“Tsunami Roma”, ma non è tutta Suburra



“Tsunami Roma”, ma non è tutta Suburra

Sono appassionate le sentenze che sfumano dalle tinte colpevoliste a quelle innocentiste e viceversa sull’ormai (quasi) ex sindaco di Roma, Ignazio Marino. Di scena la macchietta. O il martirio. O il male minore. O la santità. Mah…
Un fiume di discernimenti, di contrapposti risentimenti, monopolizza da settimane i tanti talk-show fotocopia che troneggiano soprattutto – ma non solo – in tutte le prime serate televisive. Vengono di solito “impreziositi” da servizi televisivi che stanno pedessiquamente scandagliando e documentando tutti i contesti più spregevoli della Città eterna. Emerge un cocktail di un sudiciume immenso, pestilenziale, a cielo aperto (con gli immancabili rifiuti sanitari sbucati non si sa da dove), insaporito da vagoni della metro in stile deportazione, borseggiatori fedeli alla linea 64, coattoni di periferia, parcheggi ipercreativi, qualche prete di periferia dagli ormoni incontrollati, attori-tribuni della romanità – nonostante Favino sia mezzo pugliese e Germano mezzo molisano – che promuovono la pellicola finita come cacio sui maccheroni, “Suburra”. Romanzo scritto da un magistrato, tarantino di nascita e anche un po’ per ambizioni da “pulp fiction”.
Poi le “piazze in diretta” riempite a fatica da pentastellati con il “Fatto quotidiano” in tasca, neofascisti ammaliati da Giorgia Meloni, bandiere del Pci fresca scenografia dell’addio a Pietro Ingrao.
“Mafia capitale” è il definitivo logo per una città che accentua quel “Sono Porci Questi Romani” con cui si dileggiava, per lo più con l’innocenza dei bambini, il millenario emblema. Per la soddisfazione delle capitale europee concorrenti nel turismo. Ma anche in lizza per l’assegnazione dell’Olimpiade del 2024 (Amburgo, Budapest e Parigi in Europa), dove non si capisce perché ci siamo finiti. O forse s’intuisce.
Certo, la Roma tradizionalmente attraente, allegra, vivace, accogliente, bonaria (alla Fabrizi) è stata svilita da decenni di spoliazioni fisiche e morali, dagli appetiti della bruttezza palazzinara e delle infiltrazioni criminali che non hanno risparmiato il commercio grande e piccolo, l’edilizia di pregio fino alle concessioni balneari sul litorale. Ma anche dalla sciatteria delle connivenze nei palazzi del potere, il business degli appalti pubblici, quello degli immigrati, la Roma (giallorosa) come fede e il portafoglio come vocazione.
Su tutta questa salsa, di un amaranto rancido, si misura la creatività artistica contemporanea, solerte nello sfornare saggi, romanzi, “docufilm”, brutto neologismo, pellicole da Oscar (con lumino alla buonanima di Fellini) e non.
In tutti questi anni è mancato soprattutto il solco di Romolo e Remo. Il progetto di città. Dal pulpito qualcuno ne ha fatto cenno. Almeno a parole. Ma lo sprawl urbano, compresi i centri commerciali che portano voti, è stato inarrestabile. Con i suoi danni irreparabili. E i suoi collegamenti infrastrutturali in ritardo.
La crescita spontanea e incontrollata, che ha generato la sconfinata periferia metropolitana spesso ignorata dagli stessi romani, ha prevalentemente accentuato notevoli disparità. Ad esempio nell’accesso ai servizi. E ha generato pesanti sperequazioni nel valore degli immobili, alimentando tanto la ghettizzazione di intere aree quanto l’espulsione di tanti nuclei familiari fuori dal Grande raccordo anulare. Almeno 200mila residenti negli ultimi quindici anni. Processi sociali ed economici che si sono scontrati sia con l’impreparazione dei piccoli Comuni dell’hinterland, disattrezzati per affrontare problemi di area vasta, sia con un’Amministrazione capitolina impotente nel governare fenomeni che travalicano i propri confini.
La recessione economica, poi, c’ha messo del suo. Non soltanto con la crisi occupazionale, ma soprattutto con la moria dei servizi, del welfare, dei luoghi di aggregazione. La biblioteca depotenziata, i teatri dell’Alessandrino o di Tor Bella Monaca sempre più isolati, gli ultimi consultori di periferia affidati alla beatitudine delle risorse umane.
Fratture che, per paradosso, hanno rivoluzionato anche i bacini elettorali tradizionali: il centrosinistra ha perso il monopolio di quartieri popolari senza più organismi di rappresentanza, conquistando, viceversa, gli elettori dei rioni centrali. I paladini della pur meritoria “saga della ramazza”, da Alessandro Gassman a Nancy Brilli, stazionano tutti rigorosamente nel Primo Municipio. Così la destra è penetrata nelle borgate con la bandiera dell’antipolitica, oggi scolorita dall’esperienza non certo esaltante del quinquennio di Alemanno.
Ma Roma è anche un’altra città. Pur con il suo “mondo di mezzo” e le sue sconfinate clientele. Pur con l’emergenza abitativa e un patrimonio comunale da 40mila alloggi di cui non c’è memoria informatica (decine di migliaia di fascicoli cartacei stazionano nella vecchia Fiera di Roma). Pur con il dramma dei trasporti (300 autobus rotti al giorno) e con il paradosso della raccolta rifiuti (tasse più alte d’Italia per avere una città costantemente sporca). Pur con le farmacie comunali stranamente in perdita e con le Assicurazioni di Roma che liquidano sinistri liquidati 4,2 volte più generosamente rispetto al Comune di Milano.
L’altra Roma è la città di cui avere maggiore coscienza e cura. E da cui occorre necessariamente ripartire, al di là delle infruttuose polemiche.
È il luogo con la più alta concentrazione di memorie storiche e architettoniche sulla Terra: oltre il 16 per cento dei beni culturali mondiali si trova qui. E’ la testimonianza di quasi tre millenni di storia. Tra i primi 30 musei, monumenti ed aree archeologiche statali più visitati, ben otto sono nella provincia di Roma con introiti lordi di oltre 36 milioni di euro per il solo circuito archeologico “Colosseo, Palatino e Foro Romano”, che è il sito più visitato. I turisti stranieri sono oltre 10 milioni all’anno, per introiti superiori ai cinque miliardi di euro.
Roma è inoltre il cuore della cristianità cattolica, unica città al mondo ad ospitare uno Stato straniero al proprio interno. E’ una città viva per volontariato, associazionismo e azioni di solidarietà. L’esempio del centro Baobab al Tiburtino, che distribuisce anche un migliaio di pasti al giorno ai migranti grazie all’aiuto di tanti cittadini, è ormai un’eccellenza a livello nazionale.
La Città Eterna è anche l’epicentro della politica e della diplomazia: 138 ambasciate straniere (più quelle della Santa Sede), le missioni diplomatiche permanenti presso la Fao, nonché istituti culturali, scuole di lingue, università, biblioteche internazionali, centri di ricerca tra i più importanti del Paese.
Non va poi dimenticato che Roma è una delle città più verdi d’Europa grazie a parchi, giardini, ville storiche e aree protette, nonché primo comune agricolo italiano per il gran numero di aree coltivate presenti entro i confini comunali per un totale di 52mila ettari.
A livello economico, nonostante la crisi, l’area romana presenta numeri da primato: da sola genera l’8,8 per cento del valore aggiunto prodotto a livello nazionale. Il sistema imprenditoriale può contare su oltre 450 mila imprese con eccellenze nell’aerospazio, nelle biotecnologie, nell’audiovisivo e nel terziario avanzato.
Insomma, al di là delle posizioni di rendita derivanti, ad esempio, dal ruolo di capitale, la città ha tutte le potenzialità per invertire la rotta nefasta degli ultimi anni. Le tante “spinte dal basso”, troppo spesso trascurate, possono apportare un indubbio contributo alla rinascita.

Giampiero Castellotti

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