Tutti per uno, il profitto



L’ultima manovra di lacrime e sangue, gentilmente chiamata “spending review”, quasi fosse un fiore creato apposta per una delle tante feste consumistiche inventate in questi anni, ha già fatto capire che le azioni previste produrranno stragi negli ospedali, negli enti pubblici, nelle istituzioni culturali e della ricerca e nelle campagne.
Un taglio netto come quello che si fa per un prato inerbito quando l’erba è troppo alta.
C’è da dire che l’obiettivo “livellamento o omologazione” è parte del dna di un sistema che ci vede ancora tutti partecipi, soprattutto ora che ne siamo diventati vittime, e, in questo modo, inconsapevolmente protagonisti, nel momento in cui ci preoccupiamo se ci toccano la macchina o il telefonino; i tacchi alti o le gonne corte; la squadra o il campione del cuore. Non del territorio che, nel frattempo, scompare; dell’agricoltura che muore insieme alle tradizioni, ai dialetti, ai minuti borghi e alla rete dei piccoli negozi e delle botteghe artigiane; della scuola che è sempre più un contenitore vuoto di valori e di saperi; della cultura o della ricerca ridotta al lumicino proprio ora che c’è estremo bisogno di conoscenza e, con essa, di futuro.
Anche l’uso e abuso di parole in inglese come quelle sopra citate va nel senso del livellamento e del tentativo di togliere a ognuno le origini, l’identità, il senso critico che è fondamentale per la crescita e lo sviluppo della democrazia. Tutto all’insegna del denaro, del profitto di pochi e dell’asservimento dei più che, per non dare fastidio, devono smettere di pensare in modo da fare quello che vogliono i padroni del denaro, siano essi banche, potenze finanziarie, multinazionali, o, anche, organizzazioni criminali.
Solo qualche esempio:
1. Per risolvere il problema dei costi altissimi della sanità, il governo Monti ha pensato bene di tagliare i posti letto, cancellando in pratica la risposta primaria da dare a chi ha bisogno di cure e di salute. Non si è neanche posto la domanda della natura dei costi e della massa di delinquenti che rubano a piene mani e mangiano a spese della sanità, con gli occhi chiusi o, al massimo, uno solo aperto, dei governi regionali, in particolare i presidenti che sono, non a caso, governatori. Così, invece di estirpare il marcio che è raccolto nel bubbone, si amputa il braccio o la gamba per fare prima. Personalmente so che quelli della Bocconi non sono stupidi o gente impreparata, tutt’altro! Essi sono molto preparati a spingere in avanti un processo che ha perso colpi e sta per fermarsi definitivamente e non so, però, se sono pienamente consapevoli di quello che fanno.
2. Altro punto è la cancellazione di una serie d’istituti di ricerca operanti in questo nostro straordinario Paese che, negli ultimi tempi, ha messo in primo piano donne e uomini che hanno ridotto a panino immangiabile la ricerca e la cultura. Così ora ci troviamo nella situazione non solo di dare una risposta ai tanti cervelli che, per sbarcare il lunario, sono costretti ad andare in giro per il mondo, ma, anche, a doverci preoccupare di quelli che saranno licenziati e già si ritrovano sulle piazze a cercare una nuova occupazione. Ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse a livelli alti di drammaticità, se non tragedia.
Si parla di prevenzione, di cattiva alimentazione, di obesità che colpisce soprattutto la giovane età e delle malattie croniche che derivano da un’errata alimentazione e da cibi poco buoni o, addirittura, non salutari, è che si fa? Si cancella l’Inran (l’istituto nazionale di ricerca sugli alimenti e la nutrizione), che fa capo al Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, invece di rafforzarlo per dare più senso e più forza alla prevenzione e alla formazione e educazione alimentare. Trecento bravissimi ricercatori ora devono pensare a come trovare un nuovo lavoro e, comunque, non più in grado di competere e primeggiare a livello mondiale in questo campo.
Viene da pensare che si voglia smontare una delle strutture che serve a questo nostro Paese per essere sempre più roccaforte della Dieta mediterranea, cioè di uno stile di vita prima ancora che alimentare che tutti ci invidiano, e, sempre più primo in Europa in fatto di eccellenze Dop e Igp, che sono tanta parte dell’immagine di qualità e di bellezze dei tanti territori di origine. Soprattutto della nostra agricoltura, in particolare quella di piccoli e medi produttori, che tutti cercano di eliminare affamandoli con la crisi, dopo averli abbandonati culturalmente; dello sforzo nel campo del biologico proprio per dare, con un’alimentazione sana e certificata, una risposta di qualità al bisogno di stare bene.
I dubbi e le perplessità degli ultimi tempi prendono forma e diventano giganti:
– I recenti campionati europei e la facilità di accostamenti di due cose che dovrebbero essere distanti anni luce, il marchio Qualitivita, con il nostro formaggio più clonato, e la più sofisticata catena di distribuzione di pasti (!) a livello globale;
– l’azione costante e sempre più vincente delle multinazionali degli Ogm (piccoli fori con le ultime decisioni e scelte dell’Ue che, presto, si trasformeranno in voragini);
– la promozione di un’agricoltura destinata a produrre biomasse e, quindi, sempre meno cibo, sapendo che da diecimila anni essa è cibo e, insieme, fonte di attività e di iniziative tese ad arricchire ed affermare i valori della ruralità e non a limitarli o cancellarli.
Tre esempi che non hanno niente a che vedere con la necessità di affermare sicurezza e sovranità alimentare, cioè la possibilità di assicurare un boccone a tutti gli uomini, i bambini in particolare, e di ridare spazio a processi e attività che il sistema, con le sue centrali di profitto, ha portato a livellamenti esasperati o, addirittura, a cancellazione di attività e di culture che non ci riguardano. Non riguardano questo nostro Paese, il mio piccolo Molise o la grande Emilia Romagna, l’arco alpino o l’Appennino e le piccole come le grandi isole.
Intanto 100 ettari di terreno fertile ogni giorno continuano ad essere sacrificati al cemento, alle autostrade, ciò che fa pensare a un futuro di macerie e di discariche; milioni di ettari di terreno vengono invasi dalla chimica all’insegna dell’efficienza e della produttività, del profitto delle multinazionali e non, di certo, del reddito dei produttori, della salute del consumatore e della biodiversità animale e vegetale.
Tutto questo succede nel Paese circondato, da Trieste a Ventimiglia, da mari che sono anche facili da navigare. Un Paese, mi dispiace dirlo, più di masochisti che di navigatori e sognatori capaci di incantare il mondo con la cultura, la musica, l’arte, le invenzioni, che animano la conoscenza.

Pasquale Di Lena – Larino

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