Bisignani: società segrete, democrazie zoppe



Bisignani: società segrete, democrazie zoppe

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Gli anglosassoni, che hanno reinventato quella democrazia praticata nell’antichità e nel medioevo nel sud dell’Europa ma della quale noi ci eravamo abbondantemente scordati, hanno basato questa loro riscoperta su un principio elementare: affinché il sistema democratico funzioni tutto deve ricadere nell’ambito delle leggi e delle istituzioni volute dal popolo e ogni attività deve essere trasparente. Con ciò non s’illudevano di certo che la millenaria prassi politica fatta di macchinazioni, infingimenti, doppi giochi e trame occulte potesse essere abolita e sostituita da comportamenti limpidi e cristallini. Ma si sono sforzati perché anche tutto ciò che non rientra nei compiti tradizionali delle istituzioni potesse in qualche modo svolgersi o essere controllato da queste.
Per questo motivo nei paesi anglosassoni i gruppi di pressione sulle istituzioni e sui singoli politici, le cosiddette “lobby”, sono costretti a svolgere la loro attività alla luce del sole. Per le stesse ragioni chiunque svolge ruoli di supporto e di complemento alle istituzioni deve trovare la sua precisa collocazione e rintracciabilità nei siti ufficiali del governo; quando poi si tratta di cariche pubbliche di alto livello la proposta governativa deve superare l’esame pubblico delle competenti commissioni parlamentari. Ciò non impedisce che sorga una quantità notevole di figure e di cariche, che corrispondono alle molteplici esigenze dell’amministrazione pubblica e delle istituzioni, ma tutte identificabili con trasparenza.
Proprio questi giorni i giornali americani hanno ricostruito, con nomi e cognomi, la catena di consulenze legali che ha consigliato o sconsigliato il presidente americano dall’entrare in guerra con la Libia, mettendolo in rotta di collisione col Congresso. Inclusi i professori di diritto che hanno fornito i loro pareri a titolo più o meno gratuito. Non vi sono stanze segrete, insomma. Nessuno si nasconde nei veri sistemi democratici. Anche quando si vuole incontrare riservatamente un avversario, come ha fatto Obama con lo speaker repubblicano del Congresso, si fa in modo che non vi siano troppi segreti. In questo caso le televisioni di tutto il mondo hanno ripreso i due personaggi intorno alle buche del campo di golf.
Invece non si finisce mai di scoprire che gli affari italiani sono permanentemente gestiti da gruppi di pressione che si muovono all’ombra delle istituzioni, i principali dei quali sono contraddistinti da una lettera, la P, seguita da una numerazione d’ordine che sembra non finire mai (siamo arrivati infatti alla P4). Si tratta di organizzazioni di vario tipo che, nel nostro singolare panorama politico istituzionale, potremmo definire generaliste, per via della loro attitudine a occuparsi di tutto (dall’informazione sulle indagini giudiziarie alle nomine dei dirigenti e dei sottosegretari, alla scelta dei presentatori tivù, alle consulenze spionistiche, ecc.), che si distinguono da quelle che potremmo invece definire come associazioni temporanee di imprese, che si formano per la gestione di eventi eccezionali (G8, terremoti, mondiali di nuoto, ecc.). Così si apprende che queste confraternite si sviluppano generalmente all’interno di associazioni molto riservate e creano istituzioni parallele a quelle ufficiali, che così sono ridotte a esercitare funzioni meramente notarili, in quanto le decisioni nella sostanza sono adottate all’interno delle prime. Ne consegue che quando un presidente o un ministro intende adottare una decisione, in particolare una nomina – che è la principale specializzazione di queste confraternite – non si rivolge ai suoi uffici chiedendo di istruire la pratica e
alle commissioni di esaminare stati di servizio, curriculum, ecc., ma fa una telefonata (preferibilmente la riceve, perché il “bisignani” di turno è più informato di lui) a chi di dovere che “istruisce”, in luogo degli uffici, quella nomina o l’occupazione di quella posizione.
Alcune volte abbiamo appreso con stupore che si va anche oltre, come nel caso clamoroso di un direttore della Rai che, avendo ricevuto l’ordine di far fuori un certo giornalista, ha chiesto esplicitamente a queste organizzazioni di stendergli la lettera di licenziamento. Lo scadimento istituzionale è arrivato a un livello tale che non esiste più neanche quello stile da “prima repubblica” in cui la persona alla quale veniva sussurrato all’orecchio, da chi impartiva gli ordini, “fai fuori/promuovi quel tale”, rispondeva con pudore “stai tranquillo, so come fare”.
Ebbene, potrebbe chiedersi l’uomo della strada, se ciò accade perché le istituzioni sono farraginose, burocratiche, lente e così via, perché non ufficializzare gli “incontri” tra personaggi appartenenti alle varie sfere della vita politica, economica e istituzionale con procedure pubbliche? Se si ritiene, per esempio, che la nomina di un conduttore di una trasmissione televisiva non debba essere solo farina del sacco del Consiglio della Rai o del suo direttore generale, perché non mettere nero su bianco che questa spetta a un comitato composto dal presidente del consiglio dei ministri, dal segretario del partito di opposizione, dal presidente della Ferrari, da un monsignore e da una “madrina”?
La verità è che queste lobby, a differenza dei consulenti di Obama, non hanno alcun interesse ad apparire pubblicamente perché al loro interno convivono pacificamente il ladro e il poliziotto, don Camillo e l’onorevole Peppone, la suora e la escort. Tutto ciò, tuttavia, sarebbe ancora il meno, perché alla fine si viene a scoprire che queste confraternite perseguono i loro fini non solo infischiandosene altamente delle leggi sui procedimenti e la trasparenza amministrativa, ma anche ricattando, minacciando e promuovendo e bocciando le persone a seconda che siano o no funzionali ai propri interessi.
Essendo l’Italia la nazione in cui le leggi, come diceva Giolitti, vengono applicate ai nemici e interpretate per gli amici, è costume che politici, magistrati, faccendieri e poliziotti creino associazioni trasversali per fare in modo che chi chiede e ottiene “protezione” non si debba preoccupare di rispettare le leggi sugli appalti, presentare curriculum, sostenere concorsi, avere fedine penali pulite, ecc., perché c’è sempre uno che riesce a trovare il modo di dispensarlo. È evidente che a tirare le fila di queste organizzazioni non ci sono per nulla uomini dotati d’infinita saggezza, come vengono dipinti coloro che darebbero “consigli” ai capi di governo, ai ministri e ai grand comis dello Stato o addirittura esprimono “giudizi” sulla situazione politica. Non si tratta evidentemente di uomini dotati di elevate capacità culturali degne di grandi storici o autorevoli columnist, ma di persone che dispongono di strumenti di persuasione ben più forti di quelli dei semplici intellettuali. Uomini che tirano le fila delle vicende del nostro Paese. “Faccendieri”, appunto. Costoro montano organizzazioni più potenti delle stesse associazioni mafiose, perché se queste ultime non possono cambiare le leggi del Paese dove operano, le prime possono arrivare anche a questo.
Questa vicenda che coinvolge al massimo livello le istituzioni dell’Italia, dimostra il sommo disprezzo che riservano alle sue leggi e alle istituzioni ministri, magistrati e altri uomini pubblici che invece dovrebbero farle rispettare. Un disprezzo delle leggi e della loro applicazione il cui esempio negativo giunge proprio dall’alto e si somma al mal funzionamento delle istituzioni. Il ripetersi di episodi in cui vi sono personaggi che prendono decisioni senza averne alcun titolo, fa il paio con la bassa produttività delle istituzioni rappresentative. Un Governo che lavora quindici ore al mese e un Parlamento scarsamente frequentato dai suoi membri ha solo un significato: che le decisioni che contano vengono prese altrove.
Crisi morale e crisi economica vanno di pari passo. Non si possono chiedere a un Paese in difficoltà sacrifici e sforzi quando la sua classe dirigente calpesta le leggi e le istituzioni. Perciò va riscritta l’agenda del nostro Paese con un ordine di priorità che metta al primo posto il primato della legge e al secondo il rispetto delle istituzioni. Siamo convinti che la crisi economica sarà superata più facilmente quando i cittadini riprenderanno ad avere fiducia nello Stato.

On. Franco Narducci (parlamentare del PD, nato a Santa Maria del Molise, eletto in Svizzera)

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