Amare l’Italia



Forse dovremmo seguire il consiglio di Beppe Severgnini che dalle colonne di “Italians” suggeriva giorni fa di andare a lavorare tutti con una bella coccarda tricolore, come quella che portavano i nostri antenati “quando le università erano vulcani”.
Sono convinto, nonostante le impressioni suscitate da un dibattito politico spesso surreale e assurdo, che gli italiani amano il loro Paese, amano l’Italia. Non credo ai sondaggi che spesso pongono domande capziose, fatte apposta per ottenere una certa risposta.
Occorre ricordare, in particolare per i giovani, che l’Unità d’Italia fu uno dei primi atti parlamentari, approvato dal Senato e dalla Camera dei Deputati il 14 marzo 1861 ed emanato ufficialmente, con la pubblicazione della legge, il 17 marzo di quell’anno. In circa due anni, dalla Primavera del 1959 a quella del 1861, da un’Italia divisa in stati e staterelli nacque il regno d’Italia, la nazione che abbiamo ereditato.
L’Italia nasce, dunque, con un atto parlamentare, fondamento di quella democrazia costituzionale che soltanto un decennio prima era stata repressa con le armi dalle monarchie assolutiste occupanti.
Siamo una nazione giovane che ha superato prove terribili, tragiche: l’emigrazione di massa, un vero e proprio esodo che ha generato la diaspora italiana nel mondo; la dittatura del ventennio fascista, le leggi razziali e la guerra di liberazione; gli anni di piombo e la grande risposta di solidarietà. Ma abbiamo saputo dimostrare anche tenacia e una volontà di ferro – non abbiamo solo difetti – vincendo per esempio la sfida dell’analfabetismo che per decenni ci ha visti al primo posto in Europa, seguiti a ruota dalla Spagna.
Nel 1861 il 78% della popolazione dell’Italia unita era analfabeta, nel 1950 eravamo scesi al 12,9% della popolazione. Un miracolo reso possibile dalla legge Casati che dal 1859 al 1923, anno della riforma Gentile, gettò le basi per un poderoso recupero disciplinando molti aspetti della scuola italiana, superando difficoltà enormi, prima fra tutte la penuria di personale docente laureato.
Abbiamo superato un altro grave problema che affliggeva l’Italia di 150 anni fa: la scarsissima conoscenza della lingua nazionale, parlata solo dai letterati, dai funzionari e dagli avvocati; da quelli che insomma conoscevano il latino. E abbiamo superato la fame atavica che per vari secoli aveva afflitto, con il suo triste corollario di malattie (basti pensare alla pellagra) la popolazione del Bel Paese. Il miracolo economico del dopoguerra e l’enorme consistenza del lavoro italiano nel mondo (basti pensare alle rimesse dirette del dopoguerra!) ci hanno fatto scalare la graduatoria tra i Paesi più industrializzati al mondo e hanno portato un benessere che non si era mai visto prima.
Dovremmo forse sottacere tutto ciò e in nome di che cosa? In nome degli aspetti meno luminosi del processo di unificazione o di un derby Nord contro Sud, oppure di localismi e regionalismi separatisti ispirati a indimostrabili e assurde differenze etniche? Proprio quelle Regioni che agitano lo spettro di tali differenze ospitano le più grandi comunità d’immigrati, assolutamente necessarie per far funzionare il loro sistema economico.
Certamente la politica e le istituzioni hanno enormi responsabilità per l’insoddisfazione che lo Stato ispira in una vasta fascia di popolazione a causa dei cattivi esempi di sé che ha dato sul piano dell’amministrazione, dell’etica pubblica e delle risposte alla forte domanda di modernizzazione del Paese. Ma perché confondere Stato con Nazione addebitando alla seconda colpe che sono del primo? Oppure incrinando alla base il fondamento di Nazione, cioè il sentimento di identità condivisa – pur nel rispetto delle differenze culturali, che sono una nostra ricchezza e una nostra tipicità – si pensa davvero di essere più forti nel mondo della globalizzazione arcipelago che sta prevalendo come modello per le fide del futuro?
Vale la pena, al riguardo, richiamare le parole del Cardinale Biffi in un suo saggio sull’Unità d’Italia: “Sono decisivi per l’identificazione di una Nazione il possesso generalizzato di un’unica lingua, una storia oramai per lunghi tratti comune, una cultura (nei molteplici significati del termine) ravvisabile come patrimonio di tutti”.
Ed è decisivo, io credo, uno sforzo per arrivare ad una memoria condivisa che è alla base di una Nazione. La Germania ha fatto i conti con il suo passato, con un processo critico che è ancora in essere, riconoscendo le proprie gravissime colpe per i crimini orribili di cui si è macchiata nel periodo più buio della sua storia. La Svizzera, il Paese a più antico ordinamento federalista e democratico, con alle spalle oltre sette secoli di storia non sempre idilliaca, ha nella coesione nazionale il suo punto di forza, nonostante le differenze linguistiche (quattro lingue nazionali) e quelle culturali molto marcate. E ha superato anche la povertà che per decenni ha relegato al ruolo di parenti poveri i Cantoni interni, quelli che per inciso avevano dato il via alla nascita della Confederazione.
Dobbiamo riconoscere, Istituzioni in testa, che in questi 150 anni non si è ancora realizzato compiutamente il corpo sociale dell’Italia, un bene che caratterizza la qualità delle nazioni a cui spesso guardiamo con ammirazione e che da ultimo sono diventate meta della “nuova emigrazione italiana”, quella che va via con la laurea in tasca. Tanti anni fa occorreva un permesso per andare a lavorare da Napoli a Roma (legge sull’urbanesimo), ora il modello di sviluppo ha reso la mobilità una cosa normale. In questo 150mo un pensiero particolare meritano i milioni i cittadini di origine italiana sparsi in ogni parte del mondo. L’emigrazione fu un fenomeno di espulsione collettiva e l’Italia non ha mai detto per davvero grazie ai suoi cittadini emigrati che nonostante tutto, pur maledicendola qualche volta per il destino loro riservato, continuarono ad amarla e promuoverne il patrimonio di valori e di civiltà. E l’amano ancora, nonostante il passare del tempo, sentendosi legatissimi alle origini italiane, custodendone la lingua, la cultura (si pensi ai 416 comitati della Dante Alighieri!) e le tradizioni. Un amore che ha superato i regionalismi senza dimenticare le proprie radici, anche a dispetto di una politica migratoria che punisce il loro affetto per la patria anziché premiarlo. Lo testimoniano le innumerevoli iniziative organizzate dalle comunità emigrate per celebrare questi 150 anni dell’Italia.

(On. Franco Narducci – molisano – vicepresidente Commissione Affari esteri della Camera)

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