La sostenibile pesantezza del debito italiano



Il giorno precedente l’ultimo venerdì nero (20 luglio), che ha visto il crollo della Borsa di Milano e lo spread con i bund tedeschi superare i 500 punti, un mio amico venne raggiunto al telefono dal suo promotore finanziario: “È meraviglioso – gli disse quest’ultimo – il nostro investimento ci rende il 12%; metti qui altri soldi se puoi!”. La morale della favola è che alla fine gli speculatori siamo anche noi; noi che quando affidiamo i nostri risparmi ai promotori finanziari non gli raccomandiamo certo di impiegarli in modo patriottico, ma solo in quello più vantaggioso. D’altro canto un’inchiesta giornalistica su come preferiscono investire i propri soldi i parlamentari italiani ha rivelato che solo una piccola percentuale di loro opta per i titoli di Stato.
Oggi in Italia siamo giunti al capolinea. Elevare ulteriormente il prelievo fiscale non si può. Alla vigilia dell’inizio delle Olimpiadi è stato annunciato che, col 55%, siamo i detentori del record del mondo di tassazione media su ogni cittadino. Quanto occorreva per dimostrare agli investitori internazionali e all’Europa che facevamo sul serio imboccando la via del rigore – i cosiddetti “compiti a casa”, dalla riforma delle pensioni a quella del mercato del lavoro e ora della “Spending review” – bene o male è stato fatto.
Se la prospettiva di un voto anticipato – invocato soprattutto da chi ritiene che il governo tecnico sia giunto al capolinea – non fosse per il momento percorribile, si dovranno senz’altro prendere iniziative e decisioni nell’immediato. Posto che gli esiti della Spending review e le possibilità di fare un po’ di cassa – cedendo parte del nostro patrimonio immobiliare e qualche azienda pubblica agli arabi o ai cinesi – daranno i loro frutti a scadenze più lontane nel tempo. E poiché “iniziative e decisioni” non possono consistere ancora in una manovra che aumenti il prelievo fiscale o in proclami di buona volontà diretti ai mercati (che ormai ci credono poco), non rimarrà che appellarsi direttamente ai cittadini perché partecipino a coprire almeno parte del nostro gigantesco debito pubblico. Altrimenti questo fardello potrà portare al tracollo de Paese e pesare come un macigno sulle future generazioni. È possibile che gli italiani, in un rigurgito di responsabilità, accettino, per esempio, di accollarsi una fetta di questo debito a un tasso di interesse simile a quello offerto alle banche, ma senza che necessariamente si debba passare per la loro intermediazione?
Certo questa possibilità andrebbe esplorata meglio tecnicamente, ma non vi è dubbio che ai cittadini vada detto più chiaramente come stanno le cose e vengano chiamati ad una più diretta assunzione di responsabilità. Il debito pubblico è strutturale, anche se oggi per oltre la metà è in mano degli italiani che comunque sia, in termini di ricchezze private, possiedono tre volte il valore del debito pubblico. Ed è inutile continuare a ripetere che esso è frutto solo della speculazione internazionale – anche se certamente in parte lo è – quasi a dar da intendere che la sofferenza è passeggera e che quando questa ingiusta speculazione avrà cessato di perseguitarci tutto ritornerà come prima e che ora, quindi, si tratta di avere un po’ di pazienza.
C’è solo da chiedersi se la massa degli italiani preferisce fare un sacrificio immediato, una tantum, come si dice, piuttosto che affrontare il logorio quotidiano delle misure anticrisi che lentamente erodono il patrimonio dei singoli cittadini e danno loro la sensazione che questa sanguisuga non finirà mai.
D’altro canto se occorre riprendere a crescere ciò deve verificarsi senza l’assillo di dover pagare debiti ingenti e non avere un euro da investire. La mente un po’ più libera da questi problemi ci potrà far vedere meglio la strada della ripresa che passa, come sta avvenendo in USA, attraverso una revisione profonda dei nostri comportamenti. Comportamenti che dovranno necessariamente portare a trasferimenti di occupazione e di investimenti da settori desueti ad altri emergenti.
In America, poiché i consumi interni incidono sul Pil in misura del 64% contro il 74% prima della crisi, si è registrata una sorprendente ripresa delle esportazioni che ora incidono al 43% del prodotto interno lordo, mentre fino al 2004 lo erano per circa il 20%. Ma si deve precisare che le esportazioni americane sono fatte, oltre che di materie prime, come petrolio e gas, di prodotti di alta tecnologia – soprattutto nelle costruzioni, nei servizi finanziari e scientifici e nell’informatica – che non risentono della concorrenza dei paesi emergenti e che anzi proprio in questi trovano i migliori partner e clienti. Un aspetto questo che ha determinato lo spostamento consistente dell’offerta di lavoro dai tradizionali settori manifatturieri (auto, per esempio) a quelli energetici o di società come Apple, Google, Facebook e altre simili, con un impatto occupazionale di grande rilievo.
Quindi, anche per l’Italia (come del resto è stato per la Germania che basa il suo primato di Paese esportatore sulle più elevate tecnologie e sul suo costo del lavoro, in cui la componente tecnologica costituisce il principale valore aggiunto), è giunto il momento di allinearsi ai Paesi più avanzati del mondo in fatto di ristrutturazione della sua economia e guardare – come ha fatto nella recente visita in Russia Monti e la delegazione di manager italiani – a quelli emergenti come sbocchi di mercato. Ma prima è necessario scuotersi almeno in parte il fardello del debito che l’opprime.

Franco Narducci
parlamentare molisano eletto all’estero

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