Lentamente l’Italia s’è desta



Lentamente l’Italia s’è desta

Le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia sono state un grande successo mediatico e istituzionale. Tutti stretti intorno al nostro Presidente della Repubblica, mai come ora Capo dello Stato, e alle figure più prestigiose degli italiani conosciuti nel mondo, come Riccardo Muti, per un giorno abbiamo lasciato (quasi) da parte tutte le divisioni politiche. Ma non per questo sono scomparsi di colpo i problemi.
Una parte del paese non ha risposto esteriormente con lo stesso entusiasmo col quale gli americani, per esempio, festeggiano da circa due secoli e mezzo il loro quattro luglio, il giorno dell’indipendenza. Anzi, nelle punte estreme, a Bolzano e a Lampedusa, sono fioccate le contestazioni e qualche fischio ha accompagnato le uscite del Presidente del Consiglio e di alcuni esponenti leghisti qua e là per lo stivale. Difficoltà e scoraggiamento e, spesso, assenza e scarso prestigio delle istituzioni evidentemente non si possono mettere da parte neanche per un giorno.
Tuttavia il percorso è tracciato e indietro tornare non si può. I nostri “cugini” d’oltralpe (Le Monde) nel farci gli auguri molto affettuosamente, ci hanno incoraggiati ad andare avanti perché se loro possono contare su una nazione unita e coesa, è perché questa esiste da dodici secoli. Occorrono dunque pazienza e determinazione. Il Presidente degli Stati Uniti ci ha inviato un nobile messaggio imperniato sul significato universale della figura di Garibaldi come campione della libertà e del ruolo degli italiani in America come testimonianza perenne di questi valori. Siffatti valori ci consentono di ricordare che gli italiani nel mondo da un secolo a questa parte, pur non dimenticando le provenienze regionali, hanno coltivato ovunque siano un forte senso dell’identità nazionale. E grazie a tale identità hanno esercitato ed esercitano costantemente un’indiretta pressione perché il Paese dal quale provengono si mantenga sempre come un’Italia unita, pur procedendo ad un’equilibrata e solidale riforma federalista dell’ordinamento statale (accelerandone possibilmente i tempi di approvazione), collocata dentro le mura dello Stato unitario, come va ripetendo da tempo il Presidente della Repubblica.
Un contributo, quello di generazioni d’italiani emigrati, da non sottovalutare. Gli storici, infatti, in questi giorni ci hanno ricordato che l’Italia prima di essere costruita dall’interno è stata spinta a diventare nazione da fuori. Tutti i popoli d’oltralpe definivano gli abitanti che si raccoglievano in stati e staterelli dentro la penisola come “italiani”. Secondo questo concetto e questo principio la Francia e l’Inghilterra, e in parte anche il nascente stato tedesco, direttamente con i loro eserciti e indirettamente nei tavoli della diplomazia internazionale, ci aiutarono a liberarci dal giogo austriaco e dai nostri problemi interni “convincendo” i papi e i signorotti locali a rinunciare ai loro domini in favore di un più solido e moderno impianto statale.
Ma il nome “Italia” era scritto a caratteri cubitali nel cielo e nella storia. La potenza romana per prima ne garantì la sua delimitazione geografica. E per questo suo lascito storico e l’autorevolezza internazionale che le conferisce la presenza della Chiesa, merita di essere la capitale dell’Italia.
Purtroppo molti italiani dimenticano alcuni aspetti importanti: quando gli stranieri cercano un accostamento storico di grande prestigio e d’indubbia autorevolezza, gli anglosassoni per primi, si riferiscono all’Impero romano; ed anche che in tutto il mondo, quando sale alla ribalta il nome della Città Eterna, esso è legato alla presenza del Pontefice e del Vaticano. Tutti gli elementi di forza e di prestigio che possiede una nazione si combinano tra loro e giovano a renderlo grande, così New York anche grazie all’ONU e Bruxelles all’Unione europea.
Dunque le fondamenta della nostra Nazione sono solide e quanto più le fondamenta sono solide tanto più è facile costruire in sicurezza il resto dell’edificio. Perciò sono sembrate stonate le voci di chi, come la Lega, si è differenziato rispetto a questo momento di celebrazione del Paese. Stonate letteralmente perché l’inno della Padania, “Va pensiero…”, è di un autore, sì, della Padania ma che, all’insegna di “Viva Verdi” – acronimo di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia” – ha rappresentato per quasi un secolo l’emblema del Risorgimento nazionale, anche nel suo territorio. E poi perché fu proprio Giuseppe Verdi, nel suo “Inno alle Nazioni” e con tutto il suo prestigio di sommo musicista, a consacrare quello di Mameli come inno della nuova nazione.
E sono metaforicamente stonate le posizioni della Lega nel momento in cui introducono dei distinguo che la collocano fuori dalla storia. La sua corta memoria non solo le fa dimenticare che lombardi e veneti si batterono per liberare i loro territori dalle “genti tedesche”, ma anche – assumendo la sconcertante posizione a fianco alla Germania, nell’astenersi in Parlamento sulla risoluzione n. 1973 dell’Onu sulla no-fly zone in Libia – che il ruolo di protagonista politico l’Italia ce l’ha nel Mediterraneo e non nella Mitteleuropa. Naturalmente non attendiamoci investiture gratuite, siamo noi a dovercela conquistare. Prima ancora delle armi, l’Italia avrebbe dovuto tentare una via negoziale del conflitto facendosi forte della posizione geografica che occupa e dei “buoni rapporti” con il rais Gheddafi, e invece ha prevalso l’attendismo e l’incapacità di avere una posizione chiara fin dall’inizio.
I paesi europei con un’alta idea di sé e una grande tradizione di politica estera, come la Francia e la Gran Bretagna, hanno immediatamente capito che la crisi libica e l’ebollizione rivoluzionaria del nord dell’Africa e dei paesi arabi, costituiscono per loro l’occasione per riprendere il controllo del Mediterraneo e tornare a essere al centro dei grandi interessi che ruotano attorno ad esso. Non solo vi transiteranno, attraverso Suez, le navi provenienti dalle potenze economiche asiatiche dirette in Europa (e allora per che cosa la Svizzera ci avrebbe regalato il traforo del Gottardo, fulcro del corridoio Genova – Amsterdam?), ma si assisterà probabilmente al risveglio democratico di paesi ricchi di materie prime e di una popolazione giovanile che potrebbe riportare l’orologio della storia indietro di vari secoli anni. Ossia quando l’Africa romana costituiva la parte ricca e felice dell’impero dei Cesari. Solo che i nostri antenati gestivano questo fermento, mentre noi, avendo rinunciato a tempo debito ad una strategia politica (sottolineo politica), preoccupati unicamente degli sbarchi, cosa vorremo invece fare in questo contesto, il Mezzogiorno della Germania?

(On. Franco Narducci – molisano di Santa Maria del Molise)

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