Il muro del riso infranto



Per quanto tempo abbiamo sentito minzolianamente dire che le cose in Italia non andavano tanto male, che la nostra situazione era migliore di quella degli altri Paesi europei, che i conti pubblici erano a posto? Adesso che il governo prepara la siringa con un ago dalla circonferenza di 24 (o 26, ancora non è dato capire) miliardi di euro per operare il salasso, le fandonie si diradano come le nebbie mattutine nella Valtellina cara a Tremonti.
Persino Berlusconi si è reso conto della tramvata costitutita dalla crisi fiscale che minaccia di travolgere l’euro. Infatti non racconta più barzellette da settimane. Nel muro del riso contro il quale si infrangevano le critiche e i dubbi delle persone serie, si è aperta una breccia come quella di Porta Pia da dove parte via XX Settembre. E questo sarà solo l’inizio perché 24 o 26 miliardi sono una goccia nel mare del trilione e ottocento miliardi a cui ammonta il debito pubblico italiano.
Un trilione è una cifra che si scrive con 12 zeri ognuno dei quali rappresenta un’ulteriore sforbiciata nelle tasche dei contribuenti nei prossimi anni, a partire dai prossimi mesi, quando la legge di bilancio 2011 arriverà in Parlamento sotto l’occhiuta vigilanza dell’Unione europea.
Tutto ad un tratto l’ottimismo berlusconiano è evaporato: non sono più i giornali disfattisti, i blogger rompiscatole e gli invidiosi a menare gramo, anzi il ministro del Tesoro e Gianni Letta evocano il rischio Grecia. Ma evidentemente gli eminenti personaggi, impegnati com’erano a scrivere le leggi sulle intercettazioni e sugli affari privati del presidente del Consiglio, non hanno avuto il tempo di leggere i rapporti dell’Istat. Altrimenti avrebbero trovato tutte le informazioni di cui avevano bisogno.
Ad esempio, a pagina 8 del Rapporto Annuale sulla Situazione del Paese è scritto in italiano chiaro e lineare (non in politichese, in minzolinese o in brunovespese) come stanno le cose: “Le recessioni più gravi sperimentate dal nostro Paese negli ultimi quarant’anni sono state quelle del 1975 (dopo la prima crisi petrolifera), del 1982-1983 (dopo la seconda), del 1992-1993 (che portò all’uscita della lira dal sistema monetario europeo) e del 2002-2003 (dopo l’attacco alle Torri Gemelle). Tali episodi non appaiono comparabili per intensità a quello del biennio 2008-2009, quando il Pil si è contratto per due anni consecutivi. Come risultato di questi andamenti, alla fine del 2009 il valore aggiunto reale dell’economia italiana si collocava allo stesso livello dell’ultimo trimestre del 2000: si tratta di un arretramento di 36 trimestri, sensibilmente più grave di quello dei nostri partner, compreso tra i 13 trimestri della Francia e i 16 del Regno Unito”.
L’Istat (non i bolscevichi), in sostanza, dice che non siamo mai stati così male nella storia dell’Italia repubblicana e abbiamo fatto un balzo indietro di dieci anni nel tenore di vita (peggio di quanto abbiano fatto tutti gli altri) e, aggiungo io, per risalire la china non basteranno altri dieci anni di politiche tremontiane. Però vi potrete consolare con le barzellette del Premier. Pare che il Foglio, di proprietà di Veronica, ne stia curando un’edizione rilegata in pelle di contribuente riccamente conciata. La prima copia verrà recapitata a Palazzo Chigi, con i potenti mezzi della Protezione civile, come regalo di divorzio. 

(Fabio Scacciavillani)

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