Un’altra informazione è possibile?



Un’altra informazione è possibile?

(“Gli intellettuali, i politici o i giornalisti che dicono di lavorare per il bene comune dovrebbero darne prova concreta, e suicidarsi” – Carl William Brown)
LA NUOVA FRONTIERA DI INTERNET: IL WEB COME UNO “SPEAKER’S CORNER”
(“Considero il Web come un tutto potenzialmente collegato a tutto, come un’utopia che ci regala una libertà mai vista prima” – Tim Berners-Lee) – Lo “speakers’ corner” è il famoso “angolo degli oratori” presente ad Hyde Park: un piccolo spazio pubblico, nel cuore di Londra, dove a chiunque è concesso salire su un palco malamente improvvisato per arringare i passanti su qualsiasi argomento gli passi per la mente.
Non trovo metafora migliore per descrivere cosa sia divenuto il web per i milioni di internauti di tutto il mondo: esattamente uno “speakers’ corner”, un megafono tramite cui farsi ascoltare nel bel mezzo della nevrotica piazza virtuale della rete.
In fine di tutto? Semplicemente esprimere “senza filtri” le proprie idee, anche le più minoritarie ed anticonformiste, condividerle “liberamente” con chiunque disposto ad ascoltarle, per poi diffonderle “viralmente” attraverso gli strumenti dei blog o dei social network.
Oggi, però, si assiste ad un ulteriore salto di qualità nello sviluppo del “world wide web”: la Rete ha direttamente assunto un ruolo da protagonista nel determinare i “cambiamenti epocali” della nostra storia.
Lo dimostra la cronaca recente: non sarebbero nemmeno scoppiati i primi focolai della cosiddetta “primavera araba” senza i mezzi di comunicazione, libera ed incontrollata, offerti dalla Rete. Lina ben Mhenni, 29enne blogger tunisina, è l’esempio di come giovani di vent’anni abbiano potuto innescare rivolte sociali semplicemente servendosi della Rete. Nel nord Africa quasi metà della popolazione è under 25 ed il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 30%. Di per sé una buona ragione, unita alla mancanza di libertà civili, per ribellarsi. Senza lo straordinario catalizzatore del web, però, dubitiamo che una simile “massa pensante” si sarebbe potuta trasformare così repentinamente in una “massa protestante”. In un certo senso, gli ex presidenti Ben Alì ed Hosni Mubarak devono la loro testa proprio alla “rivoluzione internauta”!
Lo controprova il caso “WikiLeaks”: Julian Assange, giornalista ed attivista australiano, ha creato il panico nelle diplomazie mondiali mettendo in rete, ossia alla portata di un clic, documenti governativi riservati. Nonostante un accanimento giudiziario personale, una persecuzione da parte degli Usa senza precedenti ed una campagna internazionale per danneggiare WikiLeaks, il fondatore del famoso sito ha annunciato per il 2013 più di un milioni di file riservati pronti per la pubblicazione.
Lo conferma, guardando in casa nostra, l’annunciata sorpresa elettorale delle prossime settimane: il successo del Movimento Cinque Stelle, i cui candidati sono stati scelti sulla base di “parlamentarie” on-line. Cosa rappresenta questa rivoluzione politica, fino a pochi anni fa inimmaginabile, se non la rivincita di un blog di successo sui partiti tradizionali?
LE METEORE DEI GIORNALI: DA “PADRI PADRONI” A “PADRI NOBILI” DELL’INFORMAZIONE? (“I giornali si dividono essenzialmente in due gruppi: quelli di partito e quelli di parte” – Dino Basili) – Il futuro dell’informazione è on-line: in un mondo superveloce e globalizzato, è anacronistico pensare possa avere un qualche “appeal” fra i giovani il mondo della carta stampata. Sono sempre più coloro che s’informano o s’intrattengono navigando in Rete, piuttosto che guardando passivamente la tv o leggendo sulla carta stampata notizie “già scadute” prima d’esser lette!
Secondo il Rapporto 2012 del Censis sulla situazione sociale del Paese, negli ultimi cinque anni si è assistiti ad una “emorragia di lettori” della carta stampata, scesi dal 67% degli italiani nel 2007 al 45% di oggi. La disaffezione verso la carta stampata, poi, è ancor maggiore tra i giovani: nel 2012, i lettori di quotidiani 14-29enni sono stati appena il 33%.
Se Internet è “l’esemplificazione più riuscita dell’eterno presente” – citando il filosofo Diego Fusaro -, i quotidiani rappresentano una memoria del passato. Una memoria, però, che non va cancellata.
La stampa, allora, sopravvivrà nella misura in cui riuscirà a rinnovarsi, a stare al passo con la rivoluzione tecnologica. Com’è probabile che i nostri figli si recheranno a scuola portando un tablet in mano piuttosto che uno zaino sulle spalle, allo stesso modo resisteranno quelle testate che saliranno sul treno in corsa dell’innovazione. In che modo? Ad esempio, imponendosi come autorevoli giornali on-line e rendendosi accessibili a portata di ipad!
Gli unici, veri penalizzati saranno gli edicolanti: con la scomparsa di molte piccole testate, si svuoteranno molti di quei scaffali oggi stracolmi d’ingombrati, a volte inutili, quotidiani.
I PERICOLI DEL “WORLD WIDE WEB”: IL POTERE ANARCHICO ED INCONTROLLABILE DELLA RETE (“Se Internet ha molto da offrire a chi sa ciò che cerca, è anche in grado di completare la stupidità di chi naviga senza bussola” – Laurent Laplante) – “Santificare” il web, nonostante abbia rivoluzionato – in meglio – le nostre vite, sarebbe comunque un errore imperdonabile: citando Daniele Luttazzi, “se la televisione è un sonnifero, Internet è un ipnotico potentissimo”!
Internet è una “Rete senza maglie”, per cui sono ancora molti – troppi – i buchi neri di quest’universo “al di là del bene e del male”:
– La minaccia, sempre incombente, della “disinformazione”.
Internet è un “tritacarne della comunicazione”, un mostro a più teste rigurgitante di tutto: da informazioni utili a pseudo notizie, da pregiati studi a clamorose fandonie, da analisi accademiche sopraffini a mere “immondizie culturali” (si pensi alle tesi negazioniste sull’Olocausto). Agli occhi di utenti svogliati, in cerca di un diversivo per sconfiggere la monotonia, una palese falsità, ripetuta, “linkata”, “taggata” più volte, rischia di trasformarsi in una conclamata verità!
– La proliferazione della cd. “Internet dipendenza”.
Internet è entrato di diritto nel club riservato delle più comuni “dipendenze”, assieme a quelle dai videogiochi, cellulari o giochi d’azzardo. Una dipendenza, quindi, non da droghe legali (alcol e tabacco) o illegali (sostanze stupefacenti), bensì da comportamenti, quali navigare in rete, senza i quali l’esistenza sembra diventare priva di significato! Sempre più persone, così, sostituiscono il mondo virtuale a quello reale, perdendo il contatto con la realtà.
– Il pericolo, sempre presente, di un’impunita “violazione della privacy”.
Inquieta l’incoscienza con cui molti utenti immettono “dati sensibili” in rete, senza alcuna consapevolezza della difficoltà di rimuoverli in un secondo momento o del possibile uso improprio che terzi possano farne.
– La diffusione della “pornografia di massa”.
Navigando sul web, è terribilmente facile, anche per i più giovani, ritrovarsi impigliati nella rete dell’hard. In una società profondamente “sessuofobica”, anzi, troppo spesso il “porno a portata di clic” è divenuto l’unica forma di educazione alla sessualità!
– La proliferazione di “contenuti violenti”.
è sempre più frequente la moda di filmarsi nell’atto di compiere atti pericolosi, osceni o illegali, per poi diffondere online le immagini e “vedere l’effetto che fa”. Il rischio emulazione, così, si fa molto alto.
La Rete, inoltre, è il ritrovo ideale per uomini falliti e frustrati dalla vita, che passano le loro giornate ad insultare gli altri nell’illusoria persuasione di trovare qualcuno più inutile di se stessi, del quale sentirsi superiori.
Nonostante le minacce rappresentate da un accesso “incontrollato” degli utenti e dall’immissione di contenuti “senza filtro”, il web conserva una qualità ineguagliabile: è l’unico “mercato della conoscenza” libero ed accessibile a chiunque, superando qualsiasi barriera (fisica o immateriale).
La sola domanda da porsi, allora, è: ne vale la pena?
La risposta è “si”, se ciò è l’unica garanzia di un’effettiva tutela del bene supremo della “libertà di espressione”.
Limitare la libertà degli internauti, mettere un “bavaglio” all’informazione on-line o un “guinzaglio” ai blogger, come il legislatore italiano ha ripetutamente tentato in questi anni, non è la soluzione.
La causa di ogni eccesso on-line non dipende dallo strumento in sé, bensì dall’uso che sappiamo farne: occorre, perciò, accrescere la maturità, responsabilità e coscienza critica di chi naviga.
Piuttosto è giunto il momento di costituzionalizzare il diritto al “libero accesso ad Internet”, inserendo un apposito richiamo all’interno dell’articolo 21 della Costituzione.
LO “SPREAD DIGITALE” (“Nella Rete non c’è notte e non c’è giorno, non c’è alto e non c’è basso, non c’è corpo e non c’è calligrafia, c’è solo il bit, che viaggia e che prende la forma che gli vogliamo dare” – Jovanotti) – L’unico mezzo di comunicazione che riscuote un successo crescente nel tempo è Internet: secondo il Censis, se nel 2011 si è superata, per la prima volta, la soglia del 50%, quest’anno l’utenza ha raggiunto il 62% degli italiani (era ferma al 27% appena dieci anni fa!). Il dato sale ulteriormente fra i più giovani (90,8%), le persone più istruite, diplomate o laureate (84,1%), ed i residenti delle grandi città, con più di 500mila abitanti (74,4%).
Nonostante tutto, l’Italia deve fare i conti con uno “spread invisibile”: lo spread digitale (o “digital divide”), misurante la distanza tra la qualità della nostra rete e livello di digitalizzazione dal resto del mondo più tecnologicamente avanzato.
Per farsi un’idea, secondo la Commissione europea, oltre il 41% degli italiani non è “mai” entrato in rete (il doppio rispetto ai francesi o tedeschi, il quadruplo in rapporto agli inglesi). In Europa, inoltre, l’Italia si colloca:
– terzultima per percentuale di popolazione che si connette alla rete almeno “una volta a settimana”;
– penultima per la copertura di Internet veloce (o Adsl) sul territorio nazionale;
– ultima per la copertura di Internet superveloce (le fibre ottiche), raggiungendo appena il 10% (la Francia copre già il 20% ed ambisce al 100% entro il 2025, il Portogallo il 60%, la Svizzera il 90%, la Corea ed il Giappone il 100%!).
Quando si parla di “alta velocità”, allora, siamo sicuri che la priorità sia la Tav piuttosto che la nostra vetusta rete Internet?
LA “SCHEGGIA IMPAZZITA” DELL’INFORMAZIONE: TUTTI I MALICHE VENGONO PER NUOCERE… (“Sembra che certi giornalisti vedano il loro compito come il tentativo di spiegare ad altri quello che loro stessi non capiscono” – Markus M. Ronner) – I media italiani hanno trascurato per anni quella che dovrebbe essere la loro unica missione: “informare”.
è questa la causa prima di tutti i mali della nostra informazione:
– la “perdita d’autorevolezza” dei principali canali d’informazione.
Un tempo la frase “l’ho sentito al Tg1” o “l’ho letto sul Corriere” era un attestato inoppugnabile di attendibilità delle notizie. è ancora così?
Dei telegiornali, il solo TgLa7 si sforza quantomeno d’apparire il più obiettivo possibile (sforzo che il Tg3 ed il Tg4 si sono sempre risparmiati): tutti gli altri sono già contaminati dal virus di Studio Aperto (uno “pseudo tg” che ha rinunciato all’inchiesta giornalistica, ridotto lo spazio riservato alla politica, romanzato la cronaca nera ed immesso nel circolo mediatico iniezioni massicce di gossipparo qualunquismo!).
– La scomparsa del giornalismo d’inchiesta.
Report è l’ultimo esemplare del genere ancora in onda sui nostri schermi. Per il resto, le uniche inchieste degne di nota in questi anni sono state: quelle realizzate a Montecarlo “su commissione” dai giornali della famiglia Berlusconi; il falso documentale di Vittorio Feltri costato il posto all’ex direttore de l’Avvenire, Dino Boffo; lo scoop di Canale5 sul colore dei calzini del giudice Mesiano; il servizio riservato dal settimanale Chi al pm Boccassini, messa alla berlina in questi giorni per discutibili calze a righe!
– Il “provincialismo” della nostra informazione.
Che fine ha fatto la politica estera? Spacciata per roba da esterofili ed intellettuali, di esteri se ne parla solo per aggiornare la conta dei militari italiani morti in missioni di pace e, a scadenza quadriennale, in occasione delle Presidenziali americane.
Fanno più notizia le preferenze letterarie di un consigliere regionale (la predilezione di Nicole Minetti per il libro “Mignottocrazia”) piuttosto che una guerra civile nel corno d’Africa, le persecuzioni etniche in Tibet, la guerra dei Narcos in Sudamerica o le rivolte popolari in Medio Oriente!
– La degenerazione dei “talk show” politici.
Questi hanno colmato il vuoto lasciato dalla chiusura del Bagaglino, riproducendo in tv le miserie del teatrino politico italiano.
Come? Creando personaggi “grotteschi” (quali i Gasparri o le Santanché), consegnando agli ospiti “copioni” prestabiliti (le parti più ambite rimangono ancora quelle dei berluscones ed antiberlusconiani) ed affidando la conduzione a giornalisti “faziosi” (si veda Santoro o Vespa) o falsamente bonari (si pensi a Floris), pronti ad aizzare gli ospiti come leoni in gabbia per riprendere lo spettacolo!
Il risultato? Confronti ideologizzati e privi di contenuti, farciti di slogan e battute degne in una campagna elettorale di quart’ordine!
Quel giorno in cui un conduttore, nel caso in cui un ospite dica “fuori piove” e la controparte “fuori c’è il sole”, faccia l’unica cosa che un giornalista dalla schiena dritta è chiamato a fare, ovvero affacciarsi a guardare che tempo fa, forse potremo riconsiderare i nostri giudizi…
LA “STELLA CADENTE” DELLA TV: TUTTI I MALI DELLA TELEVISIONE ITALIANA (“La televisione, al contrario del cinema e del teatro, fa di tutto per impedirti di pensare. E ci riesce” – Pino Caruso) – “Mamma tv” non ha mai smesso di ammaliare gli italiani con le sue generose forme, instaurando con essi un morboso rapporto di Edipo. La televisione, difatti, continua ad avere un enorme seguito nel pubblico, pari al 98% degli italiani (fonte Censis).
Come i segni del tempo possono lasciare cicatrici anche nelle migliori “Milf” non appena si calano le vesti, allo stesso modo il piccolo schermo rivela dei mali che non sono certo visibili né alla luce degli ascolti né degli introiti pubblicitari. L’abbondanza non è sempre segno di benessere, così come la quantità non è sempre sinonimo di qualità!
Il peccato originario della nostra tv è stato la sottomissiva devozione al “Dio Denaro”: la totale soggezione alle logiche dell’auditel e della pubblicità.
è da ciò che dipendono tutte le sue degenerazioni:
– l'”omogeneizzazione” dei prodotti televisivi.
La tv manca del tutto d’innovazione ed originalità: i palinsesti sono monotoni e ripetitivi, così come le facce che appaiono sullo schermo sono riciclate “fino all’inverosimile” (non esiste un turnover o un’età per il pensionamento nel mondo dello spettacolo?).
Basta fare zapping, a qualsiasi ora in qualsiasi giorno, per accorgersi di come la tv generalista si “scopiazzi” a suo piacimento o riproduca all’infinito programmi “triti e ritriti”: l’importante è solo garantirsi un minimo di seguito fra il pubblico fidelizzato.
Altro che duopolio televisivo Rai-Mediaset: potremmo benissimo parlare di monopolio “Raiset”.
– La “mercificazione” del corpo delle donne.
Non occorre spendere molte parole: documentari come “Il corpo delle donne”, film come “Videocracy” e manifestazioni quali “Se non ora quando?” hanno palesato il bieco maschilismo -celato da machismo- della società italiana, riprodotto cecamente dalla televisione nella sua versione più becera.
Si è spacciato per verità il fatto che denudarsi, mostrarsi, vendersi come “carne da macello” fosse un segno d’emancipazione per le donne. Il che sarebbe vero se, al contempo, fosse garantita alle stesse anche piena libertà di realizzarsi per quel che si pensa, oltre per come si appare!
– L'”overdose” della cronaca nera.
Prima col caso di Cogne, poi con i delitti di Garlasco e Perugia, infine con gli omicidi Scazzi e Rea, la tv ha dato abbondantemente prova di saper superare il “limite della decenza”. Si è messa in scena un’informazione urlata e senza pudore, il tutto ad un solo fine: soddisfare il “voyeurismo” del pubblico!
Ogni caso di cronaca viene sistematicamente serializzato, trasformato in format televisivo, in un “reality dell’orrore” grazie al quale riempire i palinsesti televisivi e far crescere vertiginosamente l’audience. Chi non ricorda il cancello marrone dei Misseri, in via Grazia Deledda? è concepibile che, per mesi, questa immagine abbia oscurato ogni altra notizia? Qualcuno immaginerebbe Enzo Biagi ricostruire un delitto dinanzi ad un “plastico” o Indro Montanelli pedinare i parenti della vittima appena usciti dall’obitorio? Può “Dio auditel” assolvere ogni eccesso mediatico?
Se è questo il livello dell’informazione televisiva, perché non abolire il canone Rai e privatizzare quantomeno due delle tre reti televisive di Stato?
Perché obbligare ogni italiano a pagare il canone Rai (anche chi, magari, preferirebbe un abbonamento a Sky)?
Forse per continuare a permetterci gli “stipendi d’oro” dei suoi dirigenti di nomina politica o conduttori del “prime time”?
(“I poveri, attraverso il canone o la pubblicità, pagano la televisione per vedere i ricchi che si divertono” – Carl William Brown)

(Gaspare Serra)

<div class="

Precedente Riforma della Difesa, un Natale "armato" Successivo Per la convergenza di tutti i progressisti