Ripensiamo il “Progetto”



Enrico Parisio (Roma, 1963) è uno dei più noti designer, presidente di Aiap Lazio (l’associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva, organismo che riunisce quasi un migliaio di studi grafici in Italia) e membro del Consiglio nazionale, nonché docente nel master “Graphic e Visual Design” presso la facoltà di Architettura Valle Giulia di Roma nel corso di Immagine Coordinata. Oltre ad essere un amico, è uno dei creatori del nostro sito “Forche Caudine”, che riscuote unanimi consensi. I suoi articoli sono pubblicati sulla rivista “Progetto Grafico”, mensile dell’Aiap. A beneficio dei nostri numerosi lettori, dalla testata “Aiapzine”, periodico on-line dell’associazione, riprendendiamo il seguente articolo appena uscito, che fa il punto sul ruolo del grafico oggi. Buona lettura !
Il mestiere (del grafico) che vorrei è la nuova area tematica di Aiapzine, nel cui titolo vi è un evidente riferimento al volume di Albe Steiner che molto si è sempre interrogato sulla professione del grafico, sul suo ruolo etico, sociale e culturale, ma anche sulla sua formazione, professionalità e organizzazione, che vanno ben oltre una squisita ricerca di equilibri formali. Oggi molto è cambiato ed è necessario pertanto rivedere e ripensare tutti i paradigmi di una professione che si è trasformata profondamente, nella sua collocazione, nelle sue regole, nelle sue competenze, nei suoi strumenti, nei suoi linguaggi.
Un’area in cui accogliere una serie di riflessioni sulle quali altre possano innestarsi per aprire un dibattito che ci aiuti a comprendere una realtà in trasformazione e che ci costringe spesso a una navigazione a vista.
L’area affianca la sezione Openstudios che si offre come utile strumento, lente attraverso la quale osservare in modo ravvicinato l’attuale realtà lavorativa della professione del grafico, sempre più narrata dalla micro dimensione del freelance piuttosto che dalle grandi strutture degli studi e delle agenzie, sempre più diversificata nelle competenze e contaminata da altre aree disciplinari, in bilico tra specializzazione e generalizzazione. [aiapzine]Ripensiamo il Progetto. Per indicare la crisi contemporanea del nostro ruolo professionale rispetto a pochi decenni fa, spesso facciamo ricorso al racconto della “caduta” della cultura del Progetto nel mondo di oggi. La Carta del Progetto Grafico è stato forse l’ultimo tentativo nel campo del design di dare un’articolazione sistematica alle tante aspirazioni etiche in essa contenute.Lo scenario di questi ultimi anni però ci mostra una situazione profondamente diversa rispetto al contesto culturale che produsse la Carta del Progetto, ormai più di vent’anni fa (scenario già prefigurato da un filone delle avanguardie artistiche nel Novecento un po’ ignorato dalla critica, come Gabo e Moholy Nagy, o dagli scritti di Derrida e Deleuze), che potremmo brutalmente sintetizzare così: gli apparati tecnologico/comunicativi si garantiscono l’autosufficienza e la diffusione utilizzando come “nodi” noi stessi, gli utenti (e tra questi ci sono anche i progettisti). Sono gli apparati quindi che ci impiegano, non siamo noi ad utilizzarli.La funzione progettuale, attribuita alla grafica, deve essere, alla luce di quanto detto, inserita in un contesto totalmente capovolto: come progettisti la nostra funzione è quella di favorire fondamentalmente il flusso di informazioni, del tutto eterodiretto, in un certo senso certamente “indirizzarlo”, “orientarlo”, ma non certo governarlo. Il flusso è pura trascendenza, esiste a prescindere dalla nostra coscienza o volontà. Non è un problema politico, cioè di poteri o di apparati che gestiscono le informazioni (che certamente fanno la loro parte), ma è una sorta di categoria a priori del pensiero.
Il progetto sarà efficace se favorirà il procedere del flusso, e tutte le categorie con le quali analizziamo i progetti di comunicazione, etiche, politiche, funzionali e quant’altro, saranno “vere” se la loro retorica soggettivistica sarà strumento che favorisce l’incedere delle informazioni. “Verità” quindi, che possono significare se sottoposte a un diktat ideologico: la trascendenza, la sacralità del flusso che inevitabilmente dissolve le forme chiuse, progettate come autosufficienti, forme “etiche”, potremmo dire.
L’idea del progettista che direzioni, orienti, se non ben chiarita nei suoi limiti, rischia di fuorviarci e di non darci gli strumenti adeguati di lettura del contemporaneo.L’artista delle avanguardie di inizio Novecento, che cerca di ripensare l’arte alla luce delle nuove categorie dello spazio tempo, il designer, che progetta artefatti di alto valore estetico per una produzione di massa, il regista, il musicista, ecc… non fanno altro che interpretare dei dati e restituirceli in una forma che evoca dei valori culturali socialmente condivisi, o condivisi solo da minoranze, nel caso delle avanguardie.
Il ruolo che viene accordato a queste figure è quello di coloro che operano una sintesi, che elaborano “creativamente” dei dati e che ce li restituiscono in una certa forma. Dobbiamo credere in loro, nelle loro capacità di operare, nella loro superiorità tecnico-intellettuale, nel loro curriculum professionale, ecc…
Le “forme” prodotte devono essere valorizzate, esposte e conservate nei musei o riprodotte nelle monografie, conservate alla futura memoria.
A queste forme noi accordiamo un valore di verità, e le riconduciamo al prestigio di un soggetto/autore, con un suo corpo immaginario.Oggi viceversa assistiamo alla caduta dell’attribuzione a un soggetto/autore il concepimento di un’opera, sostituito da identità collettivo/impersonali.
Inutile fare i classici esempi esempi di wikipedia o degli aggiornamenti delle piattaforme di gestione dei dati operati dalle varie community: l’idea più radicale di superamento della metafisica del soggetto è al centro dell’opera di Deleuze ben prima della retorica internettara, o nelle avanguardie artistiche precedentemente citate che lavorano alla smaterializzazione delle forme, o nelle sperimentazioni di John Cage, che risalgono agli anni Cinquanta, inaugurando la cosiddetta arte generativa, caratterizzata dall’assenza di qualsivoglia intenzionalità o controllo da parte del soggetto/autore dei risultati delle performance, risultanti quindi come frutto di combinazioni casuali, indeterminate, imprevedibili: si lascia cioè libero il flusso di manifestarsi senza “la mano” condizionante dell’autore che organizza, significa, “umanizza” le opere.In questo caso la “verità” delle forme prodotte è sancita dall’assenza di controllo da parte del soggetto/autore, anzi, dalla sua sparizione.
Lasciar accadere è la parola d’ordine, senza alcuna intenzionalità. Il soggetto autoritario viene sostituito dalla terza persona, dall’impersonalità degli eventi che incedono. I veri cambiamenti, le rivoluzioni, sono quelli che modificano il linguaggio, le forme del pensiero…
Se il soggetto moderno proprietario (di beni, di corpi suo e altrui, delle risorse naturali) rappresenta e manipola quello che lo circonda e se stesso (territorializza, direbbe Deleuze), l’impersonale è figlio dei beni comuni, di quello spazio che include i diversi “io” e ciò che li circonda, dei vari “pezzi” che presiedono alla progettazione e alla realizzazione di un’opera, materiali e immateriali, stringhe di linguaggio come stringhe di Dna, istituzioni, biografie, luoghi, cose (una configurazione “rizomatica”, sempre parafrasando il nostro Deleuze, senza un centro ordinatore).L’autore oggi di un progetto è un non autore, un non soggetto, un “egli”. È antidialettico in quanto non è necessaria una sintesi che restituisca una coerenza “umana” all’esistente, è pura esistenza dell’Altro, irriducibile a me, alla mia proprietà, sia economica sia spirituale. Da qui sì la valenza politica.
Che fine fanno i nostri studi di grafica, fondati sulle personalità dei designer, sul mito delle graphicstar internazionali, che ci affanniamo ad invitare ai nostri convegni, è tutto da vedere.
Ma credo che siamo qui ed ora anche per questo, per aiutarci a comprendere questo passaggio, per aprire un dibattito tra i progettisti, per capire come ristrutturare i nostri studi professionali, forse anche per riscrivere una nuova Carta del Progetto.La firma. Chi firma questo articolo? Enrico Parisio è un “pezzo” che ha scritto sul computer questo testo. Egli è un nodo interconnesso con altri nodi che hanno permesso tutto ciò, possiamo percorrere qualche strada del rizoma per capire: il Liceo Newton di Roma e la prof di filosofia, quindi l’apparato statale, i diritti collettivi e la loro storia per affermarsi; le edizioni Einaudi, anche queste con la loro utopia democratica del sapere; l’Aiap, l’associazionismo, l’impegno personale e collettivo dei designer che escono dai loro studi per cimentarsi in un’agora politica; il poststrutturalismo francese degli anni ’60… l’elenco potrebbe continuare all’infinito…
Bibliografia
Mario Costa, La disumanizzazione tecnologica, Costa&Nolan, Milano, 2007
Gilles Deleuze, Felix Guattari, Mille piani, Castelvecchi, Roma, 2006
Roberto Esposito, Terza persona, Politica della vita e filosofia dell’impersonale, Einaudi, Torino, 2007

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