L’obolo e la lotteria



Quando si attraversano periodi di crisi economica, ci si aspetterebbe la rivolta e la ribellione da parte della società più esposta ai rigori che la sua “soluzione” dovrà comportare. Ma non sempre ciò si verifica, anzi, è più facile che prevalgano paura, individualismo, corporativizzazione delle lotte, mancanza di solidarietà, rassegnazione e razzismo.
In tale contesto, qualsiasi operazione mediatica, tesa a propagandare false politiche a sostegno del reddito, oltre a creare illusorie aspettative, provoca ulteriori divisioni fra i soggetti sociali deboli ed occultano politiche che avvantaggiano, ulteriormente, chi la crisi ha provocato.
Contestualmente, e con un mercato del lavoro altamente selettivo, risulta più facile far scattare la trappola del workfare, dove tutto viene legato all’obbligo di accettare qualunque lavoro e quando questo manca (attualmente la norma), a corsi di “riqualificazione” professionale (che prevedono attestati di frequenza, non altro).
L’utilizzo del Fondo Sociale Europeo (FSE) è funzionale ai voleri comunitari liberisti, che dopo l’introduzione di elementi di precarietà nel mercato del lavoro, necessitano essere governati attraverso politiche di sostegno al reddito, possibilmente per non lunghi periodi.
In questo ambito, i servizi per l’impiego diventano ulteriori strumenti per la governance delle “politiche occupazionali” in funzione del capitale.
Negli ultimi mesi, la Provincia di Roma (ma il fenomeno riveste l’ambito nazionale), ha stanziato “venti milioni di euro a sostegno dell’occupazione attraverso azioni di formazione, orientamento ed accompagnamento, con cui contrastare l’esclusione dal mercato del lavoro per chi ha più di 40 anni e per i soggetti più deboli… grazie ai Fondi europei messi a disposizione dalla Regione Lazio… “, e che “beneficeranno… anche di un sostegno economico di circa 500 euro al mese”. In parole povere, gli amministratori pubblici, si vantano di utilizzare il nostro denaro (tali sono i FSE), per offrire elemosine a soggetti svantaggiati (500 euro per sei mesi), foraggiare ulteriormente una scadente ed incontrollata “formazione professionale” (lo afferma l’Europa), sovvenzionare le aziende, alimentare la pletora di consulenti e fac-totum (quanto costano?), che dovranno operare sul “percorso di crescita professionale”.
Quanti saranno i beneficiari?
Stando ai dati della Provincia, circa 2.700, per un totale di poco più di 8 milioni di euro investiti, il restante se lo spartiranno enti di formazione, associazioni temporanee d’impresa, associazioni temporanee di scopo, enti bilaterali, aziende, cooperative varie. E naturalmente, sarà utilizzato personale precario, sia per implementare i corsi, sia per i vari “monitoraggi” ed “orientamenti al lavoro” (sic!), personale, spesso consapevole della propria inutilità, ma che comunque deve lavorare.
Intanto, il “Rapporto sul futuro della formazione in Italia” (10 novembre 2009), afferma che “un’ulteriore criticità più generale riguarda i costi delle attività formative. Il monitoraggio effettuato recentemente dall’Isfol ha messo a confronto i costi delle attività finanziate con il FSE e quelle finanziate con risorse nazionale fornendoci alcune considerazioni importanti per una valutazione obiettiva dell’efficienza/efficacia del sistema formazione in Italia. Il costo della formazione del FSE è mediamente di circa 8,00 euro per ora/allievo”… I parametri pubblicati nel Bando della Provincia di Roma, prevedono dai 18 ai 28 euro l’ora per partecipante…” Se a questo si aggiunge, che la formazione venduta come riqualificazione professionale, in molti casi è resa obbligatoria e diventa un sistema di vessazione e controllo dei disoccupati, allora si capisce, che un’azione per riappropriarsi delle consistenti risorse destinate alla formazione, può rappresentare una strategia….” (Sergio Bologna).
L’eterna giostra del FSE, far circolare moneta per onorare il dio PIL, ingrassare i soliti noti ed elemosinare i soliti ignoti.
Chi, in altri tempi, era impegnato a rovesciare “lo stato di cose presenti”, oggi, si trova a cogestire quel potere che voleva smantellare, tanto da volerci far credere, che il suo operato travalica i meri interessi personali. Questo, mentre c’è chi si arricchisce, contrariamente a coloro che vedranno presentarsi il conto (tasse, riduzione dei servizi pubblici, abolizione totale del welfare…), dovuto a tanti “salvataggi” finanziari ed industriali, in previsione di una “razionalizzazione dell’economia” ed il “ravvedimento etico” dei suoi gestori.
I centri per l’impiego, sono oggi, serraglio di razze variegate di disoccupati, cassaintegrati, mobilizzati, svantaggiati, speranzosi fruitori di “reddito minimo garantito”, trafelati attivatori di patti di servizio e di piani di azione individuale (qualcuno ha spiegato loro o al rifugiato appena sbarcato di cosa si tratta?), concorrenti per un posto di riqualificazione. Puro “darwinismo sociale”, dovuto alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, ai licenziamenti ed alla concorrenzialità fra lavoratori (italiani e non).
La gestione dei fondi europei, finalizzata alle “politiche attive del lavoro”, è inclusa in un contesto politico economico di più vasta portata. Il controllo sul loro utilizzo, diverrebbe un’importante conquista per i lavoratori e per i cittadini verso cui sono finalizzati. Significherebbe la possibilità di implementare reali ed efficaci interventi atti a favorire l’occupazione, magari ridistribuendo equamente quella “ricchezza”, oggi troppo spesso utilizzata per “incentivare” le aziende (che delegano agli Enti locali le necessità di formazione dei dipendenti), onde produrre “buona occupazione” o favorire certi sindacati, pronti a tuffarsi nel business della formazione (la torta è enorme).
Ed ai lavoratori, cosa resta?
Il ricatto di un lavoro precario, quando c’è o il ricatto, nei momenti di non lavoro, di flebili politiche di sostegno, basate su tortuosi ed inefficaci percorsi “formativi”.Deve essere rifiutata la formazione come servizio per/all’impresa, come anche va abiurato il ricatto all’accettare impieghi miseri proposti dai Centri per l’impiego.
Occorrerebbe un intervento, un’azione collettiva dei precari organizzati, dei disoccupati, dei soggetti esclusi, un intervento, che avrebbe l’effetto di buttare all’aria un ordine precostituito e che sta formando metastasi in alcuni settori prima “alternativi”. Necessita partire dal presupposto, che la disoccupazione non più un fenomeno transitorio e marginale, ma strutturale, che riguarda una percentuale non trascurabile di lavoratori.
Purtroppo, la sottovalutazione del sindacalismo di base delle dinamiche afferenti i servizi per l’impiego, non è stata salutare, tenuto conto, che veicolano politiche liberiste, senza alcuna contestazione, protesta ed opposizione. In parole povere, non si è data la giusta valenza a delle strutture/luoghi simbolo, che potrebbero coagulare un certo numero di soggetti (disoccupati, precari, cassaintegrati, immigrati, inoccupati…), sostenendo e veicolando le loro lotte, anche su diversi obiettivi (reddito di cittadinanza, lotta per la casa, antirazzismo, difesa dei servizi pubblici) e pretendendo, attraverso le lotte, piuttosto, che referenti politici, il controllo diretto delle politiche del lavoro, troppo spesso in mano a personaggi incompetenti e più interessati alla gestione di fondi europei.
In sintesi: va preso in considerazione, che non potrà mai svilupparsi un processo unificante tra i diversi soggetti del territorio metropolitano, se la platea degli emarginati (disoccupati, donne, immigrati, pensionati, precari, senza casa) aumenta e rimane mero oggetto di decisioni, piuttosto che essere aiutata a trasformarsi in soggetto protagonista e propositivo.

(Luciano di Gregorio – Unione sindacale di base)

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