Ci mancava anche questa: la disoccupazione cronica



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Il Corriere della Sera del 15 settembre 2018 ha rilanciato i dati Eurostat sulle aree con i più alti tassi di disoccupazione cronica in Europa. Tanto per non farsi mancare nulla come piaghe da ostentare, il Molise conquista addirittura la seconda posizione nel vecchio continente. Anzi, la prima, dal momento che il poco invidiabile primato se lo assicura un arcipelago di isole sperdute e sconosciute dell’Oceano Indiano che si chiama Mayotte, tra il Mozambico e il Madagascar, e che rientra statisticamente nell’Europa in quanto è un dipartimento francese.
Certo, per attestare che ci sia tanta disoccupazione tra Campobasso e Isernia non era necessario l’intervento di Eurostat. Basta guardarsi intorno. Oppure leggersi i trend demografici, con dieci residenti che scompaiono ogni giorno, per averne conferma. Ma di cronico c’è anche che del Molise si parla ormai solo per i crescenti aspetti negativi, che rappresentano una zavorra anche per quei pochi segnali di speranza, legati al termine “potenzialmente”.
Dopo i terremoti, la desertificazione industriale, i drammatici dati economici con il primato di crollo del Pil dall’inizio della crisi ad oggi, un turismo che è una chimera, un patrimonio immobiliare che non è più un patrimonio, la ripresa del dissanguamento migratorio, il Molise si appunta l’ennesima medaglia di latta (il materiale è un eufemismo per non finire nelle sostanze organiche). Le responsabilità per questa situazione sono facilmente individuabili: la dannosa miscela tra la moltiplicazione dei centri pubblici di spesa e l’endemico clientelismo.
Già la costituzione di una regione da 350mila residenti nel 1963, quanti ne ha un municipio di Roma, è stato l’antipasto. Poteva rappresentare un’opportunità, ma non lo è stato. La nascita della provincia di Isernia nel 1970, che allora aveva 15mila abitanti e oggi appena 21mila, ha costituito l’ennesima ciliegina sulla torta. Poi il fiorire di uffici pubblici, comunità montane, partecipate di ogni natura, con funzioni raramente essenziali e spesso poco cristalline, ha contribuito ad ossidare un apparato pubblico elefantiaco che ha spesso trasformato una classe di dinamici lavoratori di provincia – pastori, contadini, artigiani, commercianti – in indolenti funzionari e dirigenti pubblici. Fino al dissanguamento economico della Regione per garantire privilegi ad una piccola Casta e per tenere in piedi aziende di fatto fallite. Un vero e proprio disastro.
Il pezzo del Corriere fotografa in modo impeccabile la drammatica situazione. Interroga Pasquale Marinelli, che con il fratello Armando gestisce ad Agnone la millenaria fabbrica di campane, il quale ci vede un problema caratteriale antico: “Da noi c’è la cultura del non fare. Non è solo la burocrazia a frenarci, è la difficoltà di fare rete”. E poi Antonio Di Pietro, che la prende alla lontana: “I problemi cominciano negli anni ‘50, quando la Dc occupa il Molise manu militari”.
L’articolo racconta anche l’esperienza dell’istituto “Pilla” di Campobasso, che ha un’azienda agraria e ha offerto (gratis) un ettaro di terreno coltivabile a operai espulsi dal settore edile e a famiglie senza reddito. “Ma nessuno ha accettato – è l’amaro commento della preside Rossella Gianfagna.
Il Corriere getta sale nella ferita con due citazioni. La prima, del 2013, è di Checco Zalone, che qualcuno dei Piani alti regionali addirittura presentò come il salvatore della patria (ricordiamole queste cose!). In realtà l’attore pugliese confessò candidamente: “Io sono andato sulla cartina geografica e ho detto, qual è la terra che non si è mai cagato nessuno? Il Molise. Ed eccomi qua!”. Ciò s’è rinnovato con il Masterchef Joe Bastianich (non proprio simpaticissimo, a differenza di Zalone), il quale domandò ad una concorrente “Dov’è Campobasso? Mi sembra un posto sfigato”.
Certo, c’è qualche eccezione che il quotidiano evidenzia. Alessio Di Majo Norante, che “produce vini di pregio negli 85 ettari dell’antico feudo di famiglia”. E La Molisana, quinto operatore italiano della pasta. Ma sono oasi nel deserto.
Il quadro è dunque impietoso. Ed il nuovo corso politico, composto da molti professionisti – soprattutto a livello temporale – della politica locale, non promette nulla di buono. Vecchie pratiche, poche idee (talvolta confuse), scarso coraggio nel tentare nuove strade.
Se è vero che le responsabilità per questa situazione ricadono anche su buona parte dei molisani, artefici e vittime, è altrettanto vero che per intelligenza e dinamismo – per quanto finalizzato esclusivamente alla sfera individuale – i cittadini molisani non hanno nulla da imparare da altri popoli. Il Lavoro, sia manuale sia intellettuale, è stato sempre onorato nel migliore dei modi. Ma per decenni molti di loro sono stati messi nell’invidiabile condizione di assicurarsi uno stipendio non lavorando. E “chi ha la pancia piena non si muove”, come si dice saggiamente da noi. Ed è una sacrosanta, per quanto amara, verità.

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