblica amministrazione. Oggi che la stagione delle vacche grasse è meno florida, i nodi stanno venendo al pettine.
La situazione è talmente drammatica che è crescente l’idea di un ritorno del “figliol prodigo” molisano dal cugino abruzzese, da cui s’è staccato nel 1963 (e molti non se ne sono ancora accorti). Nell’area dell’Alto Molise, in particolare ad Agnone, c’è addirittura un movimento che auspica il distacco da Isernia e la creazione di una nuova provincia che includa l’Alto Sangro, cioè una parte montana dell’Abruzzo che presenta caratteristiche morfologiche simili all’Alto Molise.
Al di là di questi “revanscismi” localistici, ci si interroga ormai sul futuro stesso del Molise. Ed il dibattito investe principalmente i “molisani altrove”, cioè quella galassia di circa 700mila persone d’origine molisana sparse per il mondo, numericamente più nutrita degli stessi residenti in regione.
“In effetti l’ente regionale, a fronte di questa situazione drammatica specie per l’ampio entroterra montano, costituisce ormai un’opportunità sfumata – spiegano a “Forche Caudine”, la trentennale associazione dell’emigrazione molisana, con sede a Roma e oltre duemila soci. “La Regione, ad esempio, negli anni ha di fatto chiuso il Molise agli influssi esterni, assecondando e facendo esplodere i piccoli campanilismi e concorrendo a radicare il già atavico isolamento: in sostanza ogni assessore o presidente di provincia s’è impegnato a valorizzare principalmente il proprio piccolo territorio comunale, praticamente il feudo elettorale. In una regione già piccola di suo, ciò ha indebolito ulteriormente la già fragile identità regionale”.
L’analisi dell’associazione va oltre. “Un altro problema è determinato dalla crescente divaricazione tra l’apparato amministrativo locale, chiuso in sé stesso, e l’enorme massa di persone d’origine molisana presenti in Italia e nel mondo, pari appunto a circa 700mila individui. Le comunità di molisani residenti altrove hanno rappresentato per lo più l’occasione per viaggi di saluto e di piacere da parte dei vertici regionali in Brasile o in Australia o per coinvolgere figli e nipoti di emigrati in eventi quasi sempre anacronistici e pieni di retorica. Viceversa non vengono utilizzate le conoscenze e le competenze di tante ‘menti’ molisane, come invece stanno facendo ad esempio in Basilicata per Matera capitale della cultura 2019, utilizzando proprio quei lucani che hanno acquisito importanti esperienze lontani dalla propria terra d’origine – concludono amareggiati da “Forche Caudine”.

<div class="

Precedente M5S, un'illusione arsa a fuoco lento Successivo Aida Romagnuolo  e le 'barricate da torpedone'