Benvenuto Yeabsera



Chissà se qualche italiano, figlio di quei quattordici milioni di connazionali che, nei trent’anni dopo il 1880, sono approdati nelle “Americhe”, sia nato su una nave. Per tutta l’esistenza avrà portato sulla carta d’identità il nome di un luogo non suo. Davvero casuale. Viene in mente un bellissimo film di Tornatore, “La leggenda del pianista sull’oceano”. Destino insolito, legato più a sincronismi sociali che all’ordinarietà. Ma la vita, recita un proverbio, è un fiore che può sbocciare ovunque.
Così la nascita di Yeabsera, nome bellissimo che significa “Dono di Dio”, di qualunque onnipotenza a cui sia rivolto il nostro credo, figlio di una etiope di 26 anni che lo ha partorito su un barcone insicuro diretto a Lampedusa, è un atto di speranza. Di vita che s’impone sulla morte. Di sogno che sovrasta la disperazione. Aspettativa benedetta dai soccorsi giunti dall’alto, da un elicottero della Marina Militare alzatosi in volo da una nave con un altro nome simbolo di vita, Etna.
Succede a Lampedusa, oltre duecento chilometri dalla costa siciliana, poco più di cento da quella tunisina. Numeri geografici che si frantumano di fronte alla forza della vita.
La clandestinità, a volte, può rappresentare un valore. Che c’invita a riflettere, riponendo la vita umana al centro dei nostri ragionamenti.

(Giampiero Castellotti)

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