Per un’etica dell’armonia



“La bellezza è un valore morale”. E’ un’asserzione scolpita nella pietra quella del vescovo Giancarlo Bregantini, uomo del Nord oggi al lavoro nella diocesi di Campobasso dopo essere stato per anni, in Calabria, uno “scomodo” simbolo nella lotta contro la mafia. Il giorno in cui s’insediò nella diocesi di Locri-Gerace fu accolto con una bomba sotto il palco. E alle forze dell’ordine che gli intimavano di accettare la scorta oppose un netto rifiuto.
Questo sacerdote trentino, che ha scelto di essere prete operaio, poi cappellano delle carceri e infine vescovo al Sud, indica nel matrimonio tra etica ed estetica una ricetta condivisibile per il riscatto del nostro Mezzogiorno. “I paesi più brutti e trascurati sono quelli segnati dalla mafia” ricorda nel suo libro “Non possiamo tacere” (Piemme), di recente citato da Gian Antonio Stella nella prima pagina del “Corriere della Sera”. Scrive: “Una delle migliori forme di antimafia è il gusto del bello, del buono e del vero”.
Il Sud degradato, in questi anni di crisi economica e morale, continua ad espandersi. Includendo nuovi lembi di territorio. Anche il Molise non ne è esente. Una terra resa incantevole dallo stretto e millenario rapporto tra uomo e natura, incentrato prevalentemente sulla semplicità e sulla ripetitività del rito, mai come oggi rischia di diventare un’appendice delle più problematiche province confinanti. Il brutto, come un cancro, avanza. E lo scadimento, come in una spirale, alimenta la degenerazione.
Il Molise dei numeri sempre più assottigliati e delle flebili resistenze rischia di subire forme definitive di neocolonialismo. C’è quello culturale, un po’ a stelle e strisce, che provoca fenomeni dalle tinte grottesche, specie nella politica e nella comunicazione quotidiana. C’è quello economico, dalle gradazioni drammatiche, dove i grandi progetti atterrano incuranti delle condizioni sociali di intere generazioni costrette a fare le valigie. C’è quello del saccheggio ambientale, dove l’alta concentrazione di pali eolici, insensibili anche alla “bellezza” della storia (vedi Sepino), si affianca ai capannoni inutili imposti in nome di un’industrializzazione anacronistica, alle distese di cemento che ospitano irragionevoli montagne di auto usate, ai centri commerciali che uccidono centri storici e commercio “umano”.
E’ un Molise, purtroppo, con sempre meno coscienza della sua bellezza. Dove il pur rilevante patrimonio storico e archeologico (da Castel San Vincenzo all’Homo aeserniensis, da Pietrabbondante a Sepino) vive nel semi-dimenticatoio, se non nell’abbandono, come recentemente documentato anche dalla trasmissione “Presa diretta” su Raitre. Dove gli assalti speculativi rappresentano una costante minaccia anche per i millenari e straordinari tratturi. Dove si progettano aeroporti (sic) in zone che perdono abitanti e motivazioni economiche. Dove l’enogastronomia è difesa dagli immani sforzi dei singoli. Dove emerge chiara la mancanza di una strategia d’insieme a fronte di una continuità garantita da scelte estemporanee e, quasi sempre, clientelari.
Il Molise deve riacquisire consapevolezza della propria identità, anziché lasciarsi andare a scelte disfattiste che non portano a nulla. E lo può fare ripartendo dal “basso”, dalle scuole, dagli enti locali, dall’associazionismo, dalle realtà culturali, dalle parrocchie, da tutti coloro che non vogliono arrendersi ai frutti di scelte e politiche scellerate.

Giampiero Castellotti



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