Buon anno (con banalità)



Buon anno (con banalità)

Ogni inizio d’anno che si rispetti è salutato con reiterata banalità dagli organi d’informazione. Tg1 in primis.
Non manca mai il convenzionale servizio sui neozelandesi che festeggiano l’anno nuovo per primi per cause astronomiche (il classico “e chi se ne frega” di sordiana memoria ci andrebbe a pennello). Poi, per tutto l’anno, nessuno si filerà più la povera Nuova Zelanda, di cui sappiamo a malapena che ha una forte squadra di rugby.
Analogamente e tristemente abituale la panoramica internazionale su come si è festeggiato l’anno nuovo sulle rive del Tamigi, nella Grande Mela o sotto la Torre Eiffel. Con in primo piano le effusioni dell’immancabile coppia “felice”, in genere italiana, per aver lasciato buona parte della tredicesima (di mamma e papà?) tra café, bistrot e Moulin de la Galette. E che dire del deprimente serpentone illuminato degli sciatori sulle Alpi, solitamente raccontato dall’inviato del Tg1 Massimo Mignanelli, la controfigura abbronzata di Christian De Sica, staffetta perenne tra Dolomiti e costiera romagnola? La ciliegina è offerta dagli attempati tuffatori del Tevere (quando interverrà la nave di Greenpeace?) e da quelli, per lo più imbolsiti, nel mare di Venezia o di Palermo. Sarebbe più interessante filmarli due giorni dopo, a letto con febbrone a quaranta.
Atroce anche la gara sul primo nato dell’anno. Con tanto d’intervista a genitori che confermano come alla crisi economica se n’accompagni una – anno dopo anno davvero irreversibile – sul piano antropologico. I nomi delle nuove nate completano il quadro.
Da qualche tempo nel pastone televisivo delle prime 48 ore s’infila anche il servizio sui saldi nei negozi, che ora cominciano ai primordi di gennaio. Il rituale decalogo offerto dalle associazioni dei consumatori garantisce la solita “summa” di ovvietà. Il leit-motiv, in sostanza, è “attenti a non farvi fregare”.
Quando, poi, nelle redazioni ci si dispera perché la penuria di neve italiana non assicura quei bei tre servizi sui disagi al traffico, si rimedia con il servizio sulla nevicata nel più dimenticato Stato americano. Dove i macchinoni lunghi sette metri impantanati nella fanghiglia d’oltreoceano rassicurano i telespettatori nella calde casette italiane.
La Coldiretti, da parte sua, annualmente ci dice quanto spendiamo per mangiare durante le feste: al di là dell’inflazione di palle di vetro negli uffici dell’organizzazione di coltivatori (cui consigliamo di soffermarsi maggiormente sullo stato della propria categoria di riferimento, specie sugli incazzatissimi e malmenatissimi pastori sardi, anziché rilanciare opinabili statistiche su tavole e agriturismi), sarebbe più interessante calcolare la differenza di spesa tra gli attraccatori invernali di Porto Cervo, Cala Bitta o La Maddalena e quelli dell’Ostello Caritas di via Marsala a Roma. Trilussa docet.
Qualche osservazione andrebbe fatta anche sulle famiglie-tipo scelte per rappresentare i vari cenoni. Sanno tanto di parenti poveri dei giornalisti: in cambio di un po’ di celebrità, si dimenticano vecchie ruggini familiari. In mancanza della raccomandazione per la De Filippi. Contenti voi.
L’informazione d’inizio anno da premio Pulitzer, insomma, potrebbe tranquillamente essere preconfezionata 365 giorni prima. E ibernata. Risparmiando soldi e girato. E invogliando il pagamento del canone più degli spots firmati dai blasonati registi della Roma radical-chic.

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