Il ritorno agli ideali



Una formazione politica in prossimità di una scadenza elettorale dovrebbe chiedersi non come si va al parlamento ed al governo ma perché. La politica ridotta al personalismo ed al populismo negli ultimi anni ha dimenticato che il popolo lo si governa proponendo ideali. Occorre riavvicinarsi alla gente, operare tra i cittadini, dichiarare le proprie intenzioni sul come si affrontano i temi più scottanti, dimostrare di credere negli ideali per i quali si chiede il consenso.
Si parla spesso di come avvicinare i giovani, non lo si fa con il populismo, con il clientelismo, con promesse facili, lo si fa parlando al loro cuore, parlando di ideali, di giustizia sociale e di uguaglianza. Diversamente le fila degli astensionisti e dei contestatori dell’antipolitica si ingrosseranno sempre di più.
Il socialismo è, ancora oggi, la cultura politica in grado di dare risposte alle crisi ed ai problemi del mondo che ci circonda.
L’ideale di libertà propugnato dai socialisti non è solo quello di libertà di parola, movimento, di religione, di pensiero. L’ideale socialista è quella di libertà dai bisogni, dalla malattia, dall’ignoranza. Sono queste le libertà e le giustizie sociali che il socialismo predica, socialismo che nessuno nomina ma che tutti evocano.
Le ricette socialiste applicate negli Usa da Obama e di altri Paesi europei ed occidentali, provano l’attualità del socialismo che mira all’economia reale e non a quella creativa e della finanza speculativa. Noi socialisti abbiamo un grande ideale e su questo dobbiamo chiedere il consenso. La politica dei bilancini del farmacista, dei retro-pensieri, delle piccole convenienze, non ci interessa. Per questo motivo dobbiamo avere il coraggio di difendere la nostra autonomia, la nostra identità, le nostre idee, pur consapevoli di dover fare ogni utile accordo per riportare il Partito in Parlamento.
La consapevolezza che le prossime elezioni avrebbero sanzionato il ritorno al governo del centro-sinistra ha spinto Berlusconi a togliere gli indugi e cercare di limitare il danno con l’anticipazione della scadenza elettorale.
Ciò che rasenta il ridicolo è la motivazione sulla sfiducia al governo Monti da parte del centro-destra. Monti viene accusato di aver caricato il Paese di tasse, di non aver fatto alcuna politica di sviluppo, di aver fatto aumentare la disoccupazione etc.
Su queste accuse non possiamo che concordare, ma c’è una non trascurabile osservazione da fare alla destra italiana. La situazione di sfascio economico del Paese è stata creata proprio dal governo berlusconiano con comportamenti e provvedimenti profondamente errati, con la negazione, fino all’ultimo, dell’esistenza di una crisi, o comunque che la stessa non avrebbe colpito l’Italia, con la teorizzazione tremontiana della finanza creativa, con la difesa ad oltranza della grande finanza, dei gruppi bancari e delle prerogative delle caste e del Vaticano.
In tale situazione di confusione politica ed istituzionale, non possiamo evitare di sottolineare il risultato eclatante del lavoro del centro-sinistra nelle ultime settimane.
Le primarie hanno rappresentato una svolta circa il rapporto tra la politica e la gente comune. Gli oltre tre milioni di votanti, i centomila volontari, le milizia di sedi aperte, le centinaia di dibattiti, hanno chiaramente dimostrato che c’è una sorta di ritorno al gusto di fare politica, in barba agli anatemi di Grillo, ed al comportamento di sufficienza della destra.
Nel popolo della sinistra, anche nel Psi, tutti si sono impegnati al massimo, pochi hanno fatto gli osservatori aspettando di pontificare, come spesso succede, o di sentenziare, qualora le cose fossero andate in maniera negativa.
Ha vinto Bersani perché ha rappresentato l’anima socialdemocratica del centro-sinistra, perché ha proposto serenità e serietà per affrontare la crisi. Perché ha capito meglio gli umori ed individuato meglio l’utenza elettorale.
Renzi ha perso perché era sbagliato il suo messaggio, era limitato ad uno slogan per la parte politica ed aveva una approccio liberista e non di sinistra per la parte economica.
La rottamazione non poteva limitarsi al fatto dei due mandati nelle istituzioni, ma diveniva automaticamente un fatto generazionale, magari anche contro la stessa volontà del rottamatore principale. In un Paese con oltre 30 milioni di ultrasessantenni, e con 10 milioni di cinquantenni, con una natalità tra le più basse del mondo, con due e forse tre nuove generazioni perse alla politica per colpa della società iperconsumistica e di una carente istruzione scolastica e familiare, con una parte del mondo giovanile agnostico e stancamente disinteressato che si rifugia nell’astensionismo o nell’antipolitica grillina, parlare di rottamazione senza pensare alla maggioranza della popolazione è quanto meno da dilettanti. Se la società invecchia, ciò non significa che gli anziani non votano più.
Sull’utenza elettorale si deve interrogare anche il Psi che invece di correre dietro un nuovo improbabile elettorato, come accaduto negli ultimi vent’anni, dovrebbe mirare a recuperare quello che per decenni è stato convintamene socialista. Insomma occorre guardare al futuro senza seppellire i vivi.
La prossima consultazione elettorale deve mettere tutte le forze politiche di fronte a precise responsabilità.
La politica nei momenti di grave crisi ha sempre cercato la scorciatoia di delegare ad altri le proprie responsabilità.
Tale codardia è sempre stata pagata duramente.
Il popolo sovrano elegge i propri rappresentanti e non può essere accettata alcuna supplenza.
Nei momenti di difficoltà si torna al voto, interrogando i cittadini e non chiedendo ad altri, prima ai magistrati, poi ai burocrati ed ai tecnici di risolvere questioni che sono proprie di un mandato parlamentare.
C’è da augurarsi che l’esperienza Monti sia l’ultima delle fughe dalle responsabilità dei rappresentanti del popolo.
I difetti e gli errori della classe dirigente hanno prodotto, nel corso degli anni fenomeni di particolare gravità, consentendo lo svilupparsi di tendenze demagogiche e populiste.
La demagogia che considera la politica come sporca a prescindere, che non separa le responsabilità ma anche le capacità e le storie, conduce all’astensionismo
di dimensioni notevoli, come accaduto recentemente in Italia, porta a scelte estreme con comici e manettari assurti al rango di capi-popoli.
Altra faccia della disaffezione della gente verso il potere politico è quella dell’accettazione dell’uomo della provvidenza, del taumaturgo, prima con dittatori da barzelletta, oggi con miliardari populisti.
Sembrerebbe davvero strano, ma è impossibile che il popolo italiano possa ancora pensare di affidarsi ad un personaggio come Berlusconi.
La lezione dovrebbe essere servita. Di fronte alla quintuplicazione del proprio patrimonio, alla emanazione di leggi ad personam e “ad aziendam”, allo spettacolo indecoroso di festini e spettacoli da avanspettacolo che hanno fatto ridere il mondo intero, alla negazione dello stato della crisi e delle difficoltà del Paese, di cui ne stiamo pagando le conseguenze, alla politica estera contraddittoria e confusa, non possiamo che dire BASTA.
Monti ed il montismo sono i risultati della catastrofe berluscaniana e, agli osservatori esteri, appare incomprensibile l’attacco a Monti proprio dal suo scopritore, quando lo nominò Commissario europeo.
La coda del Governo Monti è fatta di gaffe ed errori. L’ultima è stata quella che ha definito gli italiani sfaticati (Polillo), prima ancora che era normale che le tasse colpissero i più deboli perché erano i più numerosi, ed ancora i giovani viziati, i pensionati lamentosi, la sanità pubblica insostenibile etc.
I tecnici che sbagliano i conti, esodati, Imu, etc., che chiamano altri tecnici a farsi consigliare, Bondi, Amato etc., insomma siamo al ridicolo.
Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
Tre milioni di disoccupati, il 36% di giovani, otto milioni di poveri, milioni di famiglie che hanno varcato la soglia della povertà, un crollo dei consumi con il -3,50%, che ci riporta ai cali del 1946, una evasione fiscale che supera i 150 miliardi l’anno, una corruzione che arriva ai 50 miliardi, una tassazione che è tra le più alte dell’occidente e che sta raggiungendo il 55%, sono questi i dati del disastro berlusconiano e della pseudo-medicina montiana.
Gli investimenti esteri che sono crollati e non solo per la solita gaffe di Monti, che non avrebbe garantito per il dopo Governo tecnico, ma soprattutto perché gli investitori esteri sono abituati a tassazioni del 30% e non al 55, come in Italia, sono abituati ad una giustizia civile che decide dopo qualche mese e non dopo anni, ad una burocrazia che autorizza dopo settimane e non dopo mesi. Sono questi i validi motivi per i quali l’Italia non è un Paese appetibile.
La favola delle garanzie eccessive date ai lavoratori, al loro processo di sindacalizzazione è svanita nel giro di qualche mese.
Lo Statuto dei lavoratori, di nascita socialista, ha consentito la giusta tutela dei diritti conquistati con decenni di lotte; colpevolizzare l’art.18 è stato un inutile esercizio di sciacallaggio politico. Pretendere di tornare indietro nelle tutele e nelle rappresentanze rappresenta un tentativo di rigurgiti reazionari inaccettabili.
Vi sono settori dell’economia nazionale che soffrono maggiormente la crisi.
Da sempre le costruzioni hanno rappresentato il volano della crescita economica in Italia e nel mondo.
Infrastrutture, sistemi abitativi, industrializzazioni collegate, produzioni di materiali da costruzioni, prodotti in acciaio e ferro, prodotti del legno, impiantistiche di vario genere, sono tutti settori in cui le capacità italiane del campo hanno da sempre rappresentato l’eccellenza all’interno ed all’estero.
Durante il periodo berlusconiano, al di là degli annunci, il settore è stato massacrato. I pagamenti dilazionati fino a tre anni da parte della pubblica amministrazione, i vari piani di sviluppo annunciati e ritirati, la assoluta incapacità di assistere le aziende che hanno rappresentato il meglio del Made in Italy.
Siamo arrivati ad oltre 70 miliardi che lo Stato deve pagare alle imprese per lavori svolti, l’Iva si paga in anticipo ma per i rimborsi i ritardi sono di mesi, solo negli ultimi mesi i disoccupati nell’edilizia hanno raggiunto il numero di 600mila, le aziende fallite sono 1.600, siamo indietro di 30 anni per le infrastrutture rispetto ad altri Paesi industrializzati, mancano autostrade, strade, Ferrovie e porti.
Mancano all’appello 600mila abitazioni per le coppie giovani e per gli immigrati. Sono stati annunciati più Piani Casa, rimasti tutti lettera morta.
Servono 200 miliardi di euro per le sistemazioni idro-geologiche.
Di questi almeno 100 miliardi sono urgenti e necessari se vogliamo evitare altri eventi luttuosi, con morti e distruzioni, come avviene da anni con una certa frequenza.
Vanno messi in sicurezza gli argini dei fiumi, applicate le normative antisismiche, curata ed assistita la montagna.
La montagna può essere portatrice di ricchezza e benessere se curata ed abitata.
Diventa matrigna e crea disastri quando viene abbandonata e ferita con interventi speculativi senza tener conto delle pericolosità che sono prevedibili.
Abbiamo bisogno di una politica industriale che è latitante dopo la scomparsa delle partecipazioni statali.
Il decreto per l’Ilva è chiaramente incostituzionale perchè lede il principio di diritto alla salute e quello di uguaglianza, autorizzando la proprietà a commettere reati.
Solo velatamente viene paventata la possibilità di un intervento dello Stato sugli assetti proprietari, per un settore strategico dell’economia nazionale.
Garantire reddito e salute ai cittadini con un provvedimento radicale non è cosa impossibile, se invece si vuole tutelare la proprietà, responsabile del disastro prima ecologico e poi economico, allora è sempre il potere forte che prevale con il cedimento dei deboli.
La Fiat dopo aver succhiato per decenni finanziamenti allo Stato non può paventare, senza pagare pegno, la possibilità di abbandonare l’Italia.
In Francia la Peugeot è stata nazionalizzata, in Italia la sola parola incute paura.
Il prossimo Governo dovrà avere l’accortezza di esaminare i provvedimenti per salvaguardare le industrie nazionali, adottati da altri Paesi a cominciare dagli Stati Uniti di Obama. Marchione ha salvato la Crysler non con i soldi di Agnelli ma con quelli di Obama. Solo dopo la ripresa dell’azienda il Tesoro americano è uscito dall’azionariato. Stesso discorso potrebbe avere valenza per la Indesit, per la Natuzzi, l’Alcoa etc. Tale ricetta, chiaramente socialista, può essere adottata anche in Italia.
La Cassa Depositi e Prestiti potrebbe avere proprio tale ruolo: entrare nell’azionariato delle aziende in crisi, accompagnarle fino alla loro ripresa e quindi uscirne. Non si tratta di un ritorno all’IRI ed alle Partecipazioni statali, ma in un momento drammatico per l’industria italiana, tali interventi possono salvare migliaia di posti di lavoro.
Affrontare la crisi con interventi possibili e validi, diventa necessità assoluta per il prossimo Governo.
La patrimoniale richiesta dai socialisti per primi non è più rinviabile.
Se viene proposto un piano con cui ai titolari delle grandi ricchezze viene chiesto un contributo di solidarietà dell’1% per cinque anni otteniamo un gettito di 90 miliardi annui che possono intaccare seriamente il debito pubblico.
Parimenti occorre avere il coraggio di rinunciare all’acquisto dei 100 cacciabombardieri F35, dei sei Droni, aerei senza pilota, delle due nuove portaerei e di gran parte delle spese militari per le missioni all’estero. La sola riduzione di tali costi, risolverebbe il problema della sanità italiana. La difesa deve divenire europea, come Italiani non abbiamo nemici da bombardare e da combattere.
L’Italia non si può permettere di avere Regioni a Statuto speciale con costi aggiuntivi di oltre 18 miliardi, come non si può permettere costi della politica superiori ala media europea.
Abolire le Province e gli Enti inutili, ridurre drasticamente il numero dei 500mila che vivono direttamente od indirettamente di politica, 24mila consiglieri di amministrazione delle società pubbliche e miste, 18mila consiglieri circoscrizionali operanti anche in piccole località.
In tutta Europa chi ha usufruito dello Scudo fiscale ha pagato quale penale per il rientro dei capitali il 20% dell’ammontare. In Italia Berlusconi decise un obolo del 5%. Riportare la quota a livello europeo, significa un ulteriore introito nelle casse pubbliche di altri 10 miliardi. Le banche vanno controllate e la loro attività monitorata, va definita la separazione del settore depositi, dove i cittadini tengono i loro risparmi, da quello degli investimenti e delle attività finanziarie e speculative.
Ridurre i costi della Pubblica Amministrazione con un monitoraggio severo delle spese, della giustizia con somme eccessive per intercettazioni spesso inutili che superano quanto speso negli Usa per lo stesso strumento di indagini.
Lottare contro tutte le caste e non solo contro quelle della politica, a cominciare da quelle del settore della burocrazia, a quelle militari, alla magistratura, alle università, ai giornalisti della tv e della carta stampata, sempre pronti a sentenziare sugli altri, senza guardare in casa propria.
Insomma fare le stesse cose che sta facendo Obama in America ed Holland in Francia.
Capitolo a parte per noi italiani è quello che riguarda il Vaticano.
Non è possibile che la Chiesa del poverello di Assisi, a Roma, non paghi neanche l’acqua ed il gas. Ogni giorno visitano i musei vaticani 20mila persone pagando 30 euro a testa. Sono 600mila euro al giorno senza che il Vaticano paghi un euro di tassazione.
Per non parlare dei 1.600 musei, delle 800 cliniche, 1.400 ospedali ed ambulatori, 100mila edifici di proprietà, l’8 per mille, etc.
Per l’Imu la battaglia con la Chiesa si è fatta ardua, sulla definizione dei luoghi di culto che dovrebbero essere esentati.
L’Imu è una tassa iniqua che colpisce i più deboli, che va contro la tesi di chi più ha e più paga, che colpisce i pensionati che già hanno avuto le loro pensioni distrutte.
Insomma le soluzioni ci sono, necessita la volontà politica e gruppi dirigenti all’altezza della situazione.

(Angelo Sollazzo)

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