Democrazia partecipata: l’esempio dell’Islanda



L’Islanda sarà il primo Paese al mondo ad avere una Costituzione 2.0, scritta attraverso uno scambio costante e diretto di testi e proposte sul web tra i cittadini e l’assemblea popolare che la sta redigendo. Tutto, dai criteri assolutamente oggettivi e trasparenti con cui sono stati eletti i componenti dell’assemblea costituente, al metodo con il quale vengono discussi e recepiti di volta in volta gli emendamenti in un gigantesco work in progress telematico che ha coinvolto migliaia di persone, ci parla della rivoluzione universale ormai matura che stiamo vivendo nelle dinamiche della costruzione del consenso, della comunicazione e della rappresentanza politica.
La crisi bancaria che nel 2008 ha messo in ginocchio l’economia e i risparmi delle famiglie del Paese meno popolato d’Europa ha messo in moto, nell’isola piantata in mezzo all’oceano a sud della Groenlandia, una straordinaria volontaà di riprendere in mano il proprio destino, terremotato dalle grandi multinazionali della finanza. Il mezzo di comunicazione e di partecipazione adottato è ancora una volta la Rete, uno strumento democratico molto efficace quando è in mano a una popolazione come quella islandese che per il 60% ha un profilo su Facebook, ma che abbiamo visto recentemente all’opera in tutta la sua sconvolgente potenzialità anche nei Paesi nordafricani.
Da queste esperienze felici e da altre giaà registrate con successo negli Stati Uniti – dalla campagna che ha portato all’elezione del presidente Obama alla formula del tutto innovativa dei Barcamp, nata nella Silicon Valley e che recentemente ho lanciato insieme a un gruppo di giovani anche in Italia raccogliendo un interesse inaspettato – il più grande partito progressista del Paese può e deve trarre indicazioni per continuare a scrivere una nuova pagina nella storia della rappresentanza e della partecipazione democratica, inaugurata con la straordinaria esperienza delle primarie.
La democrazia richiede responsabilità, e la responsabilità richiede trasparenza. Il coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale è innanzitutto una questione etica, ma permette di raggiungere dei benefici anche in termini di efficienza della pubblica amministrazione.
Il modello americano ci ha mostrato la strada. In Europa stiamo andando nella stessa direzione. Stiamo lavorando sull’e-governement, sulla firma elettronica, sulle procedure di sburocratizzazione dell’amministrazione pubblica.
Come ci ha ricordato in un recente convegno da noi organizzato Beth Noveck, tra le voci più autorevoli sul tema, già direttrice dell’Open Government Initiative della Casa Bianca e ideatrice del progetto Peer-to-patent, l’Open Government cambia il modo di operare e consente alle istituzioni di entrare a contatto con le idee più creative che circolano sul web. Demandare alla rete le decisioni non vuol dire abolire le forme di governo e di rappresentanza, ma di migliorarle. L’iniziativa di Open Government nasce proprio da questa esigenza. Le origini le troviamo nella campagna elettorale dell’allora senatore Obama. Seimila persone, con mezzi diversi, furono mobilitate per individuare le policy più sentite. Il progetto di rinnovamento, ispirato ai principi della trasparenza, partecipazione e collaborazione, è stato poi sottoscritto dal Presidente. Il terzo passo è stato coinvolgere i dipendenti pubblici per avere idee utili per trasformare la cultura del governo. E’ stata la prima volta che la Casa Bianca ha coinvolto persone normali nei suoi processi decisionali. Le presidenziali statunitensi, la lezione islandese, la penetrazione “eversiva” di Internet nel bacino del Mediterraneo: Una democrazia più aperta e il modello di governo “wiki” sono prospettive da inseguire, attraverso le nuove possibilità di partecipazione e l’idea di un monitoraggio sociale delle politiche pubbliche. Con questo approccio, che non è solo ideologicamente informatico – basti ricordare la proposta già brillantemente avanzata da Raffaele Calabretta delle “doparie” – si può aprire anche nel Pd un canale di scambio bidirezionale con iscritti e cittadini permanente, sia oggi dall’opposizione che, nel prossimo futuro, dal governo del Paese. Si possono costruire programmi elettorali e di governo e linee politiche condivise, che avrebbero la forza di essere sempre aderenti al sentire dell’elettorato attuale e potenziale. Possiamo in questo modo consolidare e accrescere il radicamento del nostro partito e delle istituzioni democratiche nel paese, in un momento in cui dopo decenni si alza una richiesta impetuosa di cambiamento e di partecipazione “in prima persona” da grandi soggetti sociali, come le donne e i giovani. Chi pensa di rispondere a questa ondata impetuosa con vecchi stereotipi rischierebbe di finire travolto, senza troppe distinzioni di schieramento.

(Gianni Pittella – PD – vicepresidente vicario del Parlamento europeo)

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