Non rimane che Rosi Bindi



Dopo Veronica Lario e Mara Carfagna anche Stefania Prestigiacomo (nonostante le smentite dei soliti reggicoda e palafrenieri di Palazzo Chigi) ha sbattuto la porta del boudoir politico di Papi. E delle altre donne rimaste fedeli (per il momento), come la ragioniera prestata alla Vice Presidenza del Senato, tale Rosi Mauro che approva gli emendamenti dell’opposizione sulla Legge Gelmini senza manco darsi pena di capire cosa mette ai voti, non è che ci sia da rallegrarsi.
Non si può quindi biasimare il Cavaliere se quest’anno si è dimostrato un po’ tirchio con le deputate regalando loro solo uno zircone da non più di duecento euro invece di un brillante (che i soliti reggicoda e palafrenieri avevano valutato in 1.400 euro). Del resto lo zircone ha una valenza simbolica: è l’imitazione di qualcosa di vero e molto prezioso, un po’ come l’armata Brancalusconi è l’imitazione di un governo.
Pensieri torbidi si addensano in questo mesto Natale di fine regime nella mente del Primo Ministro. Pende la spada di Damocle della Corte Costituzionale, infierisce la Procura di Milano, gli studenti non mollano, tramano nell’ombra Tremonti, Montezemolo, Micciché e chissà quanti altri avvoltoi che oggi ancora si inchinano sorridenti. Ma più dell’amarezza, un tormento lo assale: dopo tutte queste diserzioni muliebri, non si troverà ridotto, dopo tanto disprezzare, a dover fare la corte a Rosi Bindi?

(Fabio Scacciavillani)

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