Un pomeriggio molisano all’insegna di pagine e note



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ROMA – Sarà presentato sabato 3 marzo a Roma, presso la sala Di Liegro al primo piano di Palazzo Valentini (via IV Novembre, sede della Provincia di Roma), il primo libro di Carmine Berardo (originario di Duronia), dal titolo “La soglia della felicità” (Qulture Edizioni). L’iniziativa è promossa dalla comunità di Duronia in collaborazione con l’associazione “Forche Caudine”, il circolo dei molisani a Roma.
Il romanzo di Berardo racconta la storia della piccola Bianca, che soffre di una rara sindrome infantile. I suoi genitori vivono nella speranza di vedere la loro figlioletta guarita, ma sanno che, al di là della malattia, ci sono nemici ancora più difficili da sconfiggere: il pregiudizio e l’ignoranza del mondo che li circonda.
La malattia di Bianca diviene così un lungo e complesso percorso di guarigione del corpo, ma si trasforma subito anche in un’occasione di crescita interiore e di auto-comprensione dei protagonisti.
Carmine Berardo, toccato personalmente da questo genere di esperienza, ha voluto far accrescere nel lettore la sensibilità verso i delicato temi della malattia e del disagio.
Una parte del ricavato del libro andrà all’ospedale Bambino Gesù di Roma.
“L’ispirazione che mi ha portato a scrivere il romanzo nasce da un esperienza di carattere autobiografico vissuta assieme alla mia famiglia, ma le vicende narrate sono un esercizio di immaginazione che risponde ai canoni del romanzo – racconta l’autore. “Il titolo del romanzo richiama il messaggio che i lettori ricavano dalle vicende narrate, ovvero che la felicità va ricercata nei piaceri più semplici, nella quotidianità, evitando di basare la propria esistenza su falsi valori ed il desiderio di una felicità materiale caratterizzata da obiettivi irraggiungibili. Quella descritta è la società egoista e poco solidale che abbiamo costruito, in cui il nostro unico obiettivo è competere con i nostri simili, non solidarizzare con loro. Dovremmo, invece, abbassare le nostre pretese materiali e quindi la nostra personale e soggettiva soglia della felicità, cercando il raggiungimento di un grado di soddisfazione più intimo e spirituale”.
Berardo, per metà molisano e per metà pugliese (la mamma), ha scritto il romanzo circa tre anni fa ed è stato il frutto non di un progetto, ma di una viscerale ed improvvisa esigenza di descrivere vicende di una straordinaria umanità che da qualche anno aveva nascosto nella parte più recondita della mente. “Un bel giorno sono improvvisamente riemerse facendomi percorrere una sorta di esorcismo dalla paura ipocondriaca delle malattie, che da sempre era un mio limite caratteriale – racconta. “Le vicende narrate sembrano descritte in presa diretta secondo uno stile scorrevole ed asciutto, che si richiama ai canoni letterari del realismo. Nel romanzo, alla vicenda personale di un padre che assiste la figlia malata, si intersecano una serie di vicende che completano la fabula principale e che hanno tutte come sfondo la malattia. Il protagonista del racconto, dapprima egoista ed ansioso, attraverso il contatto con coloro che affrontano esperienze molto più dure della sua, cambia la propria prospettiva di vita e comincia a percepire la propria esistenza come un dono”.
La storia di Bianca è simile a quella di tanti bambini molisani, costretti – insieme alle famiglie – a trasferte negli ospedali di Roma e del Nord Italia per affrontare una malattia.
“Le famiglie dei bambini ospiti degli ospedali pediatrici o dei reparti di pediatria hanno bisogno certamente di strutture adeguate, ma è soprattutto il sostegno morale che manca ed in tale direzione dovrebbero guardare le politiche a sostegno di questi nuclei familiari – continua l’autore. “Per dieci anni il Bambin Gesù di Roma è stata la mia seconda casa per me ed i miei familiari. La nostra vicenda familiare era caratterizzata da un percorso verso la guarigione di nostra figlia che era affetta da una sindrome rara, ma fortunatamente curabile. Il nostro percorso negli anni si è articolato tra vicende dolorose, che abbiamo vissuto soprattutto indirettamente, ma anche di piccole storie bellissime di vita quotidiana che accadono nell’ospedale e non sono direttamente collegate con la malattia. Il nostro percorso si è concluso positivamente, ma stranamente poi ci è mancata quella varia e multicolore umanità con la quale eravamo entrati in contatto e che sapevamo stava ancora combattendo contro il male. Questo pensiero per qualche periodo è tornato spesso a tormentarmi, facendomi quasi sentire in colpa per quanto eravamo stati fortunati. A volte la buona sorte, soprattutto quando non la apprezziamo, bisogna farsela perdonare, così ho pensato di rendere a quei genitori fortunati parte della mia fortuna, scrivendo il romanzo per dare loro la visibilità e la considerazione che meritano”.

G.C.

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